Luisa Valeriani nel suo ultimo saggio “Performers – figure del mutamento nell’estetica diffusa”, analizza in un’unica figura artista e consumatore, pratiche socio-antropologiche di spettacolarizzazione creativa che emergono oramai dal basso; “performers” che privilegiano il proprio punto di vista ed il proprio stile mettendo in scena un’inedita creatività artistica che sconfina nella moda, nella sociologia ma anche nella politica.

Quando afferma che “l’architettura, più che con l’astrazione del progetto disegnato parla con il linguaggio delle immagini, delle emozioni, dei suoni (i boati dello stadio come lo scalpiccio dei passi, le voci del mercato e della strada, le grida di bambini e i voli di rondine..), e ciascuno è portato a vivere la propria esperienza quotidiana come evento, e l’architettura come esperienza del quotidiano”, mi sembra di abbracciare e rievocare l’esperienza spettacolare, comunicativa e assolutamente “toccante” (come la moda) di un percorso artistico nato dal basso e che, come un morphing postmoderno tangibile, si intreccia naturalmente con luoghi, spazi ed ambienti anche secolari, attivando “l’esibizione in situ”. Performance interattiva corpo-materia che la compagnia Il Posto di Venezia sfoggia meticolosamente dalla propria esperienza e professionalità.

Gli spettacoli della Compagnia Il Posto sono eventi di grande impatto e suggestione, realizzati sulla facciata di un edificio importante nella vita delle città  come un campanile, un palazzo storico, un architettura contemporanea o un altro luogo significativo nel territorio. Questa è la danza verticale oramai annoverata fra le discipline artistiche più in voga negli ultimi anni, più spettacolari ed affascinanti nonostante il grandissimo sacrificio che si cela dietro ogni performance rigorosamente dal vivo. In Italia l’artefice di questo “equilibrio spettacolare” e fondatrice della Compagnia il Posto è la coreografa e danzaeducatrice Wanda Moretti, che, partendo da Venezia, ha incantato il pubblico di mezzo mondo, esibendosi dal Singapore Arts Festival alla Biennale International des Théâtres du monde di Rabat, dal FoolsFestival di Belfast al Mittelfest. Wanda è autrice di un percorso di danza verticale iniziato nel 1995 che studia lo spazio nel suo aspetto antropologico, sociale, culturale, architettonico e  ne realizza un evento-spettacolo, dove spazio, suono e movimento si fondono in un’unica rappresentazione.

Parallelamente alla attività coreografica, ha intrapreso una personale ricerca sul potenziale educativo della danza in ambito scolastico ed extrascolastico perfezionandosi al Centro Mousikè di Bologna in collaborazione con la Cattedra di Storia della Danza del DAMS Università di Bologna e con Aterballetto. Svolge anche attività didattica, corsi di formazione e laboratori per musei ed enti. Sul suo lavoro afferma: “La danza verticale propone uno standard diverso di osservazione del luogo che non rappresenta un semplice contenitore dell’evento ma diviene esso stesso parte integrante della performance. Lo spettacolo che vi proponiamo aggiunge allo spazio un nuovo punto di vista insolito e inaspettato e la musica di Marco Castelli, eseguita dal vivo, crea l’atmosfera nella quale l’evento prende vita.”

Così la performance – in questo caso la danza verticale – si fonde con l’ambiente circostante, con le superfici ruvide di un campanile, con i mattoni a vista di una pinacoteca o di una torre civica, con Beni Culturali che ne accolgono tutta la persuasione e la leggiadria, in un contrasto che si attrae e diventa complementare. E Venezia ha dato a Wanda il primo input, madre per eccellenza dell’arte architettonica mondiale, dove le tipiche calli non ti fan vedere l’orizzonte quasi ad indicarti l’unica via di fuga possibile: il cielo.

E fra cielo e terra nasce la creazione artistica, nasce il ritmo sospeso in un’esperienza immersiva-performativa che non lascia margini di errore; dominazione corporea ed éloge de danse. Performance che tracima nei nostri “spazi quotidiani” ridefinendo “simboli” iconici da protagonisti, convergenza fra arti mobili ed immobili, sperimentazione incorporata ed insiemi mutevoli di processi cooperativi, necessità di far “ri-vivere” quei luoghi, quei siti ed emblemi, quegli “spazi di esperienza” sul filo di lana, o – per dirla alla Franco Speroni – “sintomo del reale, lettura affascinata del mondo al di là di ogni prepotenza interpretativa”.

Massimo Schiavoni: Chi è stata Wanda Moretti e chi è attualmente?

Wanda Moretti: Ho iniziato la formazione di danza tardi, seguendo dei corsi amatoriali, attorno ai 12 anni, studiavo in modo approssimativo ma coinvolgente. La passione forte nella danza contemporanea è iniziata attorno ai 18 anni e così mi sono data da fare per cercare altro, ho seguito anzi inseguito insegnanti, fatto workshop, e incontrato tecniche e persone. Mi pareva che nella danza ci dovesse entrare ogni cosa, quindi oltre alla danza contemporanea anche yoga, tai chi quan, capoeira, non ho censure per nessuna forma di movimento….. e poi Analisi del Movimento secondo gli studi di Rudolf Laban, avvenuti in seguito e parallelamente alla formazione nella danza educativa. Insieme sono arrivati anche gli studi di armonia dello spazio, la coreologia e l’interesse nei confronti dell’architettura e delle arti visive, le metodologie di apprendimento, l’insegnamento e la didattica dell’arte attraverso un processo corporeo.Oggi sono e mi sento il risultato di un progressivo e forse inconsapevole avvicinamento al verticale.

Nel 1990 un’esperienza con l’artista canadese Jana Sterback che mi ha sospesa su una sua opera, Remote Control una gonna/crinolina motorizzata a 2 mt da terra per la Biennale Arte, poi nel 93 al Teatro di Guardistallo con Cassandra di Crista Wolf arrampicata su un enorme tela di ragno realizzata in corda e posta sul boccascena e infine Aprimi un nascondiglio di e con Alda Merini nel 96 per il Festival di Poesia a Venezia, in parete un po’ Mary Poppins un po’ crocefissa su corda cortissima rappresentavo il mondo parallelo e imprendibile del malato psichiatrico.Da questo punto in poi il verticale è stato una necessità, ogni esperienza doveva essere realizzata in parete, avevo bisogno di quel punto di vista per vedere la danza e guardare lo spazio attorno a me.Tutto in salita: la pratica personale e l’architettura, la ricerca di danzatori e la coreografia, le certificazioni necessarie per chi lavora sospeso da terra, la sicurezza e poi il corpo visto con altri occhi.

Massimo Schiavoni: Raccontami più in dettaglio come è nata la passione e l’esigenza per la danza contemporanea connessa ed associata anche a studi e metodologie dello spazio, dell’architettura e della didattica dell’arte. Vorrei sapere che tecniche, processi, avvenimenti e quali persone sono state indispensabili per la tua progressiva crescita artistica verso una disciplina anche versatile e multiforme, innovativa e minuziosamente complessa e delicata.

Wanda Moretti: Senza voler fare ora una sintesi di storia sulle origini della danza contemporanea, diciamo che diversamente da altre danze, questo genere nasce e rimane ancor oggi un percorso di ricerca sulle tecniche di costruzione del movimento e di composizione coreografica.Nello studio delle strutture di improvvisazione di Trisha Brown, ad esempio, c’è un modus operandi che consente, attraverso l’applicazione di regole di rivelazione dello spazio e delle forme, associate ad un processo creativo di pratica di movimento sempre nuovo (perché individuale o frutto della sensibilità di più persone), la realizzazione di un progetto artistico.Un’opera d’arte è il risultato di un pensiero che ci emoziona e ci aiuta a cogliere e vedere significati diversi.

Rudolf Laban, al quale dobbiamo un metodo scientifico di analisi del movimento e un sistema di notazione del movimento (cinetografia o labanotation) considera il corpo come un’architettura e ci permette di riflettere sulla progettazione del movimento. Altro esempio per eccellenza il recentissimo lavoro di William Forshyte presentato nel sito http://synchronousobjects.osu.edu dove l’esplorazione di una breve coreografia, viene analizzata e interlacciata con differenti forme di scrittura dello spazio di visualizzazione grafica e sonora.Per quanto riguarda la didattica dell’arte torno ancora alle influenze labaniane, che mi hanno spinto e mi spingono verso una ricerca sempre aperta che mette il corpo, la percezione, l’arte come presupposto fondamentale alla conoscenza e alle metodologie di apprendimento. Naturalmente c’è molto altro ancora ma credo che questo sia il ‘nocciolo’.

Massimo Schiavoni: Come denomineresti la tua attività artistica se veliamo per un attimo il termine “Danza Verticale”?

Wanda Moretti: Direi, “pratica di spostamento dei piani spaziali”. Anzi, pratica spaziale in cui il corpo del danzatore si occupa di negoziare frontiere e confini in territori verticali e aerei con una molteplicità di sensibilità, conoscenze e competenze.

Massimo Schiavoni: Quanto ha influito nella tua “nascita” e crescita artistica appartenere ad una città come Venezia con la sua arte e con le sue costrizioni – seppur affascinanti e uniche – nelle dislocazioni, nei percorsi e nei tragitti “imposti”?

Wanda Moretti: Sicuramente appartengo a Venezia e sono certo influenzata dalle pietre e dalla presenza dell’acqua; qui tutto è attenuato e attutito dall’acqua, le nostre strade sono “acqua”, le cose e le case galleggiano, e la forza di gravità sembra essere meno importante. Anche la pavimentazione è più elastica e morbida rispetto alle strade di “terraferma”. Gli abitanti sono abituati a salire, scendere, scivolare, navigare, avanzare nell’acqua alta.A volte ho l’impressione che la forza magnetica che provoca le maree, provochi qualcosa anche in me.Ricordo una ricerca di alcuni urbanisti con i quali ho collaborato nel 2008 come coreografa, insieme all’architetto Cristina Barbiani con la quale condivido parte di questa ricerca, per un progetto di riqualificazione dell’area della Defense a Parigi: studiavano come la qualità dello spazio – a seconda del tipo di azione che consente , suggerisce e stimola – influenzi le qualità dell’abitare.

La performance di danza verticale che abbiamo realizzato a Parigi è stata utilizzata come uno degli strumenti d’indagine urbanistica in contesti molto particolari. Scelsi un grigio parcheggio a più piani: un edificio a periscopio che arrivava a livello -4 sottoterra per sfrecciare con oltre 10 piani verso il cielo, e affiancarsi così ai grattacieli. Dunque, lo spettacolo serviva per vedere, se attraverso pratiche “dissocianti” rispetto agli usi consueti, questo potesse in qualche modo influire su spazi e persone, insomma sull’abitato. Ecco, la risposta alla tua domanda è sicuramente questa: il corpo è il medium attraverso il quale facciamo esperienza dello spazio, siamo “vettori” di attraversamento dello spazio fisico, ed esprimiamo un giudizio personale in funzione all’esperienza legata al nostro corpo. Il luogo nel quale viviamo agisce sempre sul nostro fare.

Massimo Schiavoni: Le tue performance come nascono? I posti e le ubicazioni – palazzi storici, architetture, torri, castelli – e la coreografia vanno di pari passo o c’è una gerarchia definita?

Wanda Moretti: Nella maggior parte dei casi abbiamo delle commissioni, quindi la scelta dei luoghi è una richiesta che arriva da altri. Quello che faccio con la mia Compagnia (Il Posto) è di interpretare le architetture che ci propongono, decidere come allestire, dove disporre i danzatori e se possibile creare qualcosa sul luogo, affinando il più possibile “l’ascolto”, nel breve periodo in cui siamo residenti in quel luogo.Per quanto riguarda la costruzione specifica dello spettacolo, il tema emerge un po’ alla volta dentro di me: su questo preparo degli studi, ricerco, faccio ipotesi.Poi ne parlo a Marco Castelli, che è il musicista che ha fondato con me la Compagnia Il Posto, e che scrive e suona la musica utilizzata nelle performance, con lui condivido il progetto e discutiamo a lungo, poi ci separiamo e ognuno elabora del materiale, per arrivare alla prove con delle proposte da esplorare.

Marco è un jazzista, suona il sax e il live electronics, è un artista abituato a lavorare con l’improvvisazione e ha un particolare talento nella progettazione del suono, tutto questo corrisponde ad un grande vantaggio per la danza e ad un forte interesse dal punto di vista concertistico. In sede di prove discuto con Marianna Andrigo, una splendida danzatrice, con me da molti anni, con una capacità unica e animalesca di muoversi in parete. In generale è necessario dare più stimoli possibile ed essere chiari e pronti a cogliere le proposte dei danzatori e se necessario ricominciare daccapo.

Massimo Schiavoni: Mi hai parlato del musicista Marco Castelli e della danzatrice Marianna Andrigo. Come vi siete conosciuti e come è nata la vostra collaborazione? Lavori anche con altri artisti-danzatori che non sono stabili della Compagnia?

Wanda Moretti: Marco era amico di amici musicisti, l’ho conosciuto ad un suo concerto: oltre a suonare con diversi gruppi jazz, collabora in vari progetti dal teatro musicale, al video, alle performance, ai reading. E’ sempre stato molto “vario” nei suoi interessi e si è messo subito alla prova quando gli ho raccontato di quello che significava per me il verticale.La prima collaborazione insieme e con la danza verticale è stata nello spettacolo con Alda Merini dove io danzavo in parete e lui si occupava delle musiche e suonava in scena, accompagnava e collegava la lettura delle poesie di Alda e la mia danza. Nel 1999 per il primo grande esperimento di danza verticale Progetto Proteo per 16 danzatori prodotto e realizzato nella sede dell’Università di Architettura di Venezia, Marco mise assieme e diresse un’orchestra di 10 fiati e 6 percussionisti.

Ricordo questo spettacolo con forte emozione, il chiostro era pieno di spettatori e tutto si muoveva, il suono, il movimento a terra e in aria, è stata una grande esperienza che ci ha legato in tutti i lavori a seguire. Nel progetto con la Compagnia Il Posto, consideriamo la musica un ulteriore possibilità di indagare lo spazio e di aggiungere informazioni alla sua percezione. Penso sia una grande fortuna poter utilizzare la musica dal vivo e appositamente composta per la danza perchè permette una ricerca ancora più mirata e soprattutto una migliore interazione tra la forma della danza, le danzatrici tra loro e la danza con il luogo stesso della performance.Marianna è una danzatrice che ho selezionato nel 2002, non era mai stata in parete, ma appena “cambiato” il piano d’appoggio sotto ai suoi piedi, è stata chiara la sua predisposizione al verticale.

Era giovanissima, oggi ha 27 anni e l’esperienza e l’energia di una danzatrice matura che ha danzato ovunque. Con lei sono molto serena quando siamo “in giro”, riesce a danzare comunque, è capace di negoziare lo spazio con l’intelligenza del corpo e di gestire il suo peso, la forza e l’equilibrio su finestre, grondaie, cornicioni, in 50 cm., grattacieli e casette di montagna, sulla pietra, sul marmo, sulla merlatura dei castelli, sul vetro e l’alluminio, il granito e l’ardesia. Tanti sono i luoghi e i materiali sui quali abbiamo lavorato. Credo che Marianna sia la memoria storica di quasi tutti i miei lavori, in questo senso ha accumulato una quantità di informazioni e di pratiche che la rendono oggi una fuoriclasse e per questo a volte ho difficoltà ad affiancarla ad altri danzatori.

Per qualche anno è uscita dalla Compagnia; oggi Marianna collabora stabilmente come danzatrice e mi aiuta nel rigging (allestimento e montaggio delle corde) degli spettacoli, ha una alta competenza nella danza verticale e un importante conoscenza tecnica degli strumenti di lavoro. Gli altri danzatori che lavorano con me sono professionisti che svolgono un training di studio regolare nella loro tecnica base. A questo affiancano la preparazione della danza verticale con un training specifico del quale mi occupo personalmente quando li scelgo. Come per tutta la danza contemporanea, o nella maggior parte dei casi, accade che la formazione e l’apprendimento della tecnica proceda parallelamente alla preparazione delle corografie. Le collaborazioni con altri artisti e gruppi in Italia e all’estero fanno parte del mio lavoro, sono spesso chiamata per coreografie, workshop e per la produzione di eventi “verticali e aerei” specifici.

Massimo Schiavoni: Ti ricordi e mi racconteresti a grandi linee la vostra prima performance di danza verticale? Prove, suoni, odori ed emozioni.

Wanda Moretti: La prima con Marco e Marianna? Conosci il Teatro Verdi di Cesena? È un posto di tendenza, un ex teatro trasformato in locale notturno, il clima è aggressivo e poco poetico. Avevamo un “tappeto” di 2500 persone incollate una all’altra a guardare in su, Marianna e altre 2 danzatrici in parete, Marco ai sassofoni sulla pedana del dj, abbiamo fatto 3 set di 4/5 minuti, l’ultimo tra le 3 e le 4 di mattino. Le prove nel pomeriggio erano andate bene ricordo, non c’era nessuno e non sarebbe accaduto niente fino a mezzanotte, poi il mare di gente e i bodyguard che mi scortavano ogni volta per accompagnarmi alle corde e verificarle prima delle performance, ricordo l’odore dei superalcolici e un bel po’ di preoccupazione per le ragazze in parete!Dopodichè abbiamo lavorato sempre e solo all’aperto, sulle facciate degli edifici, aperti su città e abitanti, sotto il sole o con un freddo gelido, ma in strada… in fondo siamo artisti di strada.

Massimo Schiavoni: Cosa vuol dire, oggi, essere artisti di strada?

Wanda Moretti: Domanda difficile! Marco risponderebbe: “prendere un sacco di freddo o di caldo e dover rispondere a strane domande” e Marianna: “è come essere dei giostrai, siamo li e la gente viene a guardarci”. Uno degli obiettivi del nostro lavoro è quello di avvicinare lo spazio costruito alle persone – sfumandone, per quanto possibile, i confini – quindi per me non potrebbe non essere per la strada e tra le case, scopo che non è esattamente degli artisti di strada. Siamo “un genere” difficile, non rientriamo precisamente nelle attività di danza, ci sentiamo più affini all’arte contemporanea, al teatro fisico, ma abbiamo anche l’aspetto “aereo e acrobatico” che ci avvicina alle discipline del circo: e poi i temi dell’architettura e delle arti visive.Lavoriamo principalmentein spazi che si aprono, si restaurano, si inaugurano, ma anche in luoghi di archeologia industriale.

Abbiamo allestito spettacoli in palazzi storici e in architetture moderne, in spazi non convenzionali, torri, campanili, case contadine, chiese, musei, ponti, alberi. Mi piace pensare che il rapporto che si crea fra i luoghi nei quali lavoriamo e la performanceha lo stesso carattere di un lavoro pubblico, in mezzo alla strada, davanti a tutti. Durante il montaggio dello spettacolo c’è un’intrusione nell’edificio, entriamo e usciamo da tutte le parti, è come tessere un filo tra dentro e fuori, collegare ma anche invadere.La gente è interessata e torna più volte durante l’allestimento e le prove, che spesso continuano un giorno o due, poi viene anche a vedere lo spettacolo e ci fa sapere cosa ne pensa e chiede sempre come mai nella loro città e perché abbiamo scelto proprio quel edificio.

Massimo Schiavoni: Uno degli aspetti più interessanti quindi è proprio il contatto e lo scambio con il pubblico che “partecipa” inevitabilmente a prove ed allestimenti. Mi racconteresti e descriveresti uno o più “luoghi scenici” dove avete incontrato difficoltà o in qualche modo dove è stato più “delicato” lavorare sia per la fisicità dell’edificio sia magari per altri problemi “esterni” alla performance in situ? In che luoghi e spazi riuscite a dare il meglio di voi?

Wanda Moretti: La diga di Ridracoli, sull’appennino Romagnolo, un gigante di cemento concavo alto 103 metri e lungo quasi 500, uno spazio difficilissimo. La gente guardava dall’alto del coronamento e dal basso vicino al bacino idrico, erano tutti lontanissimi e anche i danzatori tra loro. Il vuoto era impressionante, come pure l’acustica, i danzatori quasi non sentivano, e la musica rimbalzava da un punto all’altro creando risonanze ed echi che non siamo riusciti a correggere. C’erano 10 corpi piccolissimi quasi invisibili su quella scena enorme e non sapevo in che modo farli muovere.

I cento metri di corda che avanzava ad ognuno di loro e serviva per arrivare a terra aveva un peso triplicato che sembrava un bastone rigido piantato e inamovibile, il metallo dei discensori bruciava le mani dopo pochi metri, insomma era un po’ tutto “contro” la nostra performance! Penso che la scena fosse mozzafiato (per noi in parete lo era) ma quando un architettura è così lontana dalla misura umana lo è anche da quella naturale: mi è sembrato che fosse refrattaria e difficile trasformarla in qualcos’altro, non c’era posto per la natura né per gli uomini.

Uno dei luoghi con più fascino è stato il Fondaco dei Tedeschi a Venezia, un palazzo cinquecentesco, con un cortile interno dove si affacciano 144 archi distribuiti in 4 piani di logge, un incanto di linee e forme una sintesi perfetta. Abbiamo fatto la performance di notte lavorando su diversi ordini di altezza e su lati differenti, molta parte del pubblico era disteso a terra per vedere comodamente e si lasciava sorprendere quando vedeva la danza nascere in posti sempre diversi. I danzatori sembravano materializzarsi nello spazio e le corde non si vedevano, il suono di Marco si propagava magico e l’acustica era perfetta. Avevo lavorato a lungo sul progetto di allestimento dello spettacolo: è uno dei luoghi nei quali vorrei tornare.

Un luogo estremamente delicato che ci ha stupito per la capacità scenica dell’architettura stessa, un edificio storico nel cuore di Venezia, (una citazione da un testo antico lo indicava così: “una città nel corpo di questa nostra”), notificato alla Soprintendenza, di conseguenza un montaggio un po’ “osteggiato” tecnicamente. Io volevo assolutamente usare tutte e 4 le pareti prospicienti il cortile, era li che i mercanti tedeschi venivano rinchiusi dalle 7 di sera alle 7 di mattina ai tempi della repubblica serenissima, facevano i loro commerci e i loro giochi in quel luogo, anche rischiosi, facendo i funamboli da un lato all’altro, lasciando tracce e incidendo la pietra d’istria con segni ancora oggi indecifrati.

Forse tutti i luoghi sono perfetti, tutti sono possibili, hanno energia diversa, anche se strutturalmente ci sono di mezzo finestre, grondaie, cornicioni e trifore. lo so quando possiedono quell’energia che ha a che fare con l’abitare, con la storia e la contemporaneità che ci appartiene.

Massimo Schiavoni:Sicuramente Venezia ha un fascino irripetibile dal punto di vista artistico ed empatico che non può essere replicato o descritto adeguatamente in queste righe. Parlami però delle esperienze avute nei numerosi Festival all’estero che vi hanno visti protagonisti come il Singapore Arts Festival, il Lugar a Dança in Portogallo o la Biennale International des Théâtres du monde di Rabat. Spettacoli presentati, prove estenuanti, culture diverse e persone che certamente non dimenticherete facilmente.

Wanda Moretti: Sì, persone che non dimenticheremo e che non vogliamo dimenticare: abbiamo trattato per mesi con Hang Quan, Vice Direttore del Singapore Art Festival, pensando fosse un uomo e solo quando siamo arrivati la ci siamo accorti che si trattava di una donna! Questo per farti capire come la differenza, anche solo dei modi, nella maggior parte dei casi ti fa capire con chi ti stai relazionando. Abbiamo fatto 2 spettacoli al giorno per 8 giorni e una preview per la stampa, i rigger che hanno eseguito il montaggio sull’edificio erano due “superfusti” maori, potenti e veloci senza un secondo di esitazione o disattenzione pur lavorando sul tetto di un grattacielo rivestito in alluminio con 40 gradi di temperatura. Eravamo ospiti di un Hilton con la piscina all’ultimo piano dal quale si vedeva tutta Singapore con i suoi skyscraper e continuamente contornati da persone che ci facevano sentire perfettamente a nostro agio. E’ stata un’esperienza dolcissima, abbiamo lavorato molto e con energia nuova ogni giorno.

Nell’estate del 2005 un incendio devastante attraversava una parte della costa atlantica da Coimbra a Santiago di Compostela in Portogallo:, sembrava precedere il nostro tour, ci faceva trovare i luoghi grigi con la cenere ancora nell’aria e i raggi del sole non riuscivano a varcare le città. Pur con questa tragedia in corso, Vò Arte non ha voluto interrompere gli spettacoli e siamo andati avanti e sentivamo la paura della gente che vedeva il cielo rosso, gli incendi erano vicini, ma venivano lo stesso a vedere lo spettacolo, si portavano una sedia e restavano a vederci con un fazzoletto sulla bocca per via della cenere, applaudivano e ci offrivano il loro vino. Ci siamo stati diverse volte, anche l’anno scorso per il 7° anniversario del CAE – Centro De Artes e Espectáculos Da Figueira Da Foz, un architettura che si affaccia sull’oceano in un paesaggio surreale completamente bianco.Rodrigo Nunes era il nostro tour manager, uno studente di cinema che lavora per il Festival che insieme a Ângela Arroja della produzione ci hanno fatto passare delle serate all’insegna della vida loca!

Che raccontare ancora? Sempre l’anno scorso Alla Biennale Internazionale del Marocco, eravamo tutti preoccupati per il montaggio, non funzionava niente e anche se c’erano forse più di 40 tecnici ad occuparsi del nostro riggeraggio (audio e luci) sembrava che lavorasse solo uno: ogni 3 ore un muezzin li richiamava e andavano via, tutti a pregare, poi tornavano sul set e riprendevano a fare un poco (davvero poco). Alla fine, quasi d’incanto, tutto ha funzionato…è stato faticoso. Abbiamo allestito su un lato del Teatro Nazionale Mohammed V, un teatro che tiene 5.000 posti con una media di 3 spettacoli al giorno! Ogni tanto ci domandiamo ancora come fanno: il signor Hamed era il nostro location manger ci faceva da “cuscinetto” per qualunque cosa anche quando non serviva, con lui ci scriviamo ancora, vuole organizzarci un tour a Dubai, dove ha degli amici!

Massimo Schiavoni:Cosa ti consola e ti appaga più di ogni altra cosa in questo stare in equilibrio fra cielo e terra? C’è qualche posto-sito dove vorresti misurarti ma che ancora non hai potuto farlo? In una parola sola dimmi (se esiste) un limite di questa disciplina così “selvatica” ma anche così scrupolosa.

Wanda Moretti: Il desiderio di volare diventa poesia e il corpo, la danza, il movimento ci aiutano a trasformare questo profondo e sottile desiderio di staccarsi da terra sfidando la gravità, di staccarsi dalla quotidianità per ritrovare nel volo dell’arte, un nuovo perché. Il confine è non poter volare.Ci sono moltissimi luoghi per i quali mi piacerebbe creare un nuovo lavoro: l’interno della Pescheria di Pesaro, il cortile di Palazzo Grassi a Venezia, Ponte Vecchio a Bassano del Grappa, il Museo del Bargello a Firenze, la Mole di Vanvitelli ad Ancona, ma potrei continuare a lungo elencando spazi in Italia e nel mondo.

Massimo Schiavoni: Certo, sono consapevole del tuo desiderio di esibirti in altri luoghi affascinanti e coinvolgenti non solo in Italia, e questo è normalissimo. Mi hai già parlato di esperienze “particolari”, a volte difficoltose e sempre e comunque da considerare come una “sfida” con te stessa e con l’ambiente esterno. La tua performance più “riuscita”, dove il confine del non poter volare si è manifestato al massimo, in quale occasione la potresti evidenziare? Parlami del tuo prossimo spettacolo e dei progetti futuri di questo meraviglioso progetto artistico che stai portando avanti con passione ed eleganza, con volontà e sacrificio.

Wanda Moretti: E’ frequente che io cammini con lo sguardo verso l’alto, guardo le case e penso a dove potrei appendere i danzatori, in quale posizione un corpo che si muove avrebbe più significato? Quale parte dell’edificio mi mette in movimento?Le performance migliori sono quelle nelle quali l’uso dello spazio emoziona tutti, insomma quando Carlo Scarpa mette un portale disteso a terra tocca i nostri sensi, suggerisce pensieri, azioni e forme.Nel futuro lo sguardo è allo spazio come identità di chi vi abita, dal mio punto di vista si tratta di un’idea un pò diversa della “drammaturgia” del movimento.

Conservando le caratteristiche della danza verticale, dell’uso degli spazi “vuoti” e dei diversi piani, sento il bisogno di aggiungere una riflessione sulle forme del paesaggio che ci circonda. Cerco e penso un nuovo punto di vista, un’altra prospettiva visiva e cinetica che mostri l’ambiente trasformarsi in figure, visioni, forme via via differenti.Voglio usare la danza per mettere in comunicazione ogni singolo spazio di un edificio con l’ambiente: eliminando confini e ruoli, perché tutto è un unicum riunito dalla presenza dei corpi, uno spazio che muta soltanto in funzione al corpo.

Si tratta di un progetto in divenire per luoghi di varia natura, come è avvenuto nella creazione per il Festival Valle Olona diretto da Gaetano Oliva, del CRT di Fagnano Olona – un festival che si occupa di ambiente e di paesaggio – per il quale l’anno scorso abbiamo realizzato lo spettacolo in una cartiera tra le centinaia abbandonate, situate nel Parco Medio Olona in prossimità di Varese. L’obiettivo profondo è quello di favorire nel territorio la conoscenza reale dei luoghi da riscoprire come paesaggi e spazi che, pur apparentemente fuori dalle rotte consuete di socializzazione, appartengono invece a chi vive e abita.

Suggerire una riflessione sul paesaggio modificato, sulla necessità di conservare e salvaguardare tracce e segni delle civiltà che ci hanno preceduto, a partire dalla consapevolezza che la diffusione di una cultura del patrimonio si esprima anche attraverso il legame fra i luoghi e gli individui. Progetti futuri? In questo momento oltre al tour del mio nuovo spettacolo Exuvia, sono impegnata in uno studio sui serbatoi di sollevamento dell’acqua all’ingresso delle città, architetture così presenti nei nostri paesaggi e al nostro sguardo… sono alla ricerca non facile di una produzione per questa nuova creazione!

Massimo Schiavoni: Prima di lasciarci e ringraziarti della collaborazione, vorrei chiederti in questa ultima domanda che rapporto hai con le nuove tecnologie digitali, con ad esempio il video o il mapping 3D – tecnica digitale di elaborazione in tre dimensioni usata principalmente per le architetture – e dunque se pensi possano in qualche modo “sperimentarsi” con le tue creazioni.

Wanda Moretti: La mia sperimentazione è proprio un inizio inizio, nel senso che vedo/penso l’utilizzo del video come ulteriore indagine sullo spazio, ma comunque secondario al corpo e al movimento. Uso il video per mostrare punti di vista che il pubblico non ha modo di vedere, perchè non può posizionarsi sopra le danzatrici o sotto di loro o anche sul muro stesso lì davanti, o essere sulle case attorno. Ecco questo è il motivo per il quale ho iniziato ad usare il video, cioè inviare in tempo reale e senza alcuna modifica l’immagine delle danzatrici durante la performance, viste appunto da diverse angolazioni.

Questa fase è parte impegnativa dell’allestimento, nel senso che ad ogni spettacolo ripenso i “punti di vista” in base al luogo nel quale ci troviamo. Il risultato  è riproiettare i corpi sugli edifici vicini con dimensioni diverse. Quest’idea si è concretizzata con Exuvia che è lo spettacolo più recente con il quale stiamo girando sul tema della trasformazione. L’uso dei programmi di mapping 3D è invece ancora solo uno studio, per capire come posso integrare la necessità di vedere lo spazio alle possibilità che ho di “segnarlo” oltre la danza.


http://www.ilposto.org

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