Docente di New Media Art all’Università della California, artista, graphic designer, Lev Manovich non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Il suo primo libro, “Il linguaggio dei nuovi media” (uscito in Italia nel 2002 per le Edizioni Olivares) è stato un punto di riferimento per tutti coloro – teorici, artisti, comunicatori, designer, che già erano immersi nelle cosiddette “nuove tecnologie” o cominciavano, anche da lontano, a percepirne la portata rivoluzionaria.

A distanza di dieci anni, con la diffusione sempre più capillare del digitale, grammatica ormai consolidata del tardo capitalismo, Lev Manovich decide di analizzare e ripercorrere la storia di quella che è adesso la “nostra interfaccia con il mondo”(1): il software.

Dai pionieri degli anni ’60-’80 fino alla rivoluzione dei social media degli ultimi cinque anni, “Software Culture” (2010, Edizioni Olivares) è uno zoom sulla tecnologia che ha messo in scacco le differenze tra i media dando vita piuttosto a un “metamedium” (2), il computer, a cui ormai affidiamo memoria, immaginazione, desideri, identità.

Lev Manovich ha presentato il libro in anteprima a Milano per Meet The Media Guru il 16 Aprile scorso, in una sala gremita di ascoltatori tra studenti, teorici, professionisti dei nuovi media.

Il giorno stesso ho avuto quindi l’onore di intervistarlo, come risultante di un progetto di analisi critica del suo nuovo lavoro concertato direttamente tra Digicult e l’editore Olivares, non solo cercando di ripercorrere i punti cruciali del libro, ma facendomi raccontare i nuovi progetti della Software Studies Initiative, laboratorio di ricerca sulla “software society” che dirige al California Institute for Telecommunications and Technology.

numero54_Lev Manovich 02

Giulia Simi: Se lei è d’accordo, vorrei partire, seguendo il percorso del libro, dalla storia dei primi ricercatori, dei pionieri. Una storia decisamente affascinante perché parla di sogni, di utopie, come l’utopia del controllo degli strumenti creativi da parte degli utenti…

Lev Manovich: Certamente. Non solo il controllo, ma il fatto che gli utenti fossero in grado di scrivere da soli il loro software. Quella è la parte che si è rivelata più difficile – non che non si potrai mai fare – ma si sta dimostrando effettivamente molto più difficile di quello che si aspettavano.

Giulia Simi: Sì, ma è proprio questo il punto. Penso che oggi siamo assai lontani da quell’utopia. Nessun utente comune è in grado di progettare il proprio software, ma forse è proprio questa la direzione del futuro?

Lev Manovich: Nel libro il lettore si trova di fronte a persone che si facevano proprio questo tipo di domande. Persone come Alan Kay, che è una delle figure centrali in questa storia. Certo, c’erano altre persone altrettanto importanti, come Ivan Sutherland, Ted Nelson e altri, ma molti di loro erano preposti alla progettazione di nuovi strumenti per professionisti e scienziati.

La ragione per cui mi sono concentrato particolarmente su Alan Kay è che lui, avendo un background da musicista ed essendo molto interessato anche alla psicologia e in generale alle scienze umane, ha messo un’enfasi particolare sui processi creativi legati all’arte e all’immaginazione. Non era così preoccupato dal lato professionale. Tra l’altro pare che fosse influenzato dalle teorie di Marshall MacLuhan. Insomma, possiamo dire che aveva una pratica più teorica rispetto agli altri.

Credo che la sua visione fosse in qualche modo divisa in due parti: da una parte, cercava di capire il funzionamento del computer e del software a livello professionale, dall’altra era fortemente interessato ai linguaggi di programmazione, al capire come permettere agli utenti di poter sperimentare con questi strumenti.

Ecco, potremmo chiederci: “che fine ha fatto questa sua visione?” Bisogna ricordarci che quando Alan Kay scrive queste cose (Manovich si riferisce in particolare all’articolo “Personal Dynamic Media”, scritto a quattro mani con Adele Goldberg, ndr) siamo nel 1977, ovvero molto tempo prima della rivoluzione del personal computer.

Possiamo constatare quindi che in parte la sua visione è stata realizzata. Già dai primi anni Novanta molti artisti lavoravano con i computer ed era già sviluppato l’uso dei media digitali nei campi delle arti visive. Per gli utenti che potremmo definire “qualificati”, ovvero chi per lavoro, passione, studio ha raggiunto una buona pratica di questi strumenti, la visione di Kay è in parte realizzata. Pensiamo per esempio ai numerosi studenti che lavorano su Processing.

numero54_Lev Manovich 03

Giulia Simi: Vorrei passare a un altro importante concetto che ha evidenziato nel suo libro, quello di Deep Remixability. Lei parla infatti di una trasformazione rivoluzionaria della cultura visuale che coinvolge l’ibridazione dei media, non solo a livello più superficiale, quello dei contenuti, ma appunto a livello più profondo, quello delle tecniche.

Il software infatti permette ai media di condividere una stessa grammatica, uno stesso linguaggio. Ecco, lei cita McLuhan nella famosissima espressione “Prima modelliamo i nostri strumenti, poi essi modellano noi”. Possiamo quindi pensare che questa deep remixability, questa nuova cultura visuale abbia influito nelle nostre forme di immaginazione, nei nostri sogni, nelle nostre identità?

Lev Manovich: Questa è un’altra eccellente domanda. La prima cosa che vorrei dire è che questo fenomeno di deep remixability – tra l’altro, un’espressione della quale non sono particolarmente soddisfatto, ma non riesco a trovarne altre appropriate – non è limitato alla cultura visuale. Per esempio, penso al suono. Se uso qualsiasi programma di editing audio avrò dei filtri a disposizione. Uno di questi filtri potrebbe essere l’eco.

Ora, che cos’è l’eco? E’ qualcosa che esiste nel mondo fisico: attraverso un meccanismo particolare all’interno di uno spazio preciso ottieni l’eco. Quello che succede è che questo fenomeno, questo “artificio”, viene trasformato in una specie di algoritmo che adesso può essere applicato a qualsiasi cosa. Posso scrivere cioè una qualunque composizione ed applicare l’effetto eco.

Questo stesso fenomeno è applicato anche ad altri campi, dove le persone, attraverso materiali diversi che condividono le stesse proprietà, riescono a creare qualcosa di flessibile e allo stesso tempo forte come l’acciaio. Non ho sviluppato ancora molto queste idee, ma è interessante pensare a come fenomeni simili accadAno in campi disciplinari differenti. Torniamo alla domanda sull’immaginazione. Penso che già ne “Il linguaggio dei nuovi media”, che risale a 10 anni fa, mi chiedevo se la nostra immaginazione fosse in grado di assumere nuove forme o se piuttosto stiamo ancora utilizzando i nuovi media per esprimere noi stessi attraverso modelli che hanno 500, 1500, o 2000 anni.

Penso che nella maggior parte dei casi la risposta potrebbe essere sì. Per esempio stiamo realizzando immagini con una prospettiva lineare, che è ormai un modello di rappresentazione vecchio di 500 anni. Certo, abbiamo sviluppato anche nuove forme, penso all’ipertesto o allo spazio virtuale, e sicuramente abbiamo anche nuove simulazioni.

Perché se è vero che il gioco fa parte delle nostre vite da migliaia di anni è vero anche che la differenza con alcuni degli attuali computer games è enorme: questi sono in grado infatti di inserirti in uno spazio interamente simulato ed immersivo, cosa che appare a tutti gli effetti come un nuovo fenomeno.

In generale, penso che una delle ragioni per cui una larga parte del nostro vocabolario di abilità e funzioni proviene dal quindicesimo secolo sia perché abbiamo delle industrie di massa estremamente potenti, come il cinema, la stampa, l’editoria etc, che lo usano di base nei media distributivi. L’iPad certo costituisce un buon esempio…

numero54_Lev Manovich 04

Giulia Simi: Ecco, visto che è stato lei stesso a nominare l’iPad sono curiosa di sapere cosa ne pensa, sia del dispositivo sia degli accesi dibattiti che si sono sviluppati intorno alla Apple, che sembra dimostrarsi sempre più caratterizzata da un atteggiamento di chiusura.

Lev Manovich: Beh, in realtà ho scritto qualcosa sul mio Facebook (3) a proposito dell’iPad, note brevi che ho postato appena uscito. Pensavo appunto ad Alan Kay e alla sue idea, di cui abbiamo appena discusso, quella di una società nella quale le persone siano in grado non solo di leggere ma anche di scrivere il proprio software, e ho scritto questo testo un po’ ironico. Quando il primo Mac uscì, ovvero nel 1984, le persone lo criticavano. Dicevano: è una fantastica applicazione del software ma nasconde le vere potenzialità del computer agli utenti.

Bene, quello che è successo con l’iPad è in un certo senso un passo indietro, perché tutti dicono che non contiene abbastanza applicazioni GUI, ed è vero che in fondo è progettato decisamente come macchina di consumo. E’ difficilissimo per esempio spostare i file da dentro a fuori e viceversa. Se vuoi portare i file dentro e fuori devi sbloccarlo da solo o sincronizzarlo con un computer che usa iTunes, il che significa che sei costretto ad avere comunque un computer.

Bisogna dire però che questa è la prima versione. Quando l’iPhone uscì per la prima volta non aveva il 3G per esempio. La mia sensazione è quindi che non dovremmo emettere giudizi affrettati.

Sicuramente la Apple non ha intenzione di sostituire completamente il laptop, altrimenti nessuno lo comprerebbe più. Vuole creare una nuova categoria di prodotto. In qualche modo diventa un perfetto modello semiotico per parlare di marketing, dove tutti i segni devono essere differenti l’uno dall’altro. Tutti i settori merceologici devono essere diversi, altrimenti non esisterebbero.

numero54_Lev Manovich 05

Giulia Simi: Un altro concetto fondamentale è quello di “scale”. Lei parla di come la grandissima quantità di contenuti che ormai esiste in rete abbia abbattuto la differenza tra centro e periferia ma anche tra professionisti e non professionisti. So che sta portando avanti un’interessante ricerca, Cultural Analytics, che è strettamente legata a questo concetto. Le va di parlarcene?

Lev Manovich: Certo. Questo progetto, Cultural Analytics (4), che sto portando avanti all’interno della Software Studies Initiative, ha comunque dei legami con il libro. I libro infatti affronta i diversi stadi del software culturale. C’è un primo stadio, quello dell’invenzione, che va dal 1960 al 1975/78 – il primo word processor è del 1977 – un secondo stadio, quello della diffusione – pensiamo per esempio ai software professionali: Photoshop è del 1990, After Effects del ’93, Final Cut del ’95 – e poi c’è un terzo stadio, quello dei social media.

Non so bene come chiamare tutto questo, forse democratizzazione. Possiamo notare che il secondo stadio riguarda il software professionale, come Final Cut, mentre lo stadio finale riguarda il software per tutti, laddove troviamo tra l’altro numerosi strumenti che non hanno neanche un nome, come i software di calcolo che ti permettono di cercare all’interno dei tuoi file. Che cos’è l’applicazione Photos dell’iPhone, se non un software integrato nell’interfaccia che ti permette di vedere e cercare le tue foto?

Quindi potremmo dire: quali sono gli effetti di questa diffusione? L’effetto principale è che ci sono milioni di persone che usano questi strumenti, con i quali realizzare contenuti è diventato semplicissimo. Ormai con pochissimo sforzo copiamo e salviamo qualsiasi cosa, possiamo anche fare un disegno con estrema facilità, così il risultato è che milioni di persone sono diventate produttori di contenuti culturali.

Si potrebbe dire che le persone hanno sempre creato contenuti culturali, persino 5000 anni fa. La differenza però è che adesso esistono sotto un unico codice, quello digitale, e se vai online le puoi vedere.

Se vai su Deviantart per esempio (una community di aspiranti artisti e graphic designer, ndr) ci sono un centianio di milioni di immagini. E sono semi professionali. Ecco, tutto è diventato visibile. La creazione di contenuti è divenuta visibile e quindi analizzabile.

Ma in che modo possiamo veramente dar conto di questa cultura contemporanea? Penso subito alla scienza, perché gli scienziati hanno dovuto affrontare il problema dell’enorme quantità di dati per anni. Ecco, una delle idee che sta dietro l’invenzione del computer è che possa metterci in grado di gestire un’enorme quantità di informazioni.

Ma cosa è successo veramente che ci ha portato verso una tale esplosione di informazione? Per rispondere alla domanda e capire se il software sia la reale causa di questa esplosione di contenuti culturali, abbiamo bisogno di comprenderlo. Per questo mi è stata data la possibilità di usare il computer e i suoi strumenti correlati per cercare di costruire una sorta di mappa. Ho cominciato il lavoro circa due anni fa e sta andando bene, abbiamo avuto già sei finanziamenti.

Nel mio team ci sono persone che lavorano a San Diego e a Singapore. Il progetto a cui stiamo lavorando adesso è appunto incentrato su Deviantart. Sono stato contattato da una studiosa che attualmente lavora ad Amsterdam che mi ha detto: “Sono stata ispirata dal tuo lavoro.

Ho pensato: smettiamo di guardare piccole quantità di immagini prodotte da poche persone, osserviamole tutte.” Deviantart in effetti ha milioni di immagini, ma spero che nei prossimi mesi riusciremo ad avere una panoramica di quello che le persone creano realmente. Per adesso posso dire che questa cosa mi sta quasi deprimendo, perché abbiamo scoperto che esiste uno studente che già nel 2006 aveva realizzato un progetto in cui aveva salvato 100.000 pagine di Myspace.

Tra l’altro ha commentato dicendo: “Non posso vederle, mi deprimono. Le persone hanno davvero pessimo gusto, non hanno alcun background creativo, quindi le immagini che creano sono davvero terribili.” Ma io penso che dobbiamo farlo lo stesso, è una nostra responsabilità.

numero54_Lev Manovich 06

Giulia Simi: Ecco, ma possiamo interpretare questo tipo di lavoro come una sorta di semiotica della cultura visuale, attraverso una forma di visualizzazione grafica?

Lev Manovich: Domanda interessante, perché in realtà questo progetto è nato proprio dalla mia frustrazione per la semiotica. Penso infatti che rappresenti un modo possibile per permettere alla semiotica di fare un passo in avanti. Dal primo articolo di Roland Barthes del 1956, ovvero lo stesso anno in cui è stato pubblicato anche il primo articolo di computing and processing, sono passati più di cinquant’anni.

Ecco, in tutto questo tempo gli studiosi hanno osservato le immagini cercando di capire cosa significassero, quali fossero gli elementi che le componevano per accorgersi poi della complessità generale di questo tipo di analisi data dal fatto che le immagini sono molto diverse dalle parole, non hanno un linguaggio fisso, stabile.

Penso che per analizzare un’immagine dovremmo guardarne tante e cercare all’interno i cambiamenti delle varie componenti. E’ un tipo di approccio diverso, più legato al movimento, al processo. A pensarci bene la maggior parte della cultura si comporta in modo simile. Facciamo movimenti e i nostri movimenti sono continui, come quelli di un danzatore. Allo stesso modo le immagini sono continue.

E il modo in cui in realtà descriviamo e misuriamo un fenomeno continuo, può essere solo attraverso il rizoma digitale. E’ un processo che in realtà comincia esattamente dove la semiotica sbatte contro un muro, ovvero nella capacità di descrivere i processi continui.

Giulia Simi:Una domanda obbligatoria sui social media, a cui è dedicata la terza parte del suo libro, e in particolar modo la relazione tra aziende e consumatori, che nel web 2.0 si sono trasformati in produttori di contenuti. Lei parla a questo proposito di “stretegie” di mercato che sono diventate “tattiche”, citando De Certau e la sua analisi sociologica descritta ne “L‘Invenzione del Quotidiano”. Ovvero, le aziende hanno imparato ad essere flessibili e quindi “tattiche” mentre i cittadini-consumatori-produttori sono diventati visibili, mappabili e quindi in qualche modo più “strategici” …

Lev Manovich: Ultimamente le tattiche sono sempre più celebrate. E’ diventato ormai un modo di fare business. De Certau ha pubblicato questo libro, “L’invenzione del quotidiano” nel 1984 (l’ed. originale francese è del 1980, ndr), lo stesso anno che uscì il primo Macintosh. Chiediamoci quindi: cosa stava succedendo in quell’anno? Ecco, tra l’84 e l’85 c’è stato probabilmente il culmine della cultura di massa, della cultura commerciale, in grado di raccogliere i trend delle subculture e di renderle commercializzabili.

Ogni pratica di resistenza diventava immediatamente parte del mercato, un prodotto di consumo. Questo accadeva già in quegli anni, e i social media hanno solo partecipato a questo processo, anche se dobbiamo dire che ci sono delle differenze.

numero54_Lev Manovich 07

Giulia Simi: E quali potrebbero essere le tattiche di resistenza dei cittadini nei confronti del mercato nell’epoca dei social media?

Lev Manovich:Possiamo dire intanto che, sebbene le tattiche siano diventate strategie, in fondo rimangono sempre tattiche. Ovvero, le persone possono organizzarsi e protestare se lo vogliono. Si possono mandare sms, si possono invitare persone alle proprie conference via Facebook. Ecco, suppongo che Facebook stia facendo soldi con la pubblicità al momento, ma la domanda è: quale sarà la prossima “big thing”? I social media sono esplosi tra il 2004 e il 2005.

Io ero presente alla famosa conference in cui Tim O’ Reilly coniò il termine social web 2.0. Quello fu l’inizio di un nuovo paradigma. Da allora non ho visto grandi cambiamenti, perché ancora il mi sembra un sistema in grado di attrarre notevole energia. Sì, abbiamo tool di micro-content come Twitter, ma alla fine l’idea alla base è sempre la stessa: creare una piattaforma di socializzazione.

Sappiamo che le persone sono preoccupate dall’ambiente, dall’ecologia, ma non so dire come questo tipo di discorso possa influire sulle forme della comunicazione, che impatto possa avere sui social media non in termini contenutistici quanto in termini formali.

Giulia Simi: Un’ultima domanda sull’arte. Cosa pensa dell’arte contemporanea nell’ambito della software culture e quale futuro prevede per essa?

Lev Manovich: L’arte ha perso già dagli anni Ottanta i suoi tratti distintivi rispetto ai media commerciali, i quali hanno adottato l’animazione astratta, l’installazione e altre tecniche e strategie prendendole proprio dall’arte moderna e contemporanea. In ogni caso, il nuovo processo è cominciato negli anni Novanta, quando gli artisti dei paesi globalizzati emergenti hanno compiuto velocemente il passaggio da forme d’arte tradizionali a un linguaggio iper-contemporaneo. Questa espansione dell’universo artistico non ha però portato risultati di crescita in termini di qualità.

numero54_Lev Manovich 08Oggi vediamo molte opere d’arte sicuramente interessanti e divertenti, ma niente è innovativo allo stesso modo in cui lo sono per esempio i laboratori di Google. Non è difficile capire perché. L’arte utilizza infatti le stesse strategie e gli stessi assunti di trent’anni fa. Installazioni site specific, video, strategie concettuali, ironia, critica sociale e certamente della buona pittura e della buona fotografia.

Ma questo esiste già da un bel po’. Ovvio che l’arte contemporanea andrà avanti, aumenteranno le Biennali e verranno aperti altri musei. Ed è proprio grazie a questa grande quantità di produzione che qualche volta troviamo anche ottimi lavori, lavori che riescono ad emozionarci e a conquistarci. Qualche volta…


http://www.manovich.net/

http://lab.softwarestudies.com/

http://www.meetthemediaguru.org/

(1) Lev Manovich, “Software Culture”, Edizioni Olivares, Milano, 2010

(2) L’analisi approfondita del concetto di metamedium in riferimento al computer occupa tutta la prima parte di Software Culture.

(3) Le note inserite nella pagina di Facebook di Lev Manovich sono pubbliche. Consiglio quindi la lettura di “From Sketchpad to iPad” per un’approfondimento.

(4) Per la comprensione più dettagliata della ricerca consiglio di consultare la sezione “projects” del sito dedicato al laboratorio di ricerca Software Studies Initiative: http://lab.softwarestudies.com/2008/09/projects.html

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn