Game over. Se prima il lavoro di Federico Solmi era caratterizzato da un’ironica distruzione di miti ed (anti)eroi, e la violenza della narrazione sfumava in una risata, con la sua ultima mostra, From Uterus to Grave with no Happy Ending e con la sua nuova video installazione Douche Bag City, la satira si fa decisamente più amara, e affronta – come sempre con stile personalissimo – un tema di forte attualità.

Dopo Rocco Siffredi, King Kong e il Papa, il protagonista della nuova video installazione Douche Bag City è un broker di Wall Street: quintessenza di un mondo capitalistico, materialista e frenetico, Dick Richman viene catapultato in un sanguigno e claustrofobico Inferno dove ogni speranza è abbandonata e da cui è impossibile uscire (in slang “douchebag” è un termine offensivo che indica una persona arrogante e cattiva). In una serie di animazioni realizzate come schermate di video gioco, Dick Richman affronta altri mostri in lotte furibonde, sanguinose, ma soprattutto perse in partenza: ogni video termina con il messaggio “game over” e la morte del nostro, morte virtuale, ovviamente, che lo condanna a ricominciare tutto da capo in un’altra schermata.

La “bolla” dei mutui, lo sfacelo della Borsa e il mega-scandalo di Bernard Madoff, hanno segnato l’economia americana (e di riflesso quella mondiale), ma soprattutto hanno messo a nudo la fragilità, l’inconsistenza e la meschinità di un sistema che si riteneva invincibile, e che invece ha finito per schiacciare chi l’aveva foraggiato.

Solmi rende questi temi mescolando ancora una volta cultura alta e bassa: disegni, animazione, violenza esasperata e video gioco, il tutto ambientato in un caotico “universo parallelo” in 3D (creato come sempre in collaborazione con l’artista e docente universitario australiano Russell Lowe), dove richiami alla tradizione figurativa dell’Inferno “classico” coesistono con graffiti e pop culture, e presentato su piccoli schermi racchiusi da cornici baroccheggianti.

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Dopo l’esposizione alla galleria LMAKprojects all’inizio di quest’anno, Douche Bag City verrà presentata in giugno (in formato diverso) alla Santa Fe Biennal (di cui Digicult è media partner).Abbiamo intervistato Federico Solmi a New York e raggiunto via email il suo collaboratore Russell Lowe, per parlare di questo progetto e dei sui prossimi sviluppi:

Monica Ponzini:Douche Bag City è stata presentata come installazione, assieme ad altri video precedenti, ma non con quadri o disegni come in mostre precedenti. Perché hai presentato solo video? Intendi ampliare ulteriormente questo tipo di medium?

Federico Solmi: Fin dalla prima video animazione che ho realizzato, ho capito che raccontare delle storie sfruttando il disegno e l’animazione 3D mi era congeniale, e che avrei potuto coinvolgere di più lo spettatore, che spesso secondo me, nel mondo dell’arte contemporanea non è coinvolto, perché purtroppo vengono imposti dei linguaggi indecifrabili. Questa è per me l’idea di base: raccontare una storia, seppur folle, pazza, sfruttando il disegno – e con Internet, l’interattività, tutto si e’ moltiplicato in una maniera che non immaginavo.

Voglio raccontare la contemporaneità, il modo in cui viviamo, e una città che è la più contemporanea, pazza, ma anche la più visionaria, la città che può prevedere quello che succederà fra 10, 15 anni – e il fatto di vivere a New York per me è importantissimo. Penso di sviluppare questo progetto in termini interattivi, ma per ora mi sto concentrando sul video. Abbiamo sfruttato la tecnologia dei videogiochi per un semplice motivo: ho voluto costruire una video animazione che fosse fondata su formule matematiche, perché volevo che qualsiasi cosa vi fosse rappresentata fosse controllata nei minimi dettagli da me.

Nel videogioco, io scelgo il personaggio, lo faccio muovere come voglio nell’ambiente che mi interessa, posso scegliere i personaggi con cui Dick Richman deve lottare… Ho voluto creare la simulazione di una società come potrebbe essere in un prossimo futuro. In un certo senso è la parodia di come noi siamo controllati nella società in cui viviamo, una specie di “gabbia” in cui cerchiamo di controllare il nostro destino.

Russell Lowe: nell’animazione tradizione a “key frames”, l’artista costruisce dei set, degli sfondi per l’azione che spesso non si estendono oltre il campo visivo della telecamera. Lo sfondo per una scena potrebbe stare accanto ad altri utilizzati in scene temporalmente e spazialmente distanti. Gli ambienti dei video giochi, invece, sono consistenti come ambienti del mondo reale, sia dal punto di vista spaziale che temporale. Uno sviluppo possibile per Douche Bag City sarebbe creare un intero mondo in cui i visitatori siano “intrappolati” assieme a Dick Richman, con le stesse sfide… magari affrontandole in maniera diversa… oppure no.

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Monica Ponzini: Dici che il video per te è il modo migliore di raccontare le tue storie. L’interattività sarebbe un modo per andare in quella direzione? Senti che manterresti la tua autorialità o che affideresti al pubblico parte del processo creativo?

Federico Solmi: Quando verrà reso disponibile l’aspetto dell’interattività, lo dobbiamo ancora decidere. Fondamentalmente in questo momento io e Russell abbiamo costruito un videogioco che abbiamo registrato giocando. Abbiamo la piattaforma da dare in mano allo spettatore o da rendere disponibile in Rete, ma vogliamo capire qual è il modo migliore per proporla al pubblico. E’ stato creato come meccanismo che io potessi controllare, e per ora voglio dedicarmi all’installazione che porterò alla Biennale di Santa Fe a giugno di quest’anno – 15 video installazioni di largo respiro, ma non interattive -.

Per rendere questa piattaforma interattiva, devo solo realizzare il menu a disegni, ma voglio aspettare l’evento giusto per lanciare questo aspetto.

Russell Lowe: L’interattività cambia le completamente cose… piuttosto che io e Federico che raccontiamo le storie, diventerebbe io, Federico e il pubblico che creiamo le storie. Al momento io e Federico, con un gruppo di “volontari”, entriamo in Douche Bag City e filmiamo le nostre imprese. Un coinvolgimento del pubblico sarebbe qualcosa che va al di là del copione… potrebbero scegliere di interagire con Dick Richman, aiutarlo od ostacolarlo, o affrontare altre prove… o addirittura allearsi con altri per farlo.

In termini tecnici, abbiamo superato la maggior parte dei problemi grazie al modo in cui realizziamo i video. Una sfida importante si lega all’interfaccia tra il pubblico e il mondo virtuale… molti sono ancora riluttanti ad usare videogames tramite tastiera e mouse. Abbiamo fatto degli esperimenti con un controller per playstation /xbox collegato ad un PC e sembra che sia più intuitivo da usare. Di recente ho incluso dei sensori all’interno di un ambiente che registra i movimenti e li trasla nel gioco. Il GPS è un altro modo per creare interazione con l’ambiente di gioco. La cosa fantastica è che molte di queste considerazioni tecniche riflettono aspetti socio-culturali del lavoro che abbiamo sviluppato fino ad ora.

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Monica Ponzini: In generale, è cambiato qualcosa nel tuo modo di lavorare? Come collaborate?

Federico Solmi: Dalla mia ultima mostra, molte cose sono cambiate tantissimo nel modo in cui lavoro, nel modo in cui organizzo il mio studio e nelle mie relazioni. Sono arrivati eventi più importanti e più finanziamenti, che mi hanno dato la possibilità di applicarmi a lavori più ambiziosi. Per quest’ultimo progetto ho dovuto prendere più collaboratori che facessero il lavoro “manuale”, riorganizzare il mio lavoro. Adesso, grazie ai miei collaboratori, posso dedicarmi all’aspetto più “teorico” e lavorare per migliorarmi, trovare persone che mi ispirino. Per adesso è tutto meno divertente e più stressante, ma sento che è anche un momento di transizione, che se continuo su questa linea posso arrivare al livello a cui vorrei arrivare.

Dal punto di vista lavorativo sono felicissimo: ho dedicato un anno a questo progetto, questa satira su Wall Street e sulla crisi economica. Il mio collaboratore Russell Lowe è cresciuto nella sua carriera e allo stesso tempo è riuscito a stare dietro alle mie richieste sempre più articolate. Sto anche portando avanti il progetto Fucking Machine, After Leonardo, un’installazione, una macchina paradossale, ispirata a Leonardo e ai simboli del potere attuale, in collaborazione con Lee Gibson, un professore universitario neozelandese.

La Biennale di Santa Fe, sarà un momento importante per me: verrò incluso come artista americano e il mio lavoro verrà esposto assieme a quelli di artisti che stimo, all’interno di un programma che per la prima volta vuole riassumere la sperimentazione sulla video animazione che è stata fatta negli Stati Uniti e nel resto del mondo negli ultimi 20 anni. Questa Biennale, dove arriverò con il mio lavoro che io reputo il più maturo, sarà un grande cambiamento per me.

E il “turning point” è stato sicuramente vincere la Guggenheim Fellowship per il video nel 2009: mi ha dato più sicurezza e la possibilità di passare da “artista degenerato” all’artista sostenuto dai circoli accademici, dalla critica americana. Ed è stato importante per poter continuare sulla mia strada, che era quella mia satira della borghesia e dell’aristocrazia, del prendermi gioco dei loro vizi e delle loro estrosità.

Russel Lowe: Ci incontriamo di persona molto raramente, quindi tutta la nostra comunicazione è basata su Internet. Usiamo Skype per parlare e quando trasferiamo i file più pesanti via ftp. Concettualmente, l’organizzazione del nostro lavoro è un flusso costante… il nostro uso delle tecnologie contemporanee ci consente una flessibilità ed agilità in termini di risposta a nuove idee ed eventi culturali.

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Monica Ponzini: In Douche Bag City c’è una vena di pessimismo che si nota meno nei tuoi lavori precenti. Senti che quest’ultimo lavoro ti rappresenta meglio?

Federico Solmi: E’ difficile parlare di questo lavoro, dato che e’ ancora in progress, pero io mi sono fatto un’idea molto chiara di quello che sta succedendo – ogni progetto e’ qualcosa che c’è già nella mia mente e che devo solo tradurre in opera -. Questa installazione è un punto importante per me: rispetto ai lavori precedenti, mi rendo conto che non è più il lavoro di un ragazzino aggressivo, esuberante, alla ricerca di attenzione, ma il lavoro di una persona più matura, più “esperta” della vita – e l’essere diventato padre mi ha cambiato tantissimo -.

Direi che gli entusiasmi giovanili, l’idea di voler cambiare il mondo, purtroppo non ci sono più. C’e più rassegnazione nei confronti della realtà e delle forze che dominano la società.

C’è sempre stato un lato oscuro nel mio lavoro, però prima lo “uccidevo” con l’ironia. La gioiosità, la satira di prima non esiste in questo lavoro, nonostante sia per me un momento estremamente felice… E anche nell’ironia, quello che mi interessa è che faccia riflettere: anche dietro all’apparente semplicità e brutalità di esecuzione, c’è sempre l’idea della nostra società come messinscena. Il messaggio è sempre lo stesso, ma questa volta non fa ridere.

Monica Ponzini: Sei nato e cresciuto in Italia, ma ormai vivi negli Stati Uniti da dieci anni. Come sono presenti le tue radici europee (la critica Blanca De La Torre parla per esempio di punti di contatto con Pirandello) e l’esperienza americana nei tuoi lavori?

Federico Solmi: Sono convinto che in un certo senso per me l’America sia stata una “terra promessa”: tutte queste cose non si sarebbero mai potute realizzare in Italia o in Europa, qui è il centro della contemporaneità.

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L’America è anche la una grandissima fonte di ispirazione: tutto quello che ci circonda, nel bene e nel male, è in un certo senso l’anticipazione di ciò che verrà. Certo, a livello culturale sono molto influenzato dalla cultura europea, ma sono in America da ormai 10 anni e mi sono formato artisticamente negli Stati Uniti. Anche in Douche Bag City mi rendo conto che le mie radici europee sono quasi sparite: il soggetto, il personaggio principale non sono più un retaggio europeo come prima.

Da una parte, in questo momento sto leggendo autori europei – Pirandello, appunto, o il sociologo tedesco Georg Simmel -, ma mi rendo conto che la cultura americana mi affascina, e nel mio lavoro attuale di cultura europea c’è poco. Quello che mi interessa dell’Europa è la tradizione, il passato, i grandi classici, ma penso anche che l’Europa stessa sia legata al passato, mentre qui in America sia più facile fare cambiamenti drastici. E i miei interlocutori ormai sono qui.


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