Dallo scorso 26 giugno fino al prossimo 31 luglio, all’interno di un’avveniristica struttura gonfiabile di 200 mq presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, verrà presentata smart future minds exhibition. Articolata attraverso dodici progetti sul tema “Il futuro della città”, la mostra promette di essere un momento di riflessione critica e divulgazione artistica all’interno del più ampio smart urban stage,innovativo road show che toccherà Zurigo, Parigi, Madrid e Londradopo essere passata già a Berlino.

Il tema sul quale si basa la mostra è quindi di grande attualità, nonchè soggetto oggi a dibattitto a tutti i livelli: accademici, artistici, progettuali, attivisti e sicuramente anche economici e politici. Incentrare al contempo un progetto culturale e curatoriale su una tematica come il futuro delle nostre città e su come le nuove tecnologie e le condizioni ambientali influiranno sullo spazio urbano e sulla vita dei cittadini, non è però operazione delle più semplici. Sicuramente ampio il tema, scarsa al contempo la conoscenza popolare di quali siano esattamente queste tanto decantate tecnologie e quale il loro possibile impatto benefico, difficile altresì individuare 5 possibili sezioni tematiche in cui suddividere la mostra.

In un futuro che mai come oggi appare ancora tutto da costruire, o quanto meno da regimentare con quanta più sensibilità, intelligenza e lungimiranza possibile, in termini di abitabilità, sostenibilità economica, impatto urbanistico, sociale ed ambientale, smart urban stage ha a mio avviso quindi il merito di porre sul tavolo della riflessione collettiva un tema importante articolato in modo non banale. Dieci progetti della smart future minds exhibition saranno selezionati tra le eccellenze italiane dell’Architettura (sezione Live), della Media / Information Technology (sezione Exchange), del Design (sezione Create), della Scienza (sezione Explore), della Cultura/Società (sezione Be).

I progetti saranno presentati da cinque curatori: Luca Molinari (architetto, curatore del padiglione italiano alla Biennale Architettura di Venezia 2010), Alberto Abruzzese (massmediologo), Martino Gamper (designer), Paolo Mataloni (fisico quantistico) e Lorenzo Imbesi (architetto e studioso di Teoria del design). I progetti selezionati mirano a suggerire visioni e stimoli di un futuro possibile che, combinando utopia e fattibilità, fantasia e scienza, propongono soluzioni innovative per la vita di tutti i giorni, in equilibrio tra sviluppo tecnologico e spirito ecologista.

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Digicult avrà quindi il piacere di intervistare, per i prossimi 3 numeri della nostra rivista, 3 curatori della mostra smart future minds exhibition: Alberto Abruzzese, Lorenzo Imbesi e Paolo Mataloni. Il primo ospite è proprio Alberto Abruzzese, professore ordinario di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso l’Università IULM di Milano, dove è anche Preside della Facoltà di Turismo, Culture e Territorio e pro-Rettore per le Relazioni Internazionali e l’Innovazione Tecnologica, i cui campi di ricerca sono: comunicazione di massa, cinema, televisione e nuovi media, con un interesse particolare verso i cambiamenti sociali collegati all’uso diffuso dei media.

Marco Mancuso:Professore, innanzitutto vorrei avere qualche anticipazione e presentazione dei progetti scelti nel suo progetto di curatela. Quale l’idea, il concept portante, quale la sfida che l’ha portata a misurarsi con un tema così ampio e diffuso nella società contemporanea come quello della comunicazione mediale, dello scambio (di informazioni, conoscenza, rapporti, professionalità, contenuti) meta-tecnologico?

Alberto Abruzzese: Per scegliere i progetti da proporre mi sono orientato su una lettura mediologica della società e delle sue tradizioni antropologico-culturali, direi persino dei suoi archetipi, e dei suoi miti, come appunto è la città (in particolare in Italia, storicamente priva della esperienza territoriale, sociale e simbolica, della metropoli, solo parzialmente compensata dai regimi quotidiani delle televisioni multicanale generaliste).

La mia è una visione mediologica e cioè post-sociologica. I mutamenti più profondi delle forme di vita delle nostre civiltà contemporanee – sia quelle altamente sviluppate, sia quelle del sottosviluppo; quelle del benessere e quelle della disperazione – vengono espressi dalle innovazioni dei media, dal loro passaggio da linguaggi analogici a linguaggi digitali.

E’ innanzi tutto una rivoluzione espressiva e dunque ho pensato che – per dire il rapporto tra la “città futura” (ammesso che sia possibile realizzarla o anche solo immaginarla proprio in quanto città, territorio chiuso, localismo universalista) e le forme di relazione sociale, dunque della comunicazione, e dunque dei media vecchi e nuovi – la forma di rappresentazione più avanzata potesse appartenere assai meglio al fare degli artisti o semplicemente creativi, oggi più sensibili al franare dei regimi di senso della cultura di massa e all’emergere dei loro conflitti proprio sul piano mediatico.

Le tecnologie null’altro sono che le nostre protesi e, dunque, ho pensato di rivolgermi a autori di forte sensibilità riguardo ai rapporti tra corpo e esperienza vissuta sia localmente che globalmente (una dimensione propriamente detta glocal). Mass media e personal media sono le piattaforme espressive che riguardano sia le innovazioni di contenuto della persona sia i grandi temi sociali della mobilità e dell’ambiente, della qualità della vita.

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Marco Mancuso: Al di là della necessità di rimanere aderente all’ambito tematico per il quale è stato chiamato come curatore (Exchange), le domando quali parametri estetici, tecnologici o quali linee guida hanno guidato le sue scelte e la selezione delle opere?

Alberto Abruzzese: Baudrillard – nel titolo di un suo celebre saggio: Lo scambio simbolico e la morte – ci ha regalato uno slogan di grande efficacia, accostando ed anzi facendo coincidere tra loro la sfera delle economie politiche, la sfera della realtà simbolica e la sfera della morte come oggettività e insieme soggettività dell’esperienza umana.

Guardando il mondo delle forme e delle azioni, ho sempre cercato di sfuggire alla contrapposizione tra apocalittici e integrati (inventata ad uso e consumo dei dispositivi dialettici dei sistemi di dominio occidentali, delle politiche moderne e nazionaliste, delle culture d’impresa e di governo), ritenendo che per comprendere il nostro presente ci voglia un pensiero ambivalente, paradossale (il non-sapere – insieme possibile e impossibile – che i regimi degli stati moderni hanno sempre rimosso), in grado di essere insieme apocalittico e integrato, dunque sostanzialmente tragico e tuttavia politico, attento cioè all’abitare, alla vita quotidiana, alla sofferenza della carne.

E’ in questa cornice che ho scelto autori e progetti.

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Marco Mancuso: Le nuove tecnologie e le condizioni ambientali influiranno sul futuro dello spazio urbano e sulla vita dei cittadini. In questo senso un numero crescente di tecnologie mobili, satellitari, locative stanno gradualmente invadendo lo spazio (fisico ed emotivo) delle nostre vite. Come si confrontano, secondo il suo punto di vista, gli artisti e i designer che lavorano con le nuove tecnologie con questa crescente sovrastruttura informazionale? E come sono in grado di utilizzarla per “comunicare” maggiormente con un pubblico potenzialmente infinito e come d’altro canto la percezione stessa delle persone nei confronti di un’opera può cambiare per mezzo dell’integrazione crescente di tecnologie multimediali?

Alberto Abruzzese: Troppi percorsi da tracciare per rispondere adeguatamente alla complessità di questa domanda. Che è una domanda dalle molte domande sui rapporti in divenire tra passato e futuro:

A – tra tecnologie mediatiche e territorio (ma attenzione! A invadere il territorio dell’esperienza storica moderna o meglio le sue stratificazioni e combinazioni spaziotemporali – dal suolo e dalla scrittura allo schermo e alla televisione – non sono le tecnologie digitali, bensì le metamorfosi della vita quotidiana, dell’interiorità espansa e esteriorizzata della nostra appartenenza al mondo);

B – tra tradizioni estetiche o professionali e culture della rete, tra linguaggi sapienziali e linguaggi esperienziali, tra soggetti e oggetti, tra corpi e carne, tra dimensioni autoritarie, verticali, centralizzate, e dimensioni dal basso, istintive, emotive (gli autori che propongo sono molto attenti alla distinzione di valore tra linguaggi del sentire e linguaggi del vedere: si tratta di una contrapposizione che in McLuhan ha assunto un forte significato politico, simboleggiando il conflitto tra sistemi chiusi, nazionalisti, totalitari, militareschi, concentrazionari, e sistemi aperti, antimoderni, impregnati di senso del sacro assai più che del dover essere dello spirito religioso della civilizzazione; tra un futuro che clona il passato e un futuro che invece si percepisce come origine pre-umana, animale);

C – tra identità collettive e identità personali, tra massa e persona, tra persona e moltitudini. Il nodo della questione sta nel sapere cogliere i soggetti e luoghi di una negoziazione in atto – si tratta quindi, ripeto, di conflitti di potere in assoluta continuità con le identità culturali e sociali che hanno dilaniato il Novecento – in cui varie insorgenze antropologiche, nate nei processi di ibridazione tra essere umano e tecnologia, stanno provocando forti dinamiche di destrutturazione e polverizzazione degli assetti sociali fondati sulla tradizione giudaico-cristiana (monoteismo, umanesimo, civilizzazione).

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Marco Mancuso: La sensibilizzazione su alcune tematiche importanti delle nostre vite, come alcune di quelle indicizzate nell’ambito dell’evento smart urban stage, ad esempio il futuro delle nostre città, nonché gli aspetti maggiormente legati alla sostenibilità ambientale, passa ormai quotidianamente attraverso la Rete. Non si tratta più solo di rimanere informati seguendo blog o siti di riferimento o di nicchia, ma anche le grosse testate online hanno “annusato” la risonanza mediatica di questi temi, rappresentativi della nostra epoca e sotto i riflettori negli anni a venire.

Ecco, la mia domanda è però questa: considerando che alcune grandi testate giornalistiche raccolgono le informazioni più curiose e interessanti proprio dai siti, blog e portali di nicchia di cui sopra, non si corre il rischio che in pochi anni l’informazione indipendente in rete (non solo politica, anche culturale, intendo) venga completamente assorbita da quella mainstream, collassando sulla impossibilità strutturale di competere con i grandi gruppi editoriali e perdendo gradualmente la sua unicità di contenuti?

Alberto Abruzzese: Siamo in una complessa fase di transizione. La qualità delle tecnologie digitali è di per sé in grado di tradursi in qualsiasi genere di strategia espressiva, di soggettività, quindi di contenuto. Può funzionare come le macchine della società industriale e può funzionare come la carne che fa da zona trasversale tra soggetti e oggetti del mondo.

Può farsi strumento di ogni forma di dominio, interesse. Questo spiega la difficoltà che imprese e partiti e istituzioni incontrano nell’usare come effettiva innovazione l’innovazione tecnologica: e questo accade perché sono soggetti obsoleti, atrofizzati, incapaci di trasformarsi, dunque non sanno trovare contenuti adeguati alle possibilità dei linguaggi di rete, finendo così per usarli nello stesso modo – e agli stessi fini – dei media generalisti tradizionali. Sino ad oggi, le possibilità di sviluppo delle innovazioni tecnologiche sono dipese dal potere dei decisori sociali e delle logiche di mercato: ad esempio, la radio poteva essere interattiva e fu invece unidirezionale. Potrebbe accadere di nuovo: i segni di una regressione generalista delle reti non mancano.

Tuttavia quello che sta accadendo – soprattutto nel campo delle connessioni tra i diversi media, nel campo della telefonia mobile e delle biotecnologie – è di una portata straordinaria. Penso che la valorizzazione della natura virtualmente rivoluzionaria dei linguaggi digitali debba dipendere da una riflessione profonda sulla nostra civiltà. Appunto, sulla catastrofe della “città ideale” che ha prodotto l’Occidente e quindi modelli di ciclizzazione che hanno diviso il mondo tra elite e carne da macello.

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Marco Mancuso: Infine, come vede in questo senso il ruolo dei social network. E quali le potenzialità offerte anche dalle future forme di economie condivise in rete? Quali, in altri termini, gli antidoti che può sviluppare la rete rispetto a un processo naturale di massificazione, come accaduto in passato per la stampa, la radio e la televisione?

Alberto Abruzzese: In qualche modo ho già risposto nella domanda precedente. I social network non hanno un dna di per se stesso libertario, rivoluzionario, o anche semplicemente democratico. Sono il risultato di una pressione della vita umana sull’esistente e dunque di una pluralità di bisogni che nessuna religione e nessuna sovranità sono più in grado di soddisfare se non con l’uso della violenza. I social network usano la ricchezza di possibilità che la stessa genesi della macchina informatica mette potenzialmente a disposizione (da qui dunque l’importanza di una familiarizzazione progressiva dei corpi sociali con queste tecnologie immateriali, paradossalmente favorita dalle stesse logiche di mercato).

La possibilità di incidere sugli interessi che legano mass media e forme di potere tipicamente moderne (stati imperialisti, imprese globali, modi di produzione ad alto rischio ambientale, guerre di pace, ecc.) è tuttavia una soltanto: maturare una sensibilità radicalmente antiumanista, antistorica, anti-istituzionale, antireligiosa, post-umana; ridimensionare la centralità dispotica dell’essere umano sul mondo, la sua volontà esclusiva; riconoscere il rimanente – il vivente che rimane, resta – di cui l’essere umano altro non è che una provvisoria increspatura.

Servirsi di questo senso del limite in modo estremo, là dove si ha la responsabilità di vivere il mondo (dunque una radicale destrutturazione delle ideologie che rendono oggi opache modalità e funzioni dell’agire sociale: comprese le attuali retoriche sul dono, retoriche inclini a imporre al dono una utopica cornice progressista e umanitaria rimuovendo la sua indissolubile appartenenza al sacrificio).


http://blog.smart-urban-stage.com/rom/it/

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