Il fatto che la musica stimoli le nostre componenti emotive e che i suoni guidino il nostro avvicinarci al mondo per conoscerlo non è una novità. Tanti ne hanno parlato e studiato gli effetti sulla memoria, sulle reazioni affettive involontarie e le relazioni che si instaurano fra l’ascolto e gli stimoli di piacere.

La musica ha una funzione sociale, una politica e soprattutto, secondo alcuni, una evolutiva. Il lavoro sui suoni, il sentirli e il provare a generarli, i tentativi di gestire brevi forme chiuse e frasi ritmiche, la scoperta dei timbri e delle cavità risonanti, fino alla voce, ha dato un contributo essenziale nello sviluppo della mente umana e della socialità della specie. Ha stimolato, secondo Darwin, un percorso di astrazione e comunicazione, finalizzato alla procreazione, che ha posto le basi per il linguaggio verbale.

La filosofia, l’etnomusicologia e gli studi recenti di neurologia hanno intrecciato dei contributi approfonditi su questo tipo di tematiche mostrando chiaramente lo sviluppo di processi evolutivi, immaginativi e simbolici legati al sonoro. Negli anni più recenti in particolare si è potuto notare come le neuroscienze abbiano portato con sé una serie di risposte a domande che da anni ci si poneva, riguardanti i meccanismi messi in moto nel momento dell’azione e della ricezione.

Non solo, hanno posto un tassello importante, secondo alcuni studiosi (vedi Rizzolatti-Sinigaglia – “So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio” – Cortina, Milano 2006) negli gli studi filosofici sulla percezione: i neuroni visuomotori motivano, o più correttamente mostrano, l’intenzionalità d’atto e quella di comprensione, la comunicazione del corpo basata sul gesto prima ancora che verbale.

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Il campo musicale si presta ad essere approfondito da tutti questi punti di vista per diversi motivi, primo fra tutti la sua stessa inafferrabilità: la musica svanisce nel momento in cui la si ascolta; non ha la chiarezza della visione, ma può informarmi di qualcosa nell’assenza. La potenza espressiva e immaginativa dei rumori è in grado di stimolare la mia emotività: posso sentire ciò che non vedo e lavorare con la fantasia (ad esempio sento i miei vicini di casa che litigano o sento il tintinnare delle loro forchette quando mangiano).

Le pubblicazioni che si avvicinano a questo tema sono molte, anche in Italia. Poche però riescono a dare un respiro ampio alla questione senza confondere il rigore di un serio approfondimento con la volontà di esoterismo, costruendo una seria e ragionata bibliografia che possa stimolare nuovi percorsi di ricerca. Soprattutto poche sono quelle che riescono a generare un cortocircuito nel lettore, presentando le tematiche senza semplificarle e rendendone avvincente sia la complessità concettuale che l’attualità.

Vorremmo citare alcuni libri, oltre il volume di Silvia Bencivelli, “Perché ci piace la musica. Orecchio, emozione, evoluzione” (Sironi Editore, Milano 2007) utili per comprendere più a fondo la questione che si cerca di affrontare sul rapporto tra la musica, la comunicazione e l’emozione. Il primo è Oliver Sacks, “Musicofilia”, Adelphi, Milano 2008; il secondo è di Daniel Levitin, “Fatti di musica. La scienza di un’ossessione umana”, Codice Edizioni, Torino 2008; il terzo di Silvia Vizzardelli, “Filosofia della musica”, Laterza, Roma-Bari 2007.

Silvia Bencivelli è medico e giornalista scientifica freelance. Ha studiato a Pisa e a Trieste, dove ha frequentato il Master in Comunicazione della scienza della SISSA. Fa parte della redazione di Radio3 Scienza, il quotidiano scientifico di Radio3 Rai. Collabora inoltre con l’agenzia di giornalismo scientifico Zadigroma, con numerose testate nazionali e con De Agostani scuola.

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Simone Broglia: Come è nata l’idea di affrontare questo tema di studio?

Silvia Bencivelli: A dire tutta la verità, è stato quasi un caso. Mi sono trovata per le mani (e non dirò come, nemmeno sotto tortura) uno speciale di “Nature Neuroscience” interamente dedicato alla musica. Così mi sono accorta di quanto fosse interessante l’argomento, di quanto mi stuzzicasse la domanda: perché agli esseri umani piace una roba tanto inutile, tanto immateriale, tanto faticosa e dispendiosa come la musica?

Perché, anche adesso, in redazione, siamo qui che ci sentiamo un mambo e ci muoviamo sulle sedie a tempo, mentre ciascuno di noi scrive, telefona, legge, fa ricerche per le prossime puntate di Radio3 scienza? E poi ho suonato il violino per tanti anni, e la viola in un quartetto amatoriale e in un’orchestra di dilettanti. Ho smesso al terzo anno di università (facevo medicina), quando non riuscivo più ad avere il tempo per tutto. Ma mi è rimasta una grande curiosità e una grande attrazione per la musica, anche dal punto di vista teorico. Non parlo solo del solfeggio.

Simone Broglia: Hai fatto fatica a reperire materiale per il libro?

Silvia Bencivelli: Abbastanza. Quando ho cominciato non esistevano pubblicazioni sull’argomento destinate al grande pubblico, al massimo qualche articolo qua e là. Mio padre dice che è stato un po’ come il PhD che non ho mai preso: ho scaricato centinaia di articoli, mi sono comprata libri di university press americane difficilissimi e lunghi da morire. Sono anche stata a un congresso in Germania, per inseguire gli autori delle ricerche più interessanti, che in quel momento erano diventati i miei eroi.

E poi ho avuto (e ho ancora) una gran paura di sbagliare. Le parti dedicate all’inquadramento teorico del problema contengono un sacco di fisica e di teoria musicale seria, e io quella ammetto di non averla mai capita fino in fondo. Mentre quelle sul cervello sono scivolose per natura, spesso sembrano contraddirsi. Lì mi sono un po’ rotta la testa, poi sono arrivata alla conclusione che l’importante è usare il buon senso, per separare il grano dal loglio che in queste ricerche si trova a manciate.

Simone Broglia: Le neuroscienze da qualche anno stanno avendo un notevole successo? Come mai a tuo parere?

Silvia Bencivelli: Io le trovo molto affascinanti. Sono una sintesi di diversi ambiti scientifici che finora viaggiavano separati (in un laboratorio di neuroscienze ci trovi fisici, informatici, medici, biologi, psicologi…) e poi hanno dato una base oggettiva e quantificabile alla psicologia. Certo che, per me che faccio la giornalista, hanno anche l’indiscutibile vantaggio, ehm…, di vendersi bene. Sono affascinanti, ma si prestano anche al racconto facile, romanzato. È una faccenda delicata ed è per questo che se si vuole affrontarle con serietà bisogna avere molto occhio, molta pazienza, e qualche amico fidato tra i neuroscienziati autentici. Dietro l’angolo c’è la cosiddetta PopEp cioè la psicologia evoluzionistica pop, quella poco scientifica, quella che ti spiega le ragioni dello shopping compulsivo o dell’attaccamento tra fratelli, ma molto spesso si tratta di roba senza fondamento che ha l’unico pregio di essere tanto graziosa se messa in prima pagina.

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Simone Broglia: La diffusione degli studi sulle neuroscienze forse deriva anche dalla fortunata scoperta dei neuroni specchio, o visuomotori. Questa componente del cervello ha a che fare con la musica?

Silvia Bencivelli: Beh, non è solo merito dei neuroni specchio. Quelli sono riusciti a sfondare, per una qualche ragione poco chiara anche a chi fa il mio mestiere: sono riusciti a diventare famosissimi nel grande pubblico e ad attirare moltissime attenzioni. E forse anche a dare un bel lustro a tutte le neuroscienze. Però oggi si rimprovera loro di avere un po’ esagerato. Di essersi proposti come spiegazione di un po’ troppe cose, di essere diventati pop, anche loro.

L’estate scorsa c’è stata un’interessante querelle tra neuroscienziati (o forse farei meglio a dire accademici, visto che di mezzo ci sono anche questioni di finanziamento delle ricerche) che non è rimasta confinata tra gli addetti al settore e ha rivelato qualche magagna sul luminoso percorso delle neuroscienze. Comunque, per la musica, i neuroni specchio hanno sicuramente un ruolo importante. Come in tutte le attività motorie hanno grandi meriti nell’apprendimento, nell’imitazione. Probabilmente anche nell’ascolto.

Simone Broglia: Molto diffusa è la teoria alfabetica di sviluppo della capacità di astrazione nella cultura occidentale. Che legame c’è tra musica e astrazione e che ruolo ha avuto nello sviluppo cerebrale della specie?

Silvia Bencivelli: C’è chi dice che sarebbe stata proprio la musica a renderci umani. Perché la musica (cioè, attenzione: i primi sistemi di comunicazione umana, che erano, secondo alcuni, caratterizzati dall’emissione di versi con la bocca capaci di dare ad altri individui informazioni non standardizzate e complesse) è un esercizio di astrazione. Non dice niente di concreto, ma utilizza diverse parti del cervello, le mette in moto, le coordina. Bisogna però distinguere l’ascolto della musica dall’esercizio della musica.

L’ascolto, oggi, per noi, è un’esperienza ubiquitaria e costante. Modifica il nostro umore, oppure si adatta a lui (se possiamo scegliere che cosa ascoltare), ma non ha effetto sulla struttura del nostro cervello. Invece suonare uno strumento cambia anche il rapporto tra pezzi di cervello: un violinista, per esempio, ha una rappresentazione corticale della mano sinistra (cioè una parte di cervello riservato al suo movimento, quindi anche alla precisione e alla rapidità con cui la usiamo) superiore rispetto a un ballerino di tango, per dire.

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Simone Broglia: Quindi anche il legame tra musica e comunicazione è essenziale per comprendere i rapporti umani?

Silvia Bencivelli: La musica è comunicazione. Può essere comunicazione di stati d’animo, oppure può sancire l’appartenenza a un gruppo, per esempio. Anche quando l’ascoltiamo da soli, con le nostre cuffiette, stiamo comunicando con noi stessi oppure lasciamo che l’mp3 ci comunichi qualcosa in quel momento. È per questo che la maggior parte delle teorie sulla sua nascita e sul suo successo presso la nostra specie si rifanno alla comunicazione.

Dicono, più o meno, che la musica abbia reso coesi i nostri gruppi e, per chi vuole che abbia preceduto lo sviluppo del linguaggio, che abbia permesso ai nostri antenati di capirsi prima di avere le parole per farlo. Comunque attenti, anche qui: i panorami cambiano moltissimo a seconda di come si definiscono i termini del problema, cioè da come si definiscono musica e linguaggio.

Per esempio: va bene a tutti dire che una canzone è una vocalizzazione complessa appresa e priva di contenuto semantico? In questo caso, dobbiamo riconoscere che esistono altri animali che cantano e non sono molto vicini a noi, dal punto di vista filogenetico. Però attenzione, perché canzone non è musica e musica non è soltanto suono. Dunque i confini della questione sono sfumati e complessi. E il rischio di precipitare nella popEp si fa paurosamente concreto.

Simone Broglia: È interessante anche vedere la comunicazione materna e l’apprendimento da parte del bambino. Che ruolo ha la musica nella stratificazione delle esperienze della persona e cosa resta nella crescita?

Silvia Bencivelli: La musica accompagna la nostra vita ed è una delle prime cose belle che impariamo ad apprezzare. I bimbi molto piccoli cominciano col fare la sirena con la voce, oppure modulano la lallazione come se cantassero. E in effetti cantano. Hanno capito che è una cosa piacevole e ci giocano. Per questo apprendimento spontaneo, esattamente come è per il linguaggio parlato, non serve sedersi su un banco di scuola.

Basta vivere tra altri uomini. Poi arriverà la crescita e la consapevolezza di avere a che fare con un sistema di comunicazione che non passa messaggi precisi, come le parole, ma che ha a che fare con emozioni e sentimenti. E si comincerà a distinguere. Ci sarà, poi, chi deciderà di studiarla (nel nostro mondo, tutti ascoltiamo ma pochi suonano).

Però per tutti ci sarà un background di esperienze e memorie che saranno determinanti nella modellazione dei nostri gusti e della nostra cultura. Io sono nata alla fine degli anni settanta e ascolto ancora quel rock britannico dell’inizio degli anni novanta, cioè dei miei anni del liceo!

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Simone Broglia: Il fatto che la musica comunichi anche emotivamente è chiaro, ma ciò che vorrei capire è da cosa dipende la condivisione delle reazione emotiva, da cui deriva anche il poterla comunicare.

Silvia Bencivelli: Dipende dal fatto che siamo umani. Noi uomini abbiamo un forte senso della comunità, siamo empatici, viviamo in gruppo, soffriamo la solitudine e l’isolamento. E la musica è uno dei veicoli della nostra socialità. Aver capito che (e come) le note influenzano il nostro umore non è stato affatto banale, perché si è visto che si tratta di uno stimolo per le aree della gratificazione del nostro cervello, quelle che si attivano quando facciamo qualcosa di buono dal punto di vista evolutivo (cioè quando mangiamo e facciamo sesso, attività lodevoli che la natura ci incoraggia a perseguire con entusiasmo, visto che sono le uniche garanzie del successo della specie).

Questo può voler dire due cose: o anche la musica è, o è stata, un vantaggio per noi esseri umani, oppure la musica (come del resto la droga e la masturbazione) è un fenomeno che ha avuto successo perché è stato capace di parassitare proprio quei circuiti. Cause ed effetti si incrociano, insomma. E forse non riusciremo mai a trovare il bandolo della matassa.

Simone Broglia: In conclusione vorrei chiederti qualcosa riguardo la musicoterapia. Che radici ha e come si è evoluta?

Silvia Bencivelli: Ho il sospetto che la risposta più onesta sia semplice: la musicoterapia è sempre esistita, solo che non la chiamavamo così. In fondo, anche le ninna nanne sono una forma di musicoterapia. Servono a calmare il bimbo e a farlo dormire. Solo che oggi c’è un tentativo concreto di inserirla in ambito clinico con basi scientifiche condivise, che la rendano uno degli strumenti concreti della clinica e non una roba improvvisata dal fricchettone di turno. Per i bambini con difficoltà espressive, ma anche per gli adulti con problemi di umore o di coordinamento, e in tante altre situazioni, la musicoterapia sta avendo sempre più successo.

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La musica, invece, senza terapia dietro, non si usa in ambulatorio o in un luogo protetto: la possiamo ascoltare sempre e dovunque. Sembra una cosa normale, ma è un carattere straordinario che solo noi uomini sembriamo possedere: il dono più misterioso che la natura ci ha dato, come diceva il vecchio Charles Darwin.

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