I am the ground, I am the earth, I am the soil, and into me your coldness stole, till I am solid and brittle” (In The Flesh – 2007 Billy Cowie)

La quarta edizione del Festival internazionale Teatro a Corte, che si è svolta a Torino e in 8 dimore sabaude del Piemonte dall’8 al 25 luglio, ha proposto un ricco programma di produzioni sperimentali e contemporanee nel campo del teatro, della danza, del noveau cirque, della video-danza, della performance, con 31 compagnie di 8 differenti nazionalità e un cartellone di 38 spettacoli, 5 progetti site specific e 2 creazioni commissionate per il Festival.

All’interno di questo caleidoscopico carnet di proposte, sono state presentate alcune esperienze in cui il video incontra la danza e la dimensione stereoscopica del 3d, in particolar modo nell’attività artistica di Billy Cowie, che ha presentato a Teatro a Corte in prima nazionale, con la collaborazione di the British Council, due installazioni tridimensionali: The Revery Alone, presentata nella sala del Museo del Castello di Rivoli, e Ghosts in the Machine, all’interno della Cavallerizza Reale di Torino.

Billy Cowie compositore, coreografo e filmmaker scozzese, residente a Brighton, dove è docente universitario, è autore di numerose coreografie per live performances, installazioni di danza e video, film e installazioni stereoscopiche in cui utilizza la tecnologia 3d. All’interno del volume Anarchic Dance, curato nel 2006, si trovano le analisi e alcuni scritti critici sui lavori prodotti negli anni da Cowie in collaborazione con la danzatrice e performer Liz Aggiss.

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La coreografia studiata da Cowie in collaborazione con Aggiss per il video di David Anderson Motion Control, presentato nel 2002 durante il Festival Invideo di Milano, è un esempio ben riuscito delle capacità dell’artista scozzese, così come l’opera 3d del 2007 In the Flesh, sensuale e coinvolgente installazione video tridimensionale in cui lo spettatore ha la netta sensazione di sentire il corpo della danzatrice e di voler far parte della sua danza. La colonna sonora del video, prodotta da Cowie, così come le musiche di tutti i suoi lavori, esprime emozioni sottili e rugiadose, che valgono un ripetuto ascolto.

Le storia della nascita delle opere più importanti di Billy Cowie, di alcune collaborazioni e dei temi privilegiati su cui l’artista lavora costantemente, sono emersi da una gradevole intervista che abbiamo realizzato durante il festival Teatro a Corte.

Silvia Scaravaggi: Vedendo il lavoro che hai presentato alla Cavallerizza Reale, Ghosts in the Machine, ho notato che è molto differente da altre opere che hai realizzato precedentemente, a parte per l’utilizzo della tecnologia 3d. Cambi spesso soggetto e tema nelle tue opere?

Billy Cowie: Mi piace realizzare lavori diversi, non ripetere. Con te vorrei percorrere alcune tappe delle mie produzioni, cronologicamente, partendo dall’inizio: sono partito facendo pezzi di danza con le compagnie, dal vivo, con 6 danzatori. Dopo un certo tempo ho iniziato a realizzare video. Quando guardavo i film mi sembravano piatti, senza profondità, senza dimensioni. Questo è il motivo per cui ho cominciato a produrre film. Un’altra motivazione mi è venuta dalla danza: guardando i danzatori ti accorgi che sono davvero distanti dallo spettatore. Mentre il ballerino e i suoi movimenti si vedono meglio se visti da molto vicino. Quello che è auspicabile è che siano così vicini da poterli quasi toccare. Questa possibilità di avvicinamento è ciò che mi ha interessato di più del film. Volevo davvero far sentire le persone “vicino a” quello che vedevano.

Il primo lavoro in 3d che ho realizzato è Men in the Wall (2004), una video installazione 3d per quattro schermi. Ci sono questi 4 uomini di quattro diverse nazionalità, un americano, un indiano, uno spagnolo ed un tedesco, che stanno all’interno di quattro finestre, danzano e parlano, per circa 25 minuti. Qualcuno mi ha chiesto perché ho scelto solo uomini, il motivo è che volevo dare un’immagine di quattro persone estranee tranquille, senza creare altri riferimenti o connessioni, come sarebbe accaduto se invece avessi scelto due uomini e due donne. Volevo rendere la situazione rilassata e senza riferimenti.

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Silvia Scaravaggi: Quello che ti interessava in questo lavoro era rendere solo reale l’immagine? Più reale di quanto il video possa essere?

Billy Cowie: Esatto, volevo rendere l’immagine più solida. Rendere l’immagine toccabile. Inoltre, la multi visione messa a disposizione dalle quattro finestre, dà la possibilità di muovere lo sguardo liberamente, scegliere dove e chi guardare. Mi piace che si possa essere liberi di muoversi, vagare, guardando. Ho esposto molte volte questo lavoro, come a Los Angeles, ho ottenuto questa solidità che cercavo, ma i personaggi non erano veramente nello spazio insieme allo spettatore. La visione tridimensionale è complessa: sembra che tutto accada molto in fondo e poi avviene qualcosa a livello molto ravvicinato, qualcosa colpisce i nostri occhi.

Desideravo realizzare dei pezzi in cui i danzatori vengo verso il pubblico, per questo ho realizzato Ghosts in the Machine, il lavoro presentato a Torino. Una sorta di pezzo “gemello” di Men in the Wall, ma con tre ragazze. Prima di realizzarlo però avevo bisogno di sperimentare, per capire come farlo. Un lavoro tridimensionale con tre schermi è molto complesso tecnicamente. Così, sperimentando è nato In the Flesh, un test in cui volevo far sì che la danzatrice fosse così vicina che davvero si avesse il desiderio di toccarla.

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Silvia Scaravaggi: E ci sei riuscito veramente. In the Flesh (2007) è un lavoro quasi erotico, vedendolo, meglio provandolo, si ha il desiderio di sfiorare il corpo della danzatrice e seguirne i movimenti, complice anche la colonna sonora…

Billy Cowie: Sì, il pezzo sembra funzionare. In The Flesh è una videoinstallazione 3d, per un ambiente buio e raccolto, dedicata ad un audience di quattro, cinque persone alla volta. Ad Amsterdam mi proposero di mostrarlo all’interno del Paradiso, un grande locale realizzato in una ex-chiesa, con un’ampia navata centrale. Lo consideravo una sorta di esperimento e accettai. Una piccola cosa curiosa è che il corpo della ballerina nella versione normale di In the Flesh è di dimensioni reali, mentre qui ho voluto mostrarlo molto ingrandito. Una dimensione di 4, 5 volte superiore.

Il video deve esser visto dall’alto, e nel Paradiso c’è una balconata che si presta ad una visione sospesa, fruibile da un centinaio di persone. Insomma, venne fuori un In the Flesh gigante; durante la proiezione guardando giù si vedeva una persona così enorme che era incredibile, ancor più incredibile se confrontata con le dimensioni delle persone che giravano attorno al perimetro di proiezione. Il video dura circa 4 minuti, ma il pubblico non voleva andarsene, rimase anche per un’ora a godersi lo spettacolo.

Dopo questa esperienza ho iniziato a lavorare su Ghosts, ma non avendo un’ampia parete bianca per le prove utilizzavo il soffitto. Il risultato fu davvero interessante, e così nacque The Revery Alone, che è l’altro lavoro che ho mostrato a Torino in prima nazionale. The Revery Alone (2008) inizia dal tentativo di limitare la coreografia. Le limitazioni sono qualcosa che davvero apprezzo soprattutto quando lavoro per le coreografie live. Ho sempre pensato che aiutino a costruire il lavoro. Limitazioni nell’uso del corpo, dello spazio. In In the Flesh la danzatrice poteva muoversi solo all’interno del perimetro stabilito. Così in The Revery una danzatrice esplora le limitazioni imposte alla coreografia in una realizzazione lirica e meditativa che amplifica la dimensione scultorea dell’installazione che lo spettatore può sperimentare disteso con gli occhi al soffitto.

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Silvia Scaravaggi: Perché hai questo desiderio di far sentire il corpo, farlo uscire dalla bidimensionalità, quasi a toccarlo?

Billy Cowie: Credo perché è qualcosa di molto intimo. Nelle coreografie studio sempre piccoli movimenti, voglio che emerga la personalità, che i danzatori si facciano conoscere, che non restino anonimi. È un modo per cercare di spiegare esattamente chi siano davvero. Questo è anche il motivo per cui mi piace utilizzare i testi, nella maggior parte dei lavori i danzatori parlano, enunciano testi, poemi.

Silvia Scaravaggi: Come avviene costantemente in Ghosts in the Machine (2009). È l’ultimo lavoro che hai realizzato?

Billy Cowie: No, l’ultimo lavoro è Tango de Soledad (2010), un solo dance per grande spazio con la danzatrice Amy Hollingsworth. Esiste in due versioni, una 3d, che utilizza la stessa tecnologia di In The Flesh per rendere solido il corpo, ed una convenzionale per la proiezione. Con Ghosts in the Machine volevo realizzare un lavoro che fosse un po’ come Men in The Wall. Invece di avere quattro uomini all’interno di quattro quadrati, qui ci sono tre ragazze fuori dai tre riquadri che appartengono loro.

Ho selezionato molte danzatrici prima di scegliere le protagoniste del video, volevo che avessero un carattere forte, tre persone molto naturali. Non attrici, non danzatrici professioniste, qualcuno di speciale come le tre ragazze che ho trovato. Sono molto diverse tra loro, sembrano tre amiche. Ho lavorato ancora con le limitazioni: volevo che si percepisse che non erano ballerine professioniste, utilizzando questa impressione per mostrare che in realtà loro desiderano esserlo. Ci provano così tanto nella vita e nella loro ricerca artistica che alla fine pensiamo siano delle ballerine vere.

Ho cercato anche di creare un gioco di corrispondenze con Men in the Wall: all’inizio del video le ragazze dicono di aver visto quattro ragazzi. In Men uno dei ragazzi parlando con un altro dice di aver visto alcuni Fantasmi con gli occhi blu e rossi, giocando così con il pubblico che indossa gli occhialini. E ancora il ragazzo afferma di essere stato avvicinato da uno dei fantasmi e di aver cercato di toccarlo, facendolo fuggire. Così in Ghosts una ragazza ad un certo punto esclama che uno dei quattro ragazzi ha tentato di palparla e lei è scappata. Tutto questo per far emergere che esistono due mondi, due universi, uno reale e uno alternativo, immaginario, virtuale, due dimensioni che si incontrano, si confrontano, due mondi che entrano in relazione e dove accade qualcosa.

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Silvia Scaravaggi: Durante Ghosts in the Machine, fai dire ad una delle ragazze “Il medium è il messaggio”, citando Marshall McLuhan. È questa la filosofia alla base delle tue opere?

Billy Cowie: No, in realtà non è così. Per me il messaggio è il messaggio. Quello che mi interessa esattamente non è il mezzo, ma il contenuto, realizzare film, opere, in cui è importante quello che accade. Sono interessato a rendere i miei livori intellettuali, inserendo riferimenti colti, citazioni, richiami. Ad esempio il titolo Ghosts in the Machine è mutuato dal filosofo Gilbert Ryle (1) che ha inventato questa frase in contrapposizione con l’idea che corpo e mente siano cose distinte. Successe che in seguito molti altri usarono questa espressione, inclusi i Police come titolo per un loro album.

Silvia Scaravaggi: Un’ultima curiosità: le musiche che usi sono sempre tue originali?

Billy Cowie: Sì assolutamente, dalle riprese al suono, mi occupo io di tutto. Sono un mostro del controllo.


http://www.billycowie.com

http://www.anarchicdance.com

(1) Da Wikipedia: Gilbert Ryle (Brighton, 19 agosto 1900 – Whitby, 6 ottobre 1976). Ryle fece parte della generazione di filosofi del linguaggio comune influenzati da Ludwig Wittgenstein ed è conosciuto soprattutto per la sua critica del dualismo cartesiano, per il quale coniò l’espressione “il fantasma nella macchina” (“the ghost in the machine”). Alcune delle sue idee nella filosofia della mente sono considerate “comportamentiste” (da non confondersi con il comportamentismo psicologico di Skinner e Watson). […] In The Concept of Mind (1949), Ryle sviluppa una critica del dualismo mente-corpo, diffuso nella filosofia occidentale da Cartesio in poi. L’idea di una mente come entità indipendente, che inabita e controlla il corpo, va refutata come un rimasuglio superfluo di un periodo antecedente lo sviluppo della biologia moderna e che non può più essere preso alla lettera. Parlare di una mente e un corpo come entità separate può avere solo la funzione di descrivere metaforicamente le abilità di organismi complessi, come strategie per la risoluzione di problemi, capacità di astrazione e generalizzazione, di generare ipotesi e metterle alla prova, eccetera, in relazione al loro comportamento.

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