Per la stesura di questo articolo ringrazio Andrea Di Stefano, direttore responsabile della rivista “Valori” e Mauro Meggiolaro, consulente del Gruppo Banca Etica e curatore del volume “Ho sognato una banca”, in cui intervista Fabio Salvato, presidente della Banca Etica

Riscoperta di conoscenze dimenticate, condivisione e approfondimento dei propri hobby, nuove amicizie e relazioni, esibizionismo, passatempo, ecc. La lista degli utilizzi privati dei social network, come del resto i social network stessi, è in costante ampliamento. Diversi i casi in cui i profili siano attribuibili ad attività collettive o professionali per le quali valgono principalmente le funzioni di promozione, occupazione e amplificazione della propria immagine sul web, oppure fidelizzazione e personalizzazione del rapporto con i propri clienti (si veda ad esempio la filosofia del social media – http://www.northropgrumman.com/socialmedia – espressa dalla corporate mondiale per la sicurezza Northrop Grumman).

Come sostengono Anna Munster e Andrew Murphie, della University of New South Wales di Sydney: “Web 2.0 is not an “is”, or not only this. Web 2.0 is also a verb or, as they taught us in primary school, it’s a doing word. Here’s a list of some web 2.0 things to do: apping, blogging, mapping, mashing, geocaching, tagging, searching, shopping, sharing, socialising and wikkiing. And the list goes on” (cfr. “Web 2.0: Before, during and after the event”, Issue 14, Fibreculture. http://journal.fibreculture.org/issue14/index.html. Il numero è interamente dedicato al Web 2.0).

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In tutto questo fermento relazionale non poteva mancare un social network espressamente dedicato alle reti solidali che si occupano di progetti equosolidali. Non solo quindi un sistema tecnologico di socializzazione che poggia implicitamente sulla solidarietà, ma una vera e propria community di “cittadini” che approvano, propongono, ricercano o diffondono iniziative equo-solidali e sostenibili. Il primo – e per ora unico – social network di questo genere è Zoes.it (http://zoes.it/), un’esperienza già annunciata da altri siti e blog italiani, ma che merita un ulteriore approfondimento (alcuni articoli a proposito sono stati scritt da magazine come “Isola di parole” – http://isoladiparole.blogspot.com/2008/11/zoes – “Wired” http://www.wired.it/news/archivio/2009-05/27/ – o lo stesso Digimag in passato – http://www.dgmag.it/internet/cesviamo-il-social-network-solidale-1624)

Zoes è un acronimo che sciolto significa ZOna Equo Sostenibile: “una community equosostenibile per passare all’azione cambiando i propri stili di vita”. Il progetto, promosso e finanziato da Banca Etica e dalla Fondazione Sistema Toscana è completamente funzionale dall’ottobre 2009 e ha raggiunto l’attuale popolazione di circa “10000 abitanti” come sostiene Adriana De Cesare, project manager della Fondazione sistema Toscana e responsabile del progetto di Zoes.it.

Meno user friendly e meno voyeur di Facebook, ma con una produttività di contatti maggiore, il social network è indirizzato ad iniziative comuni e concrete nella direzione della sostenibilità e della finanza etica. Privati, piccoli produttori, mercati contadini, GAS condividono e creano esperienze ecologiche che diventano sociali ed economiche, non escludendo i fenomeni di aggregazione che comunque avvengono nei social network più generalisti, ma che qui trovano un indirizzo preciso, come l’escursione in montagna o l’organizzazione di viaggi in comune per conferenze mondiali come quelle del clima di Copenaghen, magari recandosi in bicicletta.

Andrea Tracanzan, referente di Zoes per la Fondazione Culturale Responsabilità etica, intervistato da Corrado Fontana sulla rivista “Valori”, delinea in modo chiaro le tre linee guida dello sviluppo di Zoes: “Ascoltare le richieste degli utenti, fornire strumenti collaborativi agli abitanti della community, organizzare attività di formazione. Continueremo su questa strada, consapevoli che il salto di qualità della Zona equosostenibile dipende dalla capacità di essere aperti e inclusivi: la mission è promuovere comportamenti sostenibili, nuovi stili di vita, di produzione e di consumo.” (“Valori”, Maggio 2010, n.79, p.51).

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Se Zoes saprà rimanere fedele a questa filosofia, ha tutte le carte in regola per diventare un sistema aggregante di esperienze, talvolta storiche, che per loro stessa natura microcomunitaria, hanno avuto uno sviluppo a macchia di leopardo, vere e proprie isole nella rete che sono nodi di successo equo-solidale, ma che purtroppo sono difficilmente coordinabili ed energivori per qualsiasi tentativo di sintesi e comunicazione globale.

Un esempio di raccolta di queste esperienze è la rete URGENCI, un network urbano-rurale per la generazione di nuove forme di scambio tra cittadini, consumatori, piccoli contadini in un approccio economico alternativo chiamato Local Solidarity Partnerships between Producers and Consumers (LSPPC). URGENCI è nato nel 2005 in Portogallo e riunisce associazioni come l’AMAP francese, la CSA anglosassone, l’ASC del Quebec, i Teikeis del Giappone, i Reciproco in Portugal e i GAS e la “rete di economia solidale” in Italia (http://www.retegas.org/ ; http://www.retecosol.org/). Tra i suoi obiettivi ci sono quelli di “disseminare i saperi”, di formare con attività di training, di tutelare la biodiversità, di favorire l’accesso alle terre e l’inclusione sociale ed infine di sostenere il consumo responsabile.

L’utilizzo degli strumenti telematici in chiave sociale trasmette una sensazione di déjà-vu perché a molti utenti, l’obiettivo appare quello di raggiungere una socializzazione amplificata nella rete, ma l’utilizzo dei social network richiede un continuo sforzo d’analisi perché ciò che sfugge sono le dinamiche di costruzione dei nodi di connessione e della loro densità, ai quali si aggiungono, per i network equosolidali la necessaria disponibilità a partecipare ai legami associativi che ristabiliscano un equilibrio socio-economico, ad aiutare situazioni di difficoltà o di sostegno di esperienze virtuose e non ultimo l’inclusività e la gestione dei contrasti.

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A ragione, l’antropologo Dipak R. Pant, nell’editoriale della rivista “Valori” (cfr.sopra), individua 4 ingredienti fondamentali che sono risorse inestimabili per la buona vita del futuro, ma che sono al contempo minacciati dalle grandi economie:

-la qualità e la quantità delle risorse ambientali

-la rilevanza estetica del paesaggio natura e del paesaggio storicamente modellato

-l’assetto identitario e il micro-sistema affettivo (comunità piccole e comunità a contatto)

-i nuovi affari basati sulle risorse agro-alimentari, culturali e paesaggistiche e sui servizi per le comunità dislocate negli angoli più sperduti.

Secondo Pant, le reti solidali dovrebbero costituire uno strumento di progettualità condivisa del luogo-sistema: una leva comunicativa per i comuni, le province, regioni e governo centrale con gli imprenditori, associazioni civiche e la cittadinanza in generale. Le comunità solidali dovrebbero creare una cultura della sostenibilità, della coesione e condivisione sociale e contribuire già in prima battuta alle impalcature legislative in materia di investimento dei fondi equo solidali, fino a correggere tempestivamente le distorsioni e gli sprechi.

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Aggiungiamo che le reti, quando ben intrecciate, potrebbero garantire una dinamica di inclusività, di dinamicità ed elasticità necessarie al ruolo multidimensionale degli attori sulla scena globale; una risorsa di coesione modulare che permetterebbe alle esperienze virtuose di emergere come protagoniste nei flussi economici globali, senza per questo venirne snaturate o schiacciate.


http://zoes.it/

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