Parlare di suicidio non è mai stato una cosa semplice, tanto meno oggi. Il terreno è rischioso e scivoloso. Si può impostare il discorso dal punto di vista medico-psicanalitico, e perciò parlarne con un’impostazione impersonale e scientifica. Ma se si cerca di raccontarlo in relazione alla politica e all’immaginario contemporanei si rischia di urtare la sensibilità di molti.

Si pensi alla dichiarazione del compositore tedesco Karlheinz Stockhausen sull’attacco alle Torri gemelle (”l’11 settembre è la più grande opera d’arte mai realizzata”), che gli costò l’annullamento di diversi concerti, non solo in America. Tuttavia è ormai necessario prendere atto che il suicidio è diventato un gesto di forte valenza politica. Si è appena concluso quello che Franco Berardi Bifo definisce “il decennio del suicidio”.L’attentato alle Torri Gemelle è forse l’immagine più viva nella nostra memoria di una azione di questo tipo, una strage-sucidio che è stata l’inizio della consapevolezza collettiva di un inevitabile stravolgimento politico-economico globale, a dispetto dei movimenti mondiali nati dalle proteste di Seattle.

Sebbene questo sia stato l’esempio più semplice e diretto, negli anni non sono mancati episodi simili che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. Come le numerose stragi-suicido ad opera di studenti e gente comune, sia in negli Stati Uniti che nel resto del mondo. Non si deve però pensare che la loro importanza sia legata unicamente al fatto di coinvolgere spazi pubblici e vittime inconsapevoli.

Nel mese di febbraio del 2005 sono stati trovati privi di vita 4 ragazzi tra i 19 e i 30 anni sull’isola di Hokkaido in Giappone. Ultimi di una lunga serie di suicidi organizzati su Internet e che nel solo mese di febbraio aveva contato già 16 vittime. Si trattava di un piccolo episodio rispetto all’enorme numero di ragazzi che decidono di togliersi la vita ogni anno. Ma il problema ha attirato l’attenzione del governo giapponese perchè presentava tassi di crescita inquietantemente alti.

Nonostante gli interventi volti a impedire l’accesso ai forum e ai siti dove si organizzano suicidi collettivi e si danno informazioni dettagliate su modalità e tecniche per togliersi volontariamente la vita, non si è riusciti a bloccare l’aumento di questa tendenza che negli ultimi tempi ha assunto la forma di una azione “in diretta” su internet. Anche in Italia ci sono stato esempi eclatanti.

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L’11 luglio 2005 Ciro Eugenio Milani, 26 anni, si uccide in una città del Nord Italia gettandosi da un ponte nel fiume Adda. Nei cento giorni precedenti aveva iniziato a scrivere su di un blog che cominciava con queste parole: “Questo è il diario pubblico di un aspirante suicida. Ormai le idee le ho chiare, so cosa farò e so quando lo farò […] Sentitevi liberi di commentare quello che scrivo”.

Una delle possibili interpretazioni la suggerisce proprio Franco Berardi Bifo: “Nel nostro tempo sta diventando adulta una generazione che ha imparato dai media globali a vedere, desiderare, volere quella vita che i media promettono, e quei consumi che la pubblicità impone come indispensabili [..] proprio nel momento in cui le promesse espansive del capitalismo si stanno afflosciando in tutto l’occidente sta crescendo una generazione destinata ad ottenere nella vita meno di quello che hanno avuto i genitori.

Meno opportunità di lavoro stabile, meno possibilità di arricchimento, meno consumi, ma soprattutto meno piacere, meno comunità, meno conferme, meno affetto. Il narciso mediatico scopre molto presto di dover pagare la propria corsa competitiva” (Franco Berardi Bifo, “Narciso Terrorista”).

Il suicidio diventa l’ultimo gesto eclatante e ostentato di una generazione dalle passioni tristi incapace di cambiamento, un gesto che è molto vicino a uno degli ultimi scambi di battute sul blog di Ciro Eugenio Milani: “Cos’ha di tanto brutto la tua vita?” gli chiede un ragazzo. “Non mi piace”, risponde lui, “la trovo inutile, e sono troppo pigro per cambiarla”.

Dopo questa inquietante carrellata di gesti disperati sarà facile comprendere la reazione di irritazione e rifiuto quando si cerca di parlare di una estetica del suicidio, forse anche perché essa mette in evidenza la determinazione umana all’auto-distruzione e alla distruzione in un momento storico che fa della produttività un valore fondante. Eppure il mondo dell’arte ha iniziato ad avvicinarsi a queste tematiche da tempo, come per esempio nella mostra (annullata) del settembre 2009 intitolata A Lady, A Mother, A Murderer: Exhibition on Ferror (Female Terror) di due artiste israeliane, Galina Bleikh e Lilia Chak, oppure nella mostra fotografica di una strage-suicida in Finalndia.

Un elemento sociale così importante non poteva non pervadere le modalità espressive più disparate e l’immaginario artistico. Essa entra prepotentemente in lavori differenti anche solo come metafora comunicativa. Prevalentemente in questa forma il suicidio è utilizzato nei lavori di net art e artivismo legati ai social networks.

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Gia nel 2005 Cory Arcangel aveva inviato un messaggio ai propri amici di Friendster in cui annunciava il proprio suicidio, cioè l’abbandono di quel social network. Durante il lancio della rivista “The Believer” aveva poi letto un testo che riprendeva l’ultima lettera di Kurt Cobain, disattivando il proprio account. L’anno successivo la comunità francese Myownspace invitava gli utenti di Myspace ad utilizzare l’Anti-Myspace Banner Wizard per inserire nel proprio account un banner che invitava a riprendersi la propria vita e a suicidarsi da Myspace. La proposta era quella di scegliere piattaforme indipendenti, come la stessa Myownspace, che non traggono profitto dai contenuti inseriti dagli utenti.

Non meno interessanti sono due lavori più recenti lanciati alla fine del 2009. Uno è Seppukoo dei Les Liens Invisibles, che è stato presentato a novembre durante lo Share festival di Torino, e ha visto la collaborazione del gruppo di designers ParcoDiYellowstone. L’altro è Web 2.0 suicidemachine del Moddr_lab, presentato a dicembre al Worm di Rotterdam.

Il primo è basato su Facebook, e propone il suicidio su quella piattaforma come un’esperienza radicale e cool da diffondere tra i propri amici. Facendo riferimento a Luther Blisset, i Les Liens Invisibles con Seppuko hanno ripreso la classica figura del samurai che, ormai in trappola, ha come unica alternativa d’onore il suicidio. Chi commetteva Seppukoo inseriva i propri dati di accesso su Facebook, inviava un messaggio di addio ai propri amici, invitandoli a mettere in scena lo stesso rituale, e al momento del “suicidio” da Facebook vedeva crearsi la propria memorial page. L’azione non era definitiva. Era infatti possibile resuscitare semplicemente facendo nuovamente il log in su Facebook.

Nonostante questo, l’obbiettivo era che fosse un gesto il più possibile condiviso. Questa iniziativa sollevava un certo numero di critiche al Web 2.0: dall’idea di identità che i social network impongono, alla messa a valore di ogni aspetto delle soggettività che diventa prodotto di consumo. Seppukoo non suggerisce che si possa sfuggire totalmente ai nuovi modi di produzione, ma attraverso l’uso ironico del suicidio si pone l’obbiettivo di uno “sciopero involontario”, una improvvisa diminuzione di massa nella produzione di informazione attraverso la diffusione virale della pratica.

Web 2.0 suicidemachine, invece, si presenta come un servizio di disattivazione del proprio profilo su diverse piattaforme, Facebook, Myspace, Twitter e LinkedIn. Inserendo i propri username e password il sistema si connette ai diversi social network, cambia i dati per impedire un nuovo accesso e disattiva gli account. Sul sito è possibile guardare un video in cui si racconta la storia di un utente medio di internet, rintanato in casa e legato solo alla propria vita virtuale sui social network. Il tipo di comportamento descritto è simile a quello dei giovani giapponesi chiamati hikikomori, ragazzi che si chiudono nelle loro camere e rifiutano di uscirne per qualsiasi ragione.

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L’incapacità di relazionarsi all’esterno è compensata dal “perfetto fluire dell’informazione, fluido valorizzante universale” (Franco Berardi, “Hikikomori of the world unite”). Essi vivono in un mondo privo di ostacoli e giunture.
Per questo Web 2.0 suicidemachine, sottraendo i singoli utenti a questo flusso attraverso un esodo, permette di dare un significato più consapevole alla propria presenza su Internet per se stessi e per il sistema economico.
Entrambi i lavori hanno attirato presto l’attenzione di Facebook, che negli scorsi mesi non ha tardato a inviare ai due gruppi una lettera legale di diffida. Questo ha comportato per i due siti un blocco delle funzionalità relative a quel social network.

Ha sicuramente una componente ironica il fatto che, attraverso la metafora del suicidio, si possa mettere in qualche modo in difficoltà un’articolazione di rete del capitalismo postfordista, che è la causa principale dello stesso aumento di suicidi (non metaforici). In questa intervista hanno espresso le proprie opinioni a riguardo Gordan Savicic, componente del Moddr_lab, e Guy McMusker, portavoce invisibile di Les Liens Invisibles.

Loretta Borrelli:I due lavori hanno delle specificità che è necessario mettere in risalto. Due atteggiamenti non escludenti e complementari. La proposta che viene fatta su Web 2.0 suicidemachine è “uccidi i tuoi falsi amici virtuali, e sbarazzati completamente del tuo alter ego web 2.0„. In un video avete detto: “l’esperienza online non sostituisce in alcun modo l’esperienza della vita reale, riprenditi la tua vita”; pensate che ci possa essere un modo alternativo di utilizzare queste tecnologie, oppure ritenete che l’opzione che abbia più senso sia quella dell’esodo?

Gordan Savicic (Suicidemachine): Suicidemachine è, sicuramente, una soluzione radicale per quella che è chiamata con un termine adesso popolare “unfriending”, diventato una parola del New Oxford American Dictionary nel 2009. Comunque, non sto rimproverando ai social network di separare le persone. Ci sono, di sicuro, degli aspetti positivi nel rimanere connessi con amici e la vita familiare facendo uso di Facebook & Co., ma le persone (la maggior parte di esse) non sono completamente consapevoli della contropartita sulla privacy.

Questi servizi manterranno l’insieme delle tue informazioni per sempre sui loro server e useranno i dati acquisiti per analisi di mercato mirate. La connettività fluida e la ricca esperienza sociale offerte dalle aziende web 2.0 sono la vera antitesi della libertà umana. Gli utenti sono intrappolati in un panottico senza muri ad alta risoluzione, accessibile dovunque nel mondo.

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Loretta Borrelli:Nell’operazione di Seppukoo è evidente per chi abbia una certa conoscenza delle esperienze mediattiviste il riferimento a Luther Blisset, che mise in scena il proprio seppukoo nel 1999. Inoltre voi avete utilizzato testimonial di cui riportate diverse citazione tra l’ironico e il radicale. L’uso contemporaneo di identità false su Facebook e della metafora del suicidio come ultimo gesto di onore che il samurai può compiere, è una proposta per sfuggire a un nemico invisibile o ormai scomparso?

Guy McMusker (Seppukoo): L’influenza maggiore è sicuramente stata quella di Luther Blisset. Abbiamo comunque dato diverse letture al progetto, forse non tutte perfettamente coerenti tra di loro. Il riferimento a Luther Blisset è un invito al ritorno all’anonimato, l’abbandono di quella identità che Facebook ti costringe ad avere. Abbiamo riproposto una esperienza in un contesto differente, che potesse essere più condivisa, una democratizzazione della pratica. Non tanto Luther Blisset come identità, ma come approccio all’identità.

La disattivazione dell’account è una funzionalità accessibile a tutti. Ci serviva però qualcosa di più. Ci serviva un modo per farlo arrivare a tutti, un incentivo per avviare questa pratica. Forse l’operazione potrebbe definirsi più markettara rispetto ai nostri lavori precedenti. Sicuramente è più ragionata dal punto di vista della diffusione. Per portare gli utenti a giocare con l’identità. All’inizio può sembrare che l’utilizzo dei nomi reali sia un elemento non rilevante, ma presto ci si accorge che questa è la modalità unica per esistere su Facebook.

Nell’utilizzo dei testimonial durante l’operazione abbiamo giocato ad essere i personaggi che avevamo costruito. Abbiamo scritto pezzi di canzoni e testi ripresi da quei personaggi che erano stati famosi o popolari. Siamo stati loro per certi aspetti. Ci siamo trovati in gruppi di amici assurdi in cui c’erano nomi assolutamente di fantasia che avevano il timore di essere chiusi per le segnalazioni di utenti spinti dalla stessa azienda alla delazione. Sembrava una sorta di società segreta, il gruppo di fanta-amici immaginari.

Facebook tollera la presenza di account falsi ma il loro Terms of use lo vieta, e questo costituisce una scusa per poterli chiudere da un momento all’altro. Effettivamente però loro non hanno nessun interesse a chiudere un account come quello, per esempio, del bidet. Non adesso, almeno, anche se stanno diventando sempre più attenti.

Rispetto all’anonimato abbiamo fatto riferimento, anche, al testo “L’insurrezione che viene del Comitato invisibile”. Si tratta di un testo controverso le cui soluzioni politiche ci interessano molto poco. Il passaggio che abbiamo citato ci è servito per proporre un immaginario differente. In particolare quando nel testo si parla di :”Fuggire la visibilità. Volgere l’anonimato in posizione offensiva”. Se il nemico scompare, l’anonimato rimane un modo per riequilibrare le parti del confronto. Naturalmente l’anonimato a cui noi ci riferiamo è quello del primo periodo della rete, in cui essere anonimi era all’ordine del giorno, non una pratica terroristica.

Il rifiuto dell’anonimato all’interno dei social network distingue nettamente la rete di allora da quella di oggi. L’abbiamo fatta seguire da una citazione di Jim Morrison per collocare quella citazione all’interno del nostro lavoro. Ci sembrava una giusta opposizione, serviva a creare una suggestione di senso, muovendoci tra una posizione radicale e una pop. L’elemento che ci permette di mettere in contatto le due posizioni è la vicinanza con un terrorista culturale come Luther Blissett, che propone una posizione simile a quella del Comitato invisibile ma declinata in un altro contesto.

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Loretta Borrelli: Il contesto che i due lavori prendono in considerazione è quello delle piattaforme web 2.0, il sistema produttivo è quello del capitalismo cognitivo. L’intervento di Facebook per entrambi ha messo in risalto il problema della privacy e dei dati degli utenti utilizzati come prodotti di consumo. Per questo è stato interessante porre ai due interlocutori le stesse domande riguardo questi argomenti. Secondo voi qual’è il valore del termine “social”? Ritenete che sia stato determinante per il successo dei social network più diffusi la definizione rigida delle relazioni sociali in categorie uniche, come per esempio quella di “amico” o “follower”? Quanto valore ritenete abbia nei social network l’aspetto virale?

Gordan Savicic (Suicidemachine):Il successo di queste piattaforme è nella loro tipica struttura che crea piuttosto nodi tra individui. Quelle che vengono chiamate network user interface forniscono un’interfaccia grafica semplice per un vettore sociale enorme che può essere accessibile da qualsiasi device abilitato per i network. Termini come amico o follower sono traduzioni letterali di legame o nodo presi dalla teoria dei social network. Prima di tutto, la cosa più elementare è l’utilizzo del potenziale dei questi nodi. Ogni utente è una boa dinamica che si muove in un mare sociale fluido, con una grande forza di attrazione sugli altri utenti.

Gli utenti possono scegliere i loro contenuti o condividere foto e video con i loro amici, farsi belli con il proprio gruppo di conoscenti e perfino lavorare collaborativamente su di un testo, mentre tutti i dati accumulati posso essere resi facilmente accessibili da un range di persone considerevolmente ampio. Andres Manniste introduce un buon paragone quando propone un ponte tra le funzioni incorporate nei siti dei social networks e i telefoni cellulari.

Secondo il suo punto di vista i cellulari sono diventati degli strumenti multi-funzione, console di gioco, foto e video camere e gestori di posta elettronica, nodi mobili della rete, mentre le loro interfacce stanno diventando piuttosto funzionali. Nella proliferazione di piattaforme come Hyves, Facebook, Myspace etc. l’interfaccia ha la stessa funzione dei telefoni cellulari.

Guy McMusker (Seppukoo):“Amico” è una parola che di per sé ha poco senso, perché è difficile riuscire a definire chi è configurabile come tale in una piattaforma come Facebook. Per questo motivo preferiamo definirle piuttosto connessioni, dal momento che da tempo ci occupiamo di quelli che chiamiamo collegamenti invisibili. L’utilizzo del termine amico in questa piattaforma è stato determinante perché significa caricare di significato niente altro che una connessione di tipo informatico, cioè due profili collegati tra di loro.

Allo stesso modo noi abbiamo caricato di significato il termine disattivazione, che di per sé è abbastanza asettico. Non si tratta di un utilizzo ingannevole dei termini in sé, ma è sicuramente rilevante. Questo comporta che l’aspetto virale sia fondamentale perchè gli utenti si ritrovano iscritti in quei social network in cui hanno effettivamente maggiori connessioni. Per quanto possano esserci strumenti migliori, sono questi collegamenti che ti portano ad essere su Facebook rispetto ad un altro social network. Sono piattaforme che si alimentano attraverso modalità diverse, ma l’aspetto virale è importante come energia di attivazione. In questo lavoro ci abbiamo giocato molto.

Gli utenti compivano seppukoo perché c’era qualcun altro di cui si fidavano che l’aveva fatto prima di loro. L’elemento della connessione sponsorizzava in qualche modo il gioco, era l’elemento portante. L’idea era quella di utilizzare strategie di marketing simili a quelle di Facebook o Twitter, rovesciandole. La metafora del suicidio è stata un mezzo per arrivare alle persone, ma era fondamentale che non fosse definitivo per spingere gli utenti a compierlo raggiungendo tutte le loro amicizie in modo virale, giungendo così al network.

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Loretta Borrelli: Nell’analisi che viene spesso fatta dei nuovi metodi di produzione si tende a non distinguere più tra tempo di lavoro e tempo libero; sembra che la figura del prosumer sia ormai un elemento fondamentale per l’esistenza del capitalismo. Non si parla più di “riproduzione del capitale„ ma di “messa a valore delle soggettività„ in un costante processo creativo. Nel corso del tempo ci sono state molte discussioni in ambito politico sulle possibili risposte a questa situazione, che hanno influenzato direttamente o indirettamente diverse produzioni artistiche.

Pensate che nel vostro lavoro ci sia una indicazione in questo senso? In altre parole, avete riflettuto su quale potesse essere una possibile opzione e pensate di averla proposta con seppukoo? Oppure pensate che l’approccio al problema nelle produzioni artistiche debba essere un altro?

Gordan Savicic (Suicidemachine): Consideriamo Web 2.0 suicidemachine come un pezzo di net art socio-politica. La maggior parte degli utenti web 2.0 non sono completamente consapevoli che interagendo con queste piattaforme essi stanno consegnando dei dati che sono usati per pubblicità mirate e analisi di mercato. Un risultato positivo dello scompiglio mediatico che ha riguardato Facebook e Web 2.0 suicidemachine sono state le reazioni e le discussioni che le persone hanno avviato sulle problematiche legate alla privacy, alla proprietà intellettuale e all’abuso dei social networks. C’è stata una crescita delle tecnologie per lo scambio di informazioni, ma non una educazione proporzionata riguardo a quale informazione dovremmo scambiare.

Guy McMusker (Seppukoo): Essere presente su di un social network può considerarsi sotto diversi aspetti un atto politico. Gli utenti sono consapevoli che ci sia un profitto in queste piattaforme, anzi paradossalmente rimangono spiazzati da servizi prestati in modo totalmente gratuito. Si tratta di una accettazione tacita in cui si tende a sottovalutare molte cose. Naturalmente è un atteggiamento ingenuo, perché non è detto che questa rinuncia non possa essere lesiva di un parte del nostro vissuto.

I singoli soggetti sono quasi illusi di potere migliorare la propria identità e quindi sono spinti a mostrare l’immagine di sé migliore che hanno. Questo porta ad avere una illusione di controllo anche sulla propria identità reale. Si ha un margine di manipolazione che nella vita non hai normalmente. Per questo si accetta tacitamente di essere utilizzati dalla piattaforma.

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Le recenti affermazioni di Mark Zuckerberg mostrano apertamente quale è l’intento reale di un framework di questo tipo. Tutto deve essere visibile. Si spinge perché tutti mettano in mostra quello che hanno e se non lo fanno hanno qualche motivo losco per non farlo.

Quando abbiamo pensato al suicidio in forma virale lo abbiamo pensato come una sorta di sciopero involontario. Potenzialmente la disattivazione di massa degli account può rappresentare una negazione della messa a valore del proprio corpo virtuale e quindi mettere in atto quello che il collettivo Tiqqun chiama uno sciopero umano. Per ogni persona che veniva a mancare significava far mancare anche tutti i suoi collegamenti.

Il progetto seppukoo è nato per traslare un’azione individuale su di un piano collettivo attraverso il meccanismo di inviti virali. Man mano che le persone si sconnettevano da Facebook, in qualche modo creavano un insieme di individui che negavano la propria soggettività con tutte le conseguenze in termini economici. Si tratta ovviamente di una indicazione simbolica, che è stata anche la prima funzionalità ad essere stata bloccata.

Il fatto che non riteniamo impossibile sottrarsi a questo sistema di produzione ci ha portato a giocare sul rituale del suicidio come ultimo gesto d’onore quando si è senza via di uscita. È difficile disconnettersi effettivamente da Facebook, perché in qualche modo i tuoi dati rimangono congelati lì. Questo era un altro aspetto che volevamo mettere in risalto.

Nel momento in cui faccio disattivare un account e sottolineo la possibilità di rientrare, faccio toccare con mano la persistenza dei nostri dati su di un server al di fuori del nostro controllo. In quest’ottica generale anche l’invito a riscoprire l’anonimato in rete serviva come suggestione e non come indicazione su cosa fare. Abbiamo ricevuto delle email di utenti che si scusavano di non aver ancora commesso seppukoo quasi come se effettivamente il fatto di non essersi ancora suicidati su Facebook fosse un problema.

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Loretta Borrelli: L’emergere di un interesse così vivo per l’identità all’interno di queste piattaforme e lo sviluppo di interfacce che permettono un’illusoria possibilità di espressione dei singoli, ha creato dei dubbi circa l’idea di network come forma di democrazia orizzontale non gerarchica. Ritenete che l’idea di network conservi ancora delle potenzialità non compromesse? Quali ritenete siano i motivi che portano ad avere questi dubbi? Per esempio: l’impostazione dell’interfaccia? La strutturazione delle relazioni? L’idea di individuo così costruita?

Gordan Savicic (Suicidemachine): L’idea di una “democrazia non gerarchica e orizzontale” non è niente di nuovo ed è stata sognata anche agli inizi di Internet. Allo stesso modo la tecnologia che essi usano non ha cambiato la situazione drasticamente. Ciò che è cambiato è quello che Lazzarato definisce come la produzione di soggettività che diventa direttamente produttiva, non più immagazzinata nell’hard disk degli utenti.

Guy McMusker (Seppukoo): Indubbiamente l’idea di network conserva delle potenzialità. Nel caso specifico di Facebook il network, però, è legato al profitto. In alcuni casi è stato detto che piattaforme di questo tipo aprono possibilità inaspettate di controinformazione. Ma si tratta di aziende che hanno comunque il potere di cancellare gli account a seconda delle loro necessità. Abbiamo reagito soprattutto alla retorica legata alla rete. Per esempio Twitter viene propagandato come uno strumento che ha agevolato l’azione degli attivisti in Iran. Nel nostro caso è stato evidente che quando si mette in discussione il mezzo di comunicazione, perché questo passa subdolamente un modello di società, a quel punto si è ostacolati.

Hanno acquisito nel tempo un potere enorme, in alcuni casi sono stati considerati come l’unico mezzo di controinformazione, in questo caso, però, hanno dimostrato che possono toglierti la possibilità di parlare. L’idea che ci sia sempre la necessità di una critica, non un’accettazione assoluta degli strumenti, va al di là del discorso sul network. Il network ha delle potenzialità, dipende da chi lo gestisce, è quello che fa la differenza.

Loretta Borrelli: La reazione di Facebook al vostro lavoro è stata particolarmente aggressiva. Perchè pensate che abbia avuto così paura di un sito che in fin dei conti conta davvero pochi iscritti rispetto ai suoi utenti?

Gordan Savicic (Suicidemachine): Supponiamo che loro volessero essere sicuri che il giardino cinto da mura che avevano creato non fosse disturbato da un intervento artistico. Inviare lettere di diffida è una reazione abbastanza usuale per le grandi aziende per minacciare le persone e mostrare il loro potere. Se il suicidio 2.0 fosse diventato chic, Facebook avrebbe affrontato tempi duri per mantenere in vita il suo modello di business (già fragile) all’interno della zuppa delle piattaforme di social networking. Il successo di Web 2.0 suicidemachine risiede nella sua interfaccia semplice. Il design leggero ed attraente assicura un modo elegante di tirarsi indietro.

Usando la stessa tecnica per le interfacce utente delle startup web 2.0, Web 2.0 suicidemachine deve essere visto come una sorta di azienda che offre uno strumento di cancellazione dell’amicizia virtuale e del nuovo narcisismo.

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Guy McMusker (Seppukoo): Francamente siamo rimasti sorpresi da una mossa che ci pareva essere lesiva per loro dal punto di vista mediatico. Una reazione così era palesemente in contraddizione con la retorica di libertà che propagandano e ci saremmo aspettati altri strumenti per renderci la vita difficile. Non è tanto il suicidio che loro temono, ma è tutto quello che gira intorno all’idea di privacy come proprietà. Abbiamo scoperto a luglio che era stata inviata una lettera legale ad un servizio online (www.power.com) che aveva un funzionamento simile al nostro e che chiedeva le credenziali di accesso a Facebook per permettere di gestire più account di diversi social network contemporaneamente.

Mentre con altri servizi è possibile farlo, Facebook vieta categoricamente ai propri utenti di utilizzare i propri dati di accesso all’account per servizi forniti da terzi. In questo dimostra di non volere intermediari perchè se ci fossero intermediari il profitto economico verrebbe a mancare, ed è questo il senso della loro aggressività. L’azione di Facebook è diventata parte fondamentale del progetto, dal suicidio ci si è posti la domanda: a chi appartengono dei semplici dati come un username e una password? Sono talmente sicuri che gli utenti non abbandoneranno la piattaforma che si permettono azioni nettamente in contrasto con quello che promettono.


http://www.seppukoo.com/

http://suicidemachine.org/

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