Esistono pratiche legate all’uso artistico e creativo della tecnologia che possono essere quasi paragonate ad un sottobosco, perché ricche di rarità e perchè inesplorate, all’ombra di ambiti e linguaggi consolidati, caratterizzati da codici e estetiche ormai ampiamente supportati dalla teoria, dal pubblico e dal mercato. Si tratta di pratiche che sono difficili da interpretare attraverso il framework della arte digitale perché generate da un remix di idee e discipline che, da un lato, guardano alla storia degli albori della sperimentazione dell’elettronica in ambito artistico, dall’altro alla cultura hacker, all’arte elettronica e al design tecnologico.

Parliamo dell’ambito del do it yourself elettronico e interattivo, la rivisitazione in chiave artistica e hi-tech del vecchio approccio al design “fai da te” degli anni ’50, che rappresenta sicuramente uno degli organismi rari di questo sottobosco della cultura digitale. In esso si attua concretamente la combinazione transdisciplinare tra arte, scienza e tecnologia, condita dalla riflessione sulla società contemporanea e futura riguardo temi quali:

la necessità di sfidare la nostra comprensione della tecnologia per comprendere il nostro mondo e noi stessi, la democratizzazione del sapere tecnico e tecnologico, la produzione di artefatti e sistemi tecnologici performativi e accessibili a tutti, la condivisione del sapere come chiave del superamento di modelli economici e di produzione ormai in crisi.

Alle pratiche diy elettroniche si riconosce inoltre l’approccio originale e giocoso all’uso della tecnologia nonché l’anticipazione di alcuni elementi chiave delle nuove tendenze in arte e design che puntano all’incorporazione del digitale nel fisico, richiedendo ad artisti e designer di abbandonare i pixel per passare a transistor, circuiti e saldatori.

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In questo sottobosco si possono riconoscere alcuni progetti che possono suscitare curiosità e interesse come, adr esempio, quello della Società Svizzera per l’Arte Meccatronica, un’organizzazione no profit attiva sul territorio Svizzero, in particolare modo a Zurigo, che si occupa principalmente d’iniziative in cui la sperimentazione con l’elettronica e l’interattività diventano un mezzo per connettere artisti e persone dell’ambito scientifico e tecnico, e per aprire le porte del loro mondo alle persone comuni.

Se si entrasse in una stanza dove i membri della SGMK abbiano deciso di incontrarsi per saldare circuiti, creare robot e scatole sonore, la prima reazione sarebbe quella di voltarsi e andare via oppure di chiedersi: perché? Di seguito, riporto una serie di domande poste a Marc Dusseiller, scienziato Svizzero specializzato nell’ambito delle nanotecnologie, nonché uno dei fondatori proprio della SGMK.

Serena Cangiano: Potresti raccontarci come nasce la vostra organizzazione?

Marc Dusseiller:La Società Svizzera per l’Arte Meccatronica nasce cinque anni fa. Esistevano già delle iniziative legate alle attività di Markus Haselbach, uno dei fondatori della SGMK, che organizzava incontri dove gruppi di artisti e ingegneri sperimentavano con l’elettronica per costruire, per esempio, sintetizzatori analogici. Dopo una fase di start up, mi sono unito al gruppo e abbiamo lavorato alla costituzione di questa organizzazione no profit. La scelta del nome è abbastanza assurda considerando che non tutti sanno cosa sia l’arte meccatronica.

Serena Cangiano: Puoi spiegarcelo?

Marc Dusseiller:La meccatronica per definizione è la combinazione di elettronica e meccanica e per arte meccatronica si intende, appunto, l’unione di quest’ambito puramente scientifico e tecnologico con quello artistico. SGMK opera in questo interstizio facendo incontrare persone che vengono dal mondo della scienza e dell’ingegneria, propriamente dei tecnici, con quelle del mondo dell’arte.

Ovviamente facciamo in modo che possano lavorare insieme e condividere reciprocamente le loro conoscenze e, soprattutto, che possano divertirsi con la tecnologia, saldando componenti elettronici, circuiti e robot. Nel nostro gruppo di base abbiamo persone che provengono da ambiti disciplinari diversi come media artist, ingegneri del suono, lavoratori nell’ambito del sociale. Non ci sono solo artisti che lavorano con l’elettronica, ma esiste una sorta di comunità transdisciplinare.

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Serena Cangiano: Di cosa si occupa esattamente la SGMK e cosa vi piace fare?

Marc Dusseiller: Una delle nostre intenzioni chiave, oltre a quella di applicare un approccio differente all’uso della tecnologia, è quello di aprire il mondo geek del do it yourself alle persone comuni e di creare delle attività che abbiano un impatto sulla comunità locale. Organizziamo regolarmente, infatti, dei workshop per introdurre le persone al sound electronics, alla robotica, alle conoscenze di base che permettono di controllare qualsiasi cosa usando i computer. Invitiamo artisti e persone della comunità do it your self locale e internazionale, organizzando eventi come, per esempio, il DIY* Festival, festival per arte e tecnologia.

In questo festival offriamo non solo mostre e performance, ma puntiamo al coinvolgimento completo dei visitatori che in sessioni di workshop brevi possono imparare a creare i loro oggetti sonori o robotici in poche ore. In fondo, a noi piace proprio questo: riunire persone che costruiscono cose, imparano, condividono conoscenza. Oltre al festival, ci dedichiamo all’organizzazione di alcuni incontri estivi, gli Home Made, dove organizziamo workshop di una settimana in località pittoresche o storiche in Svizzera; una sorta di scuola estiva per bricoleurs elettronici.

Serena Cangiano: La SGMK sembra proporre un’idea molto originale di pratiche DIY e hacking che si basano sull’idea che le persone possano ricombinare la tecnologia e modificarla in accordo ai loro bisogni e desideri per creare i loro messaggi e significati, ma anche solo per divertirsi…

Marc Dusseiller: Il termine DIY ha una storia molto lunga, ma ovviamente solo di recente ha assunto questo significato connesso con la cultura hacker. In questo caso, le pratiche di hacking non assumono un significato negativo, ma si riferiscono al fatto che si usa la tecnologia in modo diverso rispetto a come è stata ideata, per soddisfare delle necessità di espressione creativa. Per questo motivo cerchiamo di applicare, soprattutto, un approccio ludico alla tecnologia e di organizzare eventi dove si possa discutere su cosa la tecnologia significa per noi.

Nei nostri festival dedicati al do it yourself, il nostro obiettivo è stato quello d’introdurre le persone alle pratiche del DIY elettronico e all’arte elettronica, anche se quest’ambito sembra essere per molti troppo geeky. Dall’inizio del nostro progetto abbiamo sempre cercato di diffondere questa cultura, avvicinare la gente e farle capire che in un certo senso potrebbe essere per loro divertente e interessante.

Abbiamo iniziato a organizzare, per esempio, la serie dei DIY Make away, una serie di workshop brevi per principianti dove i partecipanti possono selezionare, come in menu di un fast food, l‘oggetto elettronico o interattivo che vorrebbero realizzare così che in qualche ora, con il nostro supporto, sono in grado di costruire piccoli sintetizzatori, sistemi laser, robot.

Per fare questo tipo di formazione, ci siamo dotati di alcuni strumenti o kit di partenza come, per esempio, il Micro Noise, un sintentizzatore che interagisce con dei sensori di luce e permette di produrre dei “bellissimi suoni”. Bambini e famiglie iniziano a manipolare componenti elettronici e con il nostro aiuto, iniziando da questi kit, sviluppano semplici sistemi interattivi.

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Serena Cangiano: Avete inventato dei vostri sistemi o kit?

Marc Dusseiller:Di solito, utilizziamo kit che sono già disponibili in rete, quello che la comunità DIY condivide da tempo. Non produciamo della vera e propria innovazione, l’obiettivo per noi è solo far scoprire alla gente comune il lato creativo della tecnologia. Per esempio, nei workshop con i bambini 1x_pixel lavoriamo alla realizzazione di un’opera d’arte interattiva audiovisiva a partire da un solo pixel. In questo modo capiscono cosa è un pixel manipolando un circuito elettronico, un microfono e un amplificatore audio che gestiscono dei LED RGB.

Serena Cangiano: Tu sei di formazione scienziato specializzato in nanotecnologie. Riesci a combinare la tua attività e le tue competenze nell’ambito delle pratiche artistiche basate sul DIY?

Marc Dusseiller: Ho conseguito una tesi di dottorato in nanotecnologie e ingegnerizzazione dei tessuti all’ETH di Zurigo. Ho cercato di applicare moltissimo le mie conoscenze all’ambito del DIY e alle attività della SGMK, combinandoli con la scienza biologica. Da questo mio interesse è nato, per esempio, un progetto indipendente Hackteria, sviluppato con Andy Gracie e Yashas Shetty dopo un incontro al workshop Interactivos organizzato presso il Media Lab Prado di Madrid.

Con Andy e Yashas abbiamo iniziato a lavorare sull’organizzazione di workshop il cui obiettivo fosse quello di divulgare le pratiche artistiche legate alla bio art e questo mi ha permesso di creare un punto di connessione tra le attività che svolgo alla SGMK con il mio background scientifico. La domanda di ricerca, infatti, alla base del progetto Hackteria è: come si possono utilizzare microorganismi, batteri in ambito artistico? Una domanda del genere implica il fatto di iniziare a formare gli artisti su cosa, per esempio, sia un batterio prima che inizino a lavorare con questo tipo di organismo.

Da lì, abbiamo poi cercato di combinare questa domanda di ricerca con le pratiche tipiche del DIY: ho iniziato a lavorare, per esempio, alla manipolazione di webcam da 10 dollari per la creazione di microscopi digitali a basso costo, ragionando sulla bioelettronica per artisti. La bioelettronica per artisti in questo progetto DIY riguarda la possibilità di costruire un microscopio, osservare le cose, maneggiare computer e utilizzare quei dati microscopici viventi per controllare elettronicamente quello stesso sistema biologico, o lasciare viceversa che quel sistema biologico controlli un altro sistema come in una sorta di opera d’arte interattiva dove il soggetto dell’interazione non è uno spettatore, ma un animale microscopico.

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Serena Cangiano: Ho visto in rete delle tue foto in cui si vedono persone che saldano e manipolano circuiti in località con paesaggi naturalistici fantastici. Cosa c’entra il DIY con le spiagge dorate dell’Indonesia?

Marc Dusseiller: Viaggio molto in Asia e Indonesia. Sono stato anche a Taiwan e Hong Kong per tenere workshop di DIY. A Hong Kong, per esempio, puoi trovare dei mercati di strada pieni di residui tecnologici, LED, gadget elettronici a un costo veramente basso. Laggiù, è molto comune costruire sistemi tecnologici fatti in casa, ma non vi è una reale compenetrazione con l’arte. Conoscono molto la media art, ma solo nella sua forma classica basata su enormi facciate interattive e proiezioni audiovisive.

Il mondo del DIY è sconosciuto o considerato di basso profilo. Ritengo che i workshop che svolgo in Asia o in Indonesia siano molto interessanti perché loro hanno questa esigenza di acquisire delle conoscenze prima di dedicarsi ad un progetto di bricolage elettronico. Vorrebbero imparare prima di fare, ma quando stai lavorando alla creazione di un oggetto o sistema DIY spesso non sai cosa e come lo stai realizzando. Alle domande dei partecipanti, infatti, rispondo: “non so costa sto facendo, sto solo provando!”


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http://www.mechatronicart.ch/lab/lab.htm

http://www.dusseiller.ch/labs

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