performingart_mariachatzichristodoulou06
If Not You Not Me. Annie Abrahams E La Vera Vita Nei Networks

La personale di Annie Abrahams dal titolo If Not You Not Me, tenutasi dal 12 febbraio al 20 marzo 2010 presso l’HTTP Gallery di Londra, è stata motivo di ispirazione proprio per la sua sensibilità nell’interconnettività, sottile e quasi low-tech. È la prima volta che una sua personale viene allestita nel Regno Unito. Annie Abrahams è un’artista che opera prevalentemente in Francia ed è un’antesignana nel settore delle networked performance in interconnessione.

In vista della personale la Abrahams ha realizzato tre nuovi progetti. Per tutta la durata della mostra sono stati esposti – riscuotendo un gran successo – anche alcuni documentari sui lavori precedenti dell’artista. Si vedano per esempio le opere più celebri, quali: One the Puppet of Other (2007) e The Big Kiss (2008).

Shared Still Life / Nature Morte Partagée si è rivelata essere l’opera d’arte di maggior rilievo tra i nuovi progetti creati da Annie Abrahams in occasione della mostra Londinese. Questo lavoro consisteva in un’installazione telematica che metteva in collegamento l’HTTP Gallery di Londra con Kawenga – territoires numériques di Montpellier, in Francia. L’opera nella sua semplicità è stata essenziale, di una “nudità” quasi austera: un tavolo, uno straccio per la polvere, una pianta, della frutta, un orologio, un dizionario e un display a LED erano più o meno gli oggetti che la componevano.

Ma non è finita qui, c’erano, infatti, anche: evidenziatori, fogli di carta, gommine di plastilina adesive e pastelli a cera, messi a disposizione dei visitatori che intendevano partecipare attivamente all’opera, dipingendo, scrivendo messaggi, disegnando e lasciando delle tracce scritte che attestassero il loro passaggio. Inoltre, i visitatori hanno avuto l’opportunità di comporre loro stessi dei messaggi, che in seguito sarebbero comparsi sul display a LED, e anche di interferire in qualsiasi modo possibile e immaginabile con l’installazione, dal momento che non c’era nessuna linea guida che indicasse cosa si potesse fare o meno con la composizione, o che comunque suggerisse un modo di stare di fronte alla telecamera.

I visitatori diventavano quindi inevitabilmente parte dell’opera: una persona doveva per forza trovarsi nel raggio d’azione della telecamera, se voleva riconfigurare l’assetto degli oggetti presenti sul tavolo, contribuendo in tal modo ad aggiungere all’opera dei frammenti del proprio corpo (una mano, una schiena, una nuca). Mentre gli oggetti dell’opera venivano condivisi (i visitatori della personale di Londra potevano vedere cosa stava succedendo nella rispettiva mostra di Montpellier e viceversa), accadeva quindi che la comparsa di nuovi messaggi sul display a LED o il riordinamento degli elementi stesso dell’opera, innescassero una reazione nei visitatori dell’altra mostra.

Tuttavia, l’opera di AnnieAbrahams non si può definire come un qualcosa di innovativo: si ricorderà infatti che nel 1980 Kit Galloway e Sherrie Rabinowitz, ricorrendo a tecnologie satellitari, diedero vita alla prima “scultura pubblica di comunicazione” telematica dal titolo Hole-In-Space. Tale progetto collegava per la prima volta nella storia, le due coste dell’Atlantico, trasmettendo e inviando in tempo reale immagini televisive a grandezza naturale delle persone che si trovavano a New York e a Los Angeles. Da quando è stato inventato Internet, quasi tutti hanno avuto ampia possibilità di accedere all’arte e alle performance telematiche, arrivando quindi a esplorarne e sperimentarne le loro infinite applicazioni. Come esempi si potrebbero addurre i lavori d’arte iconica di Paul Sermon intitolati Telematic Dreaming (1992) e Telematic Vision (1993) e le performance dei Chameleons (UK) e di AlienNation Co. (USA), per citarne solo alcuni.

Con l’invenzione di Skype e altri protocolli telefonici per Internet che ci mettono in contatto con le nostre famiglie e con i nostri amici sparsi in tutto il mondo, le teleconferenze hanno invaso la vita di ognuno di noi, diventando così la normalità. Potrebbe allora sorgere spontanea la domanda: cos’è che oggi rende i lavori della Abrahams – così semplici e al limite dell’essenzialità – delle opere degne di nota? A mio avviso, la risposta è da ricercarsi proprio nell’assoluta semplicità e ‘nudità’ minimizzata, di cui parlavo precedentemente, che fanno di questo pezzo un’opera commovente nel suo sottile e delicato tentativo, spesso inutile, di interconnessione.

Shared Still Life è un luogo comune, caotico e malleabile. Tratta della “banale” realtà della nostra vita di tutti i giorni, del tempo che scorre inesorabile, della storia di persone i cui destini si intrecciano per un istante per poi separarsi di nuovo nel tentativo discontinuo, disperato e a volte mediocre, di mettersi in comunicazione con l’altro. Questa ricerca quotidiana costituisce per Shared Still Life la premessa per inscenare una rappresentazione i cui protagonisti principali sono i gesti, il movimento, la polvere, le comunicazioni non andate a buon fine e l’assenza condivisa.

Ho passato più di un’ora a interagire con Shared Still Life all’HTTP Gallery. Non era assoulutamente più o meno interessante della vita reale. Ho osservato. Interferito spostando gli oggetti a mio piacimento. Sperato in un messaggio, in un segno di vita che provenisse dalla mostra in Francia, in una replica, ma non sono arrivati. Allora ho inviato altri messagg. Mangiato alcuni dei frutti della composizion. Appallottolato della carta lanciandola sullo straccio per la polvere, disposto meravigliosamente come fosse una tovaglia. Ho messo le bucce della frutta che avevo mangiato all’interno del caos della composizione e ho sorriso in camera, mentre mi apprestavo a mangiare l’ultimo spicchio del mandarino di Shared Still Life. E non è successo nulla.

Nessuno è venuto a dirmi di non toccare (o meglio, di non mangiare) l’opera d’arte. Come non c’è stato nessuno che mi abbia invitato a interagire. Ma alla fine qualcosa è successo: “tu es la?” (“c’è qualcuno?”), era ciò che avevo scritto in precedenza sul display a LED. E la risposta dall’altra parte era finalmente arrivata: “Oui, oui, je suis ici” (“Sì, sì, ci sono”). Qualcuno c’era. Qualcuno aveva cambiato la disposizione della stessa opera a Montpellier. Qualcuno stava tentando di comunicare con me. Troppo tardi: non avevo proprio più voglia di rispondere. Non volevo iniziare un discorso con questo sconosciuto.

Secondo me, questa composizione non trattava solo dell’aspetto comunicazionale e di reciproco scambio, ma anche della mancanza di comunicazione: un’assenza e una solitudine condivisa, una speranza che qualcuno prima o poi si mettesse in contatto con voi (non nel modo in cui avreste sperato o perlomeno, in cui ve lo sareste aspettato). La presenza di qualcuno: frammentata, ritardata, compromessa, fugace, incrocia per un momento la vostra strada in un tentativo di connettersi con voi, di comunicare, di dialogare. Accadrà? La risposta è soggetta alla casualità e alla fortuna, ma anche all’assenza. Ho apprezzato molto la libertà datami, in quanto spettatrice, dalla Abrahams con il suo lavoro Shared Still Life: mi ha permesso sia di condividere dei momenti con altre persone, ma anche di starmene per conto mio. Mi ha invitato a comunicare, tanto quanto a nascondermi.

Non mi ha impedito di mangiare letteralmente la sua opera o di disordinarne la composizione, così che potessi lasciare una traccia del mio passaggio, banale e ordinario quanto lo sono l’opera stessa, la vita e le relazioni. Shared Still Life riguardava il concetto di connettività, perfettamente funzionante sia in assenza sia in presenza di connessione. Nessuna aspettativa sovrimposta, nessuna ansia da prestazione, nessuna proiezione euforica in un futuro condiviso, bensì il semplice, frammentato, insoddisfacente e fugace scambio di vita quotidiana. Ritengo che Shared Still Life di Annie Abrahams sia un lavoro commovente, toccante e ricco di carica emotiva.

On Collaboration Graffiti Wall consisteva invece in un testo collettivo e in una performance/discorso, che ha invitato a riflettere sulla nozione e sulla pratica della collaborazione online. Essendomi persa il discorso che si è tenuto il giorno dell’apertura della mostra, mi sono ritrovata con più frammenti, tracce di discussioni passate e riflessioni fatte da chi aveva partecipato da gestire, materiale che non sapevo come condividere, a cui non sapevo come replicare o semplicemente di cui non sapevo che farmene. Le pareti della galleria sono state tappezzate di cartoncini scritti a mano che riprendevano frammenti di conversazioni avvenute online o riflessioni condivise sui processi di cooperazione. Ancora una volta, Graffiti Wall è risultata un’opera che ha lasciato dietro di sé delle tracce confuse.

È evidente che la Abrahams non si è curata della manipolazione estetica delle parole e delle frasi scritte sui cartoncini, appesi alle pareti della galleria, che ci circondavano tutt’intorno. Di nuovo, ho avuto l’impressione che Annie Abrahams, in veste di artista, si preoccupasse di più di mettere in mostra le numerose frustrazioni che sono la conseguenza dei rapporti interpersonali (in special modo delle relazioni mediate), mentre al contempo celebrava le potenzialità di intersoggettività, della connettività, della pratica collaborativa e dello scambio. On Collaboration Graffiti Wall mi ha lasciato una sensazione di un processo frustrante e veramente caotico, che solo le collaborazioni (online) possono generare, come anche una sensazione di ricchezza di cui – ne sono certa – questo meccanismo dispone. La Abrahams ha dimostrato nuovamente il suo totale disinteresse per “l’ordine”, il preconfezionamento, la presentazione o per l’abbellimento dei relitti della comunicazione umana, sia essa mediata o meno.

Huis Clos / No Exit – Jam è l’ultimo nuovo pezzo realizzato dall’artista per questa personale. Anche qui mi sono persa la performance live e mi sono ritrovata con le tracce di azioni precedenti. In questo caso il progetto prevedeva la partecipazione di quattro donne sparse in giro per il mondo, che insieme tentavano di dar vita a una performance sonora all’unisono. Le quattro artiste: Antye Greie (Finlandia), Pascale Gustin (Francia), Helen Varley Jamieson (Nuova Zelanda) e Maja Kalogera (Spagna) dovevano scavalcare l’ostacolo degli inevitabili ritardi audio, che composizioni live di questo genere comportano. È questa l’opera che mi ha fatto desiderare di essere presente alla performance stessa.

Infatti, a differenza di On Collaboration Graffiti Wall, le cui tracce erano parimenti importanti quanto l’atto performativo di appenderle alle pareti della galleria, il paesaggio sonoro offerto da Huis Clos sembrava più un resoconto di qualcosa di passato, piuttosto che un pezzo live e/o completo nella sua traccia come lo era effettivamente nella performance avvenuta in tempo reale.

Ciononostante, le idee che ho visto prendere forma in Huis Clos sono state di importante rilevanza per la mostra If Not You Not Me nel suo insieme. Annie Abrahams ci ha parlato di momenti di intimità frammentati, di assenze condivise, delle frustrazioni della comunicazione mediata, di relazioni interrotte, di tentativi disperati per mettersi in contatto con qualcuno, del corpo che si smarrisce nello spazio dell’universo digitale, della distanza, e della totale assenza di dolore ed erotismo, ovvero: la vita per com’è realmente oggi all’interno dei networks in Rete.


http://www.http.uk.net/exhibitions/ifnotyounotme/index.shtml

http://aabrahams.wordpress.com/

Related Articles

Autore

  • Maria Chatzichristodoulou Maria Chatzichristodoulou

    Maria Chatzichristodoulou [aka Maria X] è una professionista della cultura (curatrice, performer, producer, scrittrice). Con un PhD in Art & Computational Technologies dalla Goldsmiths Digital Studios, University di Londra. E’ Direttrice del Postgraduate Studies and [...]

    Read! →

Dallo stesso Autore

  • Move: Choreographing You. Art & Dance Exhibition Move: Choreographing You. Art & Dance Exhibition

    La mostra Move: Choreographing You all'Hayward Gallery di Londra mi ha lasciato semplicemente senza fiato e al colmo dell'eccitazione. Organizzata da Stephanie Rosenthal, curatore capo all'Hayward,  in sostanza una mostra partecipativa che invita a [...]

    Read! →
  • Annie Abrahams. L’allergia Alle Utopie Annie Abrahams. L’allergia Alle Utopie

    Annie Abrahams  nata in Olanda e vive in Francia dal 1985. Sta svolgendo un dottorato in Biologia presso l'Universitˆ di Utrecht e si  laureata presso l'Accademia delle Belle Arti di Arnhem. Molto spesso [...]

    Read! →