All’interno di un panorama di pratica artistica critica, generalmente imperniata su ormai piuttosto consolidati meccanismi di espressione basati su sovversione, distruzione delle regole, esposizione cruda e diretta dell’attacco violento allo status quo sia artistico che sociale, l’interaction designer Mikael Metthey, ventisettenne di origini Francesi, struttura il proprio discorso critico percorrendo perifrasi più ampie.

Egli sfrutta infatti le meccaniche procedurali proprie della sua professione, combinandole con la sua intelligenza artistica. Il risultato sono opere, progetti che indagano sullo sviluppo e l’interazione di nuove tecnologie, scienza e design, un’equazione di rapporti nella quale il comportamento umano costituisce di volta in volta la variabile imprevedibile ed imprescindibile che determina ogni risultato.

Nel concreto della sua pratica artistica, Mikael Metthey realizza prodotti di interaction design che non sono meramente accessori al discorso critico ma ‘funzionano’ integralmente, tanto nell’ottica produttiva che in quella artistica. Poxteddy ad esempio, progetto di tesi realizzato da Metthey quando nel 2007 si è diplomato al Royal College of Art di Londra, è un orsacchiotto dotato di una capsula in cui è possibile inoculare il virus della varicella, facendo sì che un bambino, giocando e divertendosi, contragga il morbo e si immunizzi ad esso in maniera ‘naturale’, evitando lo shock della vaccinazione e senza rischiare di ammalarsi in età adulta, quando i danni causati dal virus sarebbero estremamente più elevati.

In The Minutine Space, invece, ammalarsi è diventata l’ultima frontiera del divertimento in un ipotetico futuro dove la minaccia dei virus è stata integralmente eliminata e chi desideri sperimentarne l’ebbrezza, selezionando il morbo che preferisce e rimanendone affetto finchè non decida di ‘guarire’. In queste opere dialetticamente semplici quanto complesse, Metthey chiama in causa chi le osserva, pone domande, gioca sull’utilizzo delle etiche ambigue che ognuno dei progetti implica.

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Nel lavoro di questo artista dalla retorica sottile la trasmissione dei contenuti avviene ‘indirettamente’, attraverso la suscitazione di uno stato d’animo e di riflessione complesso, coadiuvato, imperniato sull’elemento disturbante, ma non meramente, direttamente referente di quest’ultimo.

Henriette Vittadini: Interaction designer, ti sei laureato nel 2007 al Royal College of Art di Londra. Nel corso di questo periodo di studi hai iniziato la tua attività di artista, arrivando ad avere opere esposte a Londra, Amsterdam ed al Museum of Modern Art a New York (2007, “Design and the elastic mind”, mostra di cui abbiamo già parlato nel Digimag 34 del Maggio 2008 – http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1158). I tuoi lavori, prototipi o concepts di ipotetici progetti di interaction design, indagano la relazione esistente tra design, scienza, tecnologie in via di sviluppo e cultura; interrogano lo spettatore riguardo al ruolo che egli ricopre all’interno di queste relazioni. Cosa ti ha spinto ad iniziare? In cosa consistevano i primi lavori?

Mikael Metthey: Nei miei primi lavori c’é stato un tempo per arrivare a capire gradualmente cosa io volessi veramente fare poiché i miei primi interessi erano nella grafica e nei media digitali che sono naturalmente poi stati la prima cosa che ho fatto e questo mi ha condotto ad assorbire progressivamente la scienza e la tecnologia in una nuova luce che ha attratto la mia mente a causa del loro potenziale di impatto sulla società e poi c’è stata una sorta di progressione logica  verso quello che mi interessava veramente e cioè il ruolo della scienza nella società e il come applicare la scienza  nella nostra vita di tutti i giorni e come la scienza ci fa differenti da tutte le altre specie viventi sulla terra.

I primi lavori erano forse meno ancorati alla realtà e tangibilità perché erano puramente grafica ed estetica e poi c’é stata una sorta di maturazione graduale verso cose un po’ più ancorate alla realtà e che avevano un po’ più di realismo nel senso che potevano essere o implementate oppure si poteva pensare che si sarebbero potute implementare in un futuro abbastanza prossimo.

C’è ora una certa maniera di vedere il design che è provare e assorbire in una luce differente o o cercare di vederlo in un modo diverso che è vederlo non come una sorgente di considerazione estetica ma il ripensare alcuni aspetti del design e come questa sorta d i cose si fonde con l’arte dato suscitando degli interrogativi. Allora come è che uno fa del design in modo da suscitare degli interrogativi? Com’é che uno fa del design per dibattere delle questioni? Se le vostre domande indirizzino i temi giusti e spingo alle discussioni giuste, dovremmo fare subito queste discussioni dato che la tecnologia sta continuando ad avanzare e la nostra percezione resta indietro.

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Henriette Vittadini: Qual’è stato il primo progetto che hai sentito come veramente significativo all’interno di quest’ottica?

Mikael Metthey: Il mio primo lavoro, quello che per primo mi ha spinto in questa direzione é stato  il mio progetto di laurea intitolato Poxdetty risalente a quando mi sono diplomato al Royal College of Art nel 2007 (http://www.moma.org/interactives/exhibitions/2008/elasticmind/index.html#/209/), ed era un dispositivo medico per far sì che i bambini venissero esposti da piccoli  al virus della varicella allo scopo di svilupparne l’immunità in giovane età.

Un metodo che talvolta alcuni genitori già usano per fronteggiare la varicella è quello di combinare dei varicella-parties di modo da far scambiare il virus fra i bambini e dare così un aspetto sociale al programma di immunizzazione , una sorta di vaccinazione sociale.  Mi ha subito attratto l’idea di gente disponibile a questo tipo di comportamento che a prima vista sembra irrazionale ma trova le sue radici nell’idea assolutamente razionale che è quella di immunizzare i bambini contro una malattia assai seria.

Quindi quando poi fai un passo indietro ti rendi conto che c’è un’intera gamma di opportunità per pensare a come usare le moderne tecnologie per migliorare la vita della gente e far passare il messaggio che la tecnologia ci può aiutare a fare le cose in maniera diversa e più controllata.

Penso che  Poxdetty sia stato un buon punto di partenza per esplorare l’idea che in futuro i virus non dovranno più essere visti come delle entità letali e devastanti  ma che potranno essere domati ed usati per scopi più positivi. Gli oggetti erano prototipi che sono stati testati mettendoli a confronto con il pubblico e costituivano una sorta di stimolo per le persone a dare delle risposte, ad esempio se questa tecnologia fosse eticamente corretta o offensiva. Dunque il progetto era interessante perché è stato un modo per testare l’opinione della gente, stuzzicarla ad esprimere la propria opinione sulla scienza e la medicina e se credessero o meno nella medicina.

Io non ho il fine di indisporre la gente con questi progetti, ma di stimolarne la reazione ed in questo caso ho ottenuto reazioni, forse non rivolte tanto direttamente al prodotto quanto più all’idea di infettare volontariamente il proprio bambino e di utilizzare i virus come strumenti. Il prodotto di per sé non è il punto, il punto è che la società si divide in due rami quando si tratta della varicella: l’uno che pensa che i vaccini siano efficaci e degni di fiducia e l’altro che ne dubita ed in un certo qual modo dubiterà ancor di più davanti all’offerta di questo prodotto, essendo esso un frutto della scienza e della tecnologia ed in più una cosa tangibile da poter criticare.

Ovviamente uno degli scopi del progetto era di stimolare la discussione, dunque doveva comunque provocare un certo shock, doveva essere un qualcosa che provocasse delle prese di posizione nette da parte pubblico. Essi possono amarlo o odiarlo, ma come vedete io non fornisco loro delle risposte. Semplicemente creo qualcosa che provochi degli interrogativi. Sto ponendo degli interrogativi, delimitando una certa area di discussione, dopodichè spetta alla gente decidere se vogliono affrontarla, e se la loro opinione può cambiare, crescere, evolversi in qualcosa di diverso in funzione della loro percezione della vita e della scienza.

Perciò possiamo dire che questa è un’opera d’arte in cui il messaggio non è insito nell’oggetto, il messaggio viene dalla gente e non dall’oggetto e questa è una caratteristica ricorrente nelles mie opere.

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Henriette Vittadini: Anche in un altro progetto, Vaccination Playground, affronti la tematica dei virus e dell’immunizzazione dei bambini tramite metodi alternativi, in questo caso però rivolgi di più l’attenzione al punto di vista dei bambini stessi. Come è partito questo progetto? Come si è strutturata l’idea?

Mikael Metthey: Vaccination Playground é un progetto che mi riguarda a livello personale, come riguarda altra gente: quando sei un bambino, devi affrontare la vaccinazione obbligatoria a scuola e questa è di solito una esperienza traumatica piuttosto brutale poichè avviene in maniera meccanica quasi ‘industriale’, a catena di montaggio; perciò, guardando alla questione dalla mia prospettiva mi sono chiesto “perché questo processo non è mai stato migliorato, dal momento che può essere fonte di tensione e frustrazione per molti bambini?”. Quindi la mia idea è stata quella di progettare un’esperienza che facilitasse il processo della vaccinazione e lo rendesse meno traumatico.

L’idea è quella di un terreno di gioco nel quale quando i bimbi interagiscono con i dispositivi per la vaccinazione, vengono di fatto vaccinati. Dunque immaginate un campo giochi come quelli di oggi, ma progettato per ricevere un bambino alla volta e nel quale il bambino, giocando, riceva il vaccino giusto nella giusta quantità attraverso dei micro-aghi appositamente pensati per la trasmissione ipodermica dei vaccini. Questi micro-aghi sono così sottili che non se ne avverte quasi il contatto, di modo che i bambini alla fine non si accorgono di nulla perché stanno giocando e divertendosi, il che è fondamentalmente l’essenza del progetto.

Penso che i processi debbano evolvere man  mano che le tecnologie evolvono, non dobbiamo restare legati a delle procedure ancestrali solo perché li abbiamo praticati per tanti anni in precedenza ed hanno dimostrato di funzionare, dobbiamo progredire. Quando sono stato vaccinato da bambino, per esempio, il pediatra cercava di distrarmi, di sviare la mia attenzione in maniera divertente ed è stato efficace. Questo mi porta a considerare il fatto che non occorre molto per sviare l’attenzione e dunque frenare queste innecessarie complicazioni riguardanti la vaccinazione. Abbiamo le tecnologie per evitarle e non vedo perché non dovremmo applicarle.

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Henriette Vittadini: Nel tuo lavoro contempli spesso la questione dello sviluppo tecnologico e di come se ne possa fare uso (o abuso), ma troviamo anche un sottotesto riguardante i preconcetti e le abitudini che abbiamo sviluppato culturalmente nei confronti di scienza e tecnologia, cose che possono inficiare il nostro approccio alle nuove tecnologie che si vanno sviluppando. Si può dire che i tuoi lavori mirano a renderci più consapevoli di tali preconcetti e quindi a fare un passo avanti verso una migliore relazione con il contesto scientifico-tecnologico?

Mikael Metthey: Molto del mio lavoro riguarda la percezione che si ha della scienza. Pochi anni fa, quando ero al Royal College of Art eravamo attivamente impegnati nell’area delle nanotecnologie e a quel tempo il Principe Carlo fece uno dei suoi incredibili commenti su come vedesse le nanotecnologie come potenzialmente pericolose, diaboliche ed avanzando le sue riserve circa questa nuova scienza,  dato che i suoi  effetti erano ancora relativamente sconosciuti, data la sua notorietà ha portato la questione all’attenzione dei media e sono convinto che in questo modo egli abbia frenato alcuni dei progressi che avrebbero potuto essere sviluppati e diffusi più rapidamente se egli non avesse fatto quei commenti.

Io penso che in generale il modo in cui scienza e tecnologia sono percepite e sviluppate implichi l’insorgere di problemi e opportunità che scuotono le regole tradizionali e così facendo naturalmente si inquieta la gente ed inquietandola si crea un dibattito e proponendo delle idee ne vengono sviluppate di nuove che al gente assorbe, progressivamente abituandosi all’idea che non siamo una specie statica . Credo che la tecnologia possa essere un mezzo per porre noi stessi di fronte alla realtà che siamo una specie in evoluzione per quanto riguarda i termini in cui percepiamo il mondo circostante.

Io continuo a concepire la scienza come relativamente libera dalle emozioni umane in quanto la scienza parla da sé, è ciò che uno può sperimentare, vedere, testare, a prescindere da tutte le emozioni, opinioni, e frustrazioni e tutte queste varietà di emozioni umane. Queste ultime però, inevitabilmente poi reagiscono alla tecnologia e alla scienza, chiedendo se sia socialmente accettabile o meno implementare i nuovi sviluppi della scienza  nella nostra società e quale sia il bene che se ne ricava così facendo. Per esempio, quale è il beneficio derivante dal progresso delle tecniche di chirurgia plastica?

E’ un modo di propugnare la superficialità dei modi dell’uomo, ma era in realtà stata avviata per fini medici, ad esempio per guarire soldati che tornavano mutilate dalla Guerra o gente che aveva avuto gravi incidenti che li costringevano a condurre una vita segregata; la scienza e la tecnologia hanno consentito a questa gente di condurre una vita decente. Poi ovviamente la maturità che abbiamo raggiunto in queste tecniche ci ha per così dire sorpassati di modo che siamo oggi capaci di ‘migliorare’ il nostro stesso aspetto con queste tecniche.

E’ dunque adesso che sorge la questione che può essere applicata a quasi tutti gli ambiti scientifici: “stiamo  portando avanti le scienze a misura umana di modo da ottenerne i vantaggi che dovremmo ottenerne?   Vale la pena di portare la scienza avanti in questa direzione o é completamente stupido e malsano inseguire il miglioramento del proprio aspetto personale?”

Nel mio lavoro, le regole e procedure delle tecnologie ruotano sempre attorno a queste questioni, se dobbiamo o meno mettere in pratica il nuovo nelle nostre vite quotidiane e se questo può renderle migliori o meno, e fare la differenza in senso positivo o negatio.

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Henriette Vittadini: In un altro lavoro, Augmented Reductions, crei invece dei dispositivi aventi la funzione di procurare ‘sollievo’ dallo stress dell’eccessiva efficienza sensoriale e fisica risultante dalla riprogettazione genetica possibile in un ipotetico futuro. Dove ci porta la nostra costante, compulsiva ricerca dell’ottimizzazione? Possiamo svilupparci come individui tecnologici senza perdere la nostra ‘umanità’?

Mikael Metthey: Uno dei punti cardine in ciò che faccio é questo domandarsi se abbiamo bisogno o meno della tecnologia e nel caso di questo lavoro la questione viene proiettata ‘in avanti’, quando le biotecnologie saranno estremamente sviluppate,  di modo che attraverso la manipolazione dei geni potremo migliorare i nostri corpi e migliorare le qualità che già abbiamo come i sensi o l’intelligenza o la memoria o le capacità fisiche. La questione qui è: se uno volesse  avere queste capacità potenziate,  dovrebbe essere nato con un codice genetico programmato secondo un scopo determinato; dunque, ad esempio, i miei genitori sin dalla concezione del mio DNA dovrebbero decidere cosa vorrebbero che venisse migliorato in me.

Le implicazioni etiche, come puoi immaginare, sono immense dato che a quel punto io crescerei  ‘preordinato’ per essere speciale ed in certo modo distante dalla normalità, diventando inevitabilmente uno sorta di scherzo della natura dato che sono stato equipaggiato con un “kit” speciale che mi consente di fare una certa cosa meglio di chiunque altro. Il che in qualche modo sviluppa il mio status e il mio ego ma al contempo distrugge le le mie capacità di integrazione.

Perciò, è giusto che un genitore imponga questo tipo di cose ai propri figli? Lo scenario che dipingo nell’opera é il momento in cui le persone che sono state ingegnerizzate si rendono conto che questo non é quello che vorrebbero essere nella vita, che vorrebbero essere normali e questo é appunto il momento in cui il design entra in gioco e crea strutture e strumenti che permettano di riposizionarsi al livello della normalità e tuttavia allo stesso tempo facendo una forte affermazione dinanzi agli altri che si sta facendo uno sforzo per nascondere le proprie qualità in modo da potersi adattare alla normalità.

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Henriette Vittadini: In questo lavoro, i prototipi che hai progettato hanno un design molto più ‘aggressivo’. Questa sorta di violenza visuale sta a rappresentare la violenza che possiamo infliggere a noi stessi nei processi di ottimizzazione che tendiamo ad inseguire?

Mikael Metthey: C’é una sorta di aspetto di auto-mutilazione nel modo in cui uno si prepara a fare dei drastici cambiamenti per migliorarsi, come in un intervento di chirurgia plastica per esempio, laddove uno può decidere di cambiare completamente la propria immagine di fronte agli altri. Per un altro verso, una persona percepirà chiaramente la distinzione netta di se stesso nel compiere queste azioni, nell’indossare queste protesi che appaiono abbastanza brutali-come tu stessa hai detto-, in questo strano atto uno comunica il vero aspetto base del progetto che è “ cosa mi è richiesto per essere normale e cosa devo dire agli altri perché mi considerino normale?”.

Henriette Vittadini: La questione riguardante cosa definisce il concetto di normalità e realtà è anche il concetto su cui si impernia un’altra mostra alla quale hai partecipato: sto parlando di Niet Normaal, tenutasi ad Amsterdam nel periodo tra Dicembre 2009 e Marzo 2010. I progetti presentati erano volti ad esplorare le istanze che delineano la definizione di normalità che culturalmente abbiamo. Vuoi parlarci del lavoro che hai preparato in occasione di questa mostra?

Mikael Metthey: La mostra di Amsterdam era centrata sulle questioni della normalità e di chi decide cosa sia normale e cosa non lo sia ed il mio contributo è stato cercare di dare alla gente il senso di uno spazio nel quale potessero immaginare un mondo in cui medicina e tecnologia sono diventate così avanzate da cancellare tutte le malattie dalla faccia della terra, eliminando così tutte le paure e gli scenari catastrofici circa la salute degli individui. Se assumi questo come scenario base, puoi immaginarti che la gente voglia sperimentare cosa significava in passato avere una malattia, vorrebbero ricordarlo in una sorta di atto nostalgico.

Lo spazio creato nella mostra era delimitato da cinque diversi attrezzi che spandevano nell’aria flussi di differenti ceppi di virus influenzali quando qualcuno vi passava davanti ed era possibile scegliere se concentrarsi su un ceppo particolare, magari per mortalità e virulenza, vedere la popolarità di questi virus… Per esempio vedere se la gente avrebbe scelto quello che aveva un odore più buono o quello più letale o se avrebbe scelto quelli che avevano un particolare significato personale, emotivo: magari qualcuno aveva un nonno che è morto di una determinata malattia, e quel qualcuno vuole sperimentarne i sintomi per comprendere com’era.

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Henriette Vittadini: Questo è l’argomento alla base di un altro tuo lavoro: The Minutine Space, dove si applica la stessa modalità di contagio a scopo fondamentalmente ricreativo, ma in questo caso l’esperienza della malattia viene vissuta in una viral area comune, dove gli individui possono provare il piacere di esperire la malattia comunitariamente (l’area virale è anche provvista di un bacino centrale dove chi sta male può dare di stomaco). Come vedi questa sorta di paradosso dato dal rendere evento sociale una situazione in cui si è naturalmente, biologicamente portati ad isolarsi?

Mikael Metthey: Ritengo che quando ti ammali, per definizione, devi affrontare un gran numero di etichette quindi puoi per esempio venire isolato, o puoi venire integrato, oppure attrarre l’attenzione di coloro che ti circondano, ma nel nostro caso penso che l’elemento grottesco nel progetto stia nel modo in cui il concetto all’interno viene banalizzato, nel modo in cui è possibile prendere un virus, goderselo e poi sbarazzarsene con la stessa facilità con cui lo si è preso. Io critico il fatto che quando si rende una cosa non più pericolosa, la gente vorrà comunque ricrearne le sensazioni, anche se in modo completamente artificiale. Si può paragonare al bungee jumping, direi, la ricerca di quella stessa botta di adrenalina ed il modo in cui la gente insegua disperatamente questo tipo di sensazioni: sentire la propria vita a rischio ed il brivido del confronto con la morte.

Henriette Vittadini: Nel momento in cui riuscissimo a sconfiggere tutte le minacce ed abbattere le barriere che la nostra natura biologica ci impone, questo distaccamento da qualsiasi legame obbligato con l’ambiente, in che stuazione saremmo? con che cosa rimarremmo?

Mikael Metthey: Rimaniamo sempre con delle domande, poichè non è mai possibile avere tutte le risposte, e quando se ne trova una, ecco che si aprono un milione di nuovi interrogativi. Credo che siamo in una sorta di disperata corsa per rispondere a quante più domande possibile, per creare quella che ritengo essere un’illusione di controllo, perchè essenzialmente non abbiamo idea di cosa ci riservi il futuro, quindi controllando i vari aspetti della vita quotidiana guadagniamo un po’ più di sicurezza, pensando che saremo meglio preparati ad affrontare il futuro. Penso quindi sia già abbondante e visibile intorno a noi il processo di fusione tra individui e tecnologia: tanto l’uso di protesi quanto l’impianto di pacemakers o qualsiasi altro processo simile, sono tutti strumenti che abbiamo per permettere a noi stessi di vivere meglio o più a lungo.

Il punto in tutto ciò è che raggiunto un certo livello di sviluppo, questo aspetto del creare tecnologie per portarci tutti ad un livello di normalità ottimale, ad un certo punto ci supera e diventa qualcosa che ci pone nuovamente al di fuori della normalità. Questo è un altro elemento ricorrente nei miei lavori: in che modo il corpo è connesso alle tecnologie? Come percepiamo il nostro corpo? Cerco di mettere le persone di fronte ad uno specchio, di dir loro: “guardate la tecnologia di cui disponete, guardate al potere che avete, siete abbastanza responsabili per utilizzarli in modo positivo?”, e voglio costringerle a prendere una decisione.

Il mio principale interesse sta nell’esplorare gli estremi: vedere quanto diversi possiamo diventare e come il nostro comportamento interferirà con la tecnologia, come creeremo nuovi modi di comportarsi; diventeremo delle persone nuove, e non solo per via della tecnologia ma per via della nostra comprensione di essa.

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Henriette Vittadini: Recentemente hai anche partecipato alla mostra intitolata Impact Exhibition (Londra, 16-21marzo 2010), dove studenti diplomati in interaction design al Royal College of Art hanno collaborato con team di ricercatori dell’Engineering and Physical sciences Research Council. Questo progetto – concretamente tradotto in un video di presentazione della figura dei Pathogen Hunters, responsabili di raccolta e monitoraggio di ‘organismi infettanti’ – è differente rispetto ai tuoi altri lavori, per via del legame più stretto tra il futuro che teorizzi e la realtà attuale e per il fatto che è il primo progetto che realizzi non individualmente. Come ti sei relazionato con il lavoro e con il team?

Mikael Metthey: Questo progetto è, come hai detto, molto differente dai precedenti, in quanto era basato su una ricerca realmente in atto ed io e la mia collega del RCA, Susana Soares lavoravamo assieme a ricercatori della Newcastle University, finanziata dell’UE per sviluppare metodi migliori per identificare rapidamente organismi infettivi.

Loro stavano lavorando specificamente per il contesto ospedaliero, ma nel momento in cui siamo entrati in contatto, abbiamo realizzato che quello su cui stavano lavorando sarebbe certamente arrivato ad diffuso nell’ambito commerciale e l’uso di questa tecnologia sarebbe probabilmente diventato globale, poichè stavano progettando apparecchi in grado di mostrare in ogni momento, in ogni luogo, la presenza di organismi pericolosi e di conseguenza anche quale livello di rischio si affronta entrando nel tale contesto o luogo.

Quindi, collaborando con loro abbiamo dovuto basarci maggiormente sulla realtà, sostanzialmente interpretando la loro ricerca, e loro hanno dovuto essere abbastanza flessibili da comprendere che non ci saremmo limitati solamente agli ospedali. Dunque proseguendo, abbiamo deciso di esplorare il concetto di Pathogen Hunter: un ruolo, un lavoro progettato da un sistema governativo e dedicato alla valutazione del rischio e dei pericoli correlati agli organismi infettivi nell’ambiente cittadino, ad alta densità demografica.

Il concetto in se è semplice: è una specie di metodo di previsione circa virus e batteri. E’ la forma con cui si effettuala comunicazione ad essere relativamente nuova ed inaudita e io penso che in un certo senso gli oggetti abbiano un effetto placebo perchè sono un modo per il governo di dimostrarci che sta attivamente facendo qualcosa per la nostra salute; un po’ come il poliziotto che cammina per la strada: una dimostrazione che si lavora per la nostra sicurezza.

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Henriette Vittadini: Il sistema dei Pathogen Hunters si basa su di una sorta di ‘comunismo biologico’ in cui ogni dettaglio organico di ciascun individuo viene prelevato ed analizzato da un’organizzazione centrale che archivia ed utilizza queste informazioni per elaborare statistiche e previsioni poi divulgate tramite bollettini statali. Ciò implica una progressiva integrazione simbiotica dell’individuo con l’apparato statale, cosa che nel futuro qui immaginato sarebbe desiderabile e necessaria. Dunque in quest’ottica, il controllo sugli agenti patogeni esercitato tramite questa ‘inquisizione preventiva’, suona un po’ come controllo sugli individui.

Mikael Metthey: Decisamente. Il Regno Unito ha la più grande banca di DNA del mondo e sta attivamente raccogliendo il DNA delle persone per scopi legali. Stanno ridisegnando la sorveglianza in modo che sia ancora più vicina alle persone che vanno protette o ricercate; quindi creare questo sistema di sorveglianza che è a tuo vantaggio genera questa strana relazione in cui tu hai bisogno della presenza del governo. Puoi scegliere di chiamarti fuori ma così facendo perdi i tuoi privilegi. Noi dal canto nostro abbiamo davvero tentato di creare aspetti di effettivo sostegno al sistema e rendere la società più cosciente dei rischi che comporta la vita in zone ad alta densità. Ma come in molti dei miei lavori, sta al visitatore interpretare il progetto in modo positivo o negativo.

Henriette Vittadini:Come approcci un nuovo progetto?

Mikael Metthey: Mi piace cominciare per esempio dai un interessante dato statistico o da un fatto che non ho incontrato prima e che voglio arrivare a conoscere meglio. E’ il caso del progetto varicella dove, prima di arrivare nel Regno Unito, non avevo mai sentito parlare di varicella-parties e quando me ne parlarono pensai che era il comportamento più bizzarro che avessi mai sentito e questo mi ha come imposto di reagire. Sostanzialmente funziona così: faccio una scoperta, qualcosa che mi prende davvero e poi cerco di formulare una risposta e tendo ad aggiungere strati di tecnologia per renderla tangibile oppure apportando modifiche estremamente sottili, a seconda del progetto.

Poi personalmente non voglio mettermi a gridare la mia opinione il più forte che sia possibile, mi piace che la gente si crei la propria opinione sulle cose, non pretendo di sapere ciò che è giusto o sbagliato. Il mio modo di produrre è tramite il fatto che voglio assorbire le cose, capirle e voglio essere in grado di tradurle in un modo nuovo. In realtà io non pianifico di presentare il mio lavoro come grottesco o ‘burlesco’ o irrazionale; cerco di sorprendere la gente con quello che già conosce ma riproponendolo in una forma che non avevano mai visto. Sono molto contento dei miei progetti quando vedo che ho in un certo senso aperto qualcuno ad una nuova prospettiva e io stesso imparo qualcosa dal progetto.

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Henriette Vittadini:Attualmente stai lavorando a qualche nuovo progetto e/o c’è qualcosa su cui ti interesserebbe lavorare?

Mikael Metthey: Ci sono un po’ di progetti che trovo piuttosto interessanti al momento che riguardano l’avanzamento delle biotecnologie ed il modo in cui ci relazioniamo alla nostra fragilità. Per esempio parlare della medicina rigenerativa e di come magari in futuro potresti perdere un braccio e non esserne tanto disturbato poichè sapresti che puoi farlo ricrescere, e come tutto ciò influenzerebbe il nostro comportamento nei confronti del nostro corpo ed i rischi che siamo disposti a correre come per esempio svolgere attività pericolose, dato che non vediamo più il pericolo allo stesso modo in cui lo vedevamo prima di avere queste specie di parti di ricambio.

Un altro progetto, più terra-terra, sarebbe l’indagine degli aspetti etici del controllo a distanza e del modo in cui le truppe americane hanno bombardato l’Iraq con aerei controllati a distanza ed il modo in cui i piloti americani controllano gli aerei da Las Vegas e bombardano l’Iraq, ed il caso estremamente curioso di un soldato che si alza la mattina, si lava i denti, saluta i figli e va al lavoro, per la difesa del proprio paese, fa tutte queste cose terribili e poi torna a casa dalla moglie e dai bambini, cena, guarda la TV come se niente fosse successo, perchè il controllo remoto può staccarti dalla realtà della situazione , che è il bombardamento di persone. Sono quindi interessato in questa relazione emozionale tra la persona che controlla la macchina e la macchina che compie queste atrocità.


http://www.interaction.rca.ac.uk:8080/people/alumni/05-07/mikael-metthey.html

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