Dal 25 al 28 Febbraio è svolta ad Amsterdam la 13ma edizione del Sonic Acts Festival. Questa edizione – The Poetic of Space – è stata interamente dedicata all’esplorazione dello Spazio nelle arti performative, audiovisive e cinematografiche. Sonic Acts è diventato esso stesso un momento di indagine sull’importanza dello spazio fisico, come pure sull’impatto fisico e psicologico di creazioni artistiche incentrate sullo spazio, in un’epoca, come quella attuale, di importanti e continui sviluppi tecnologici.

Anche quest’anno il programma era ricco di interessanti eventi, ma noi di Digicult abbiamo voluto focalizzare la nostra attenzione su una presenza artistica particolarmente interessante: Jacob Kirkegaard. Sound artist danese formatosi all’ Academy of Arts and the Media di Colonia, ma che ora vive a Berlino, Kirkegaard esplora le dimensioni del suono con un approccio sia creativo che scientifico. Il suo lavoro si concentra sugli aspetti estetici della risonanza, dell’ascolto e del fenomeno sonoro in sé, attraverso una ricerca sulla potenzialità del suono nascosto negli spazi fisici o nei ambienti esterni.

In questo contesto, Jacob Kirkegaard ha per esempio lavorato su suoni raccolti presso siti di vulcani, tratti da fenomeni atmosferici, ghiacci, deserti e impianti nucleari. Spesso vengono utlizzate per la registrazione delle apparecchiature elettroniche specifiche, come accelerometri, idrofoni e ricettori elettromagnetici. La sua esplorazione artistica è volta quindi alla scoperta dell’oggetto sonoro per antonomasia – il suono – e alle sue potenzialità latenti e interne, che vengono disvelate al fine di mostrarne tutti gli aspetti espressivi e acustici.

Alcune delle sue bellissime creazioni e dei suoi lavori sono state esposte presso le principali sedi artistiche internazionali, come il Club Transmediale di Berlino, la James Cohan Gallery e Diapason a New York, così come al Museum of Jurassic Technology di Los Angeles e al Museum of Contemorary Art in Danimarca. Kierkegaard Ha inoltre collaborato con artisti come JG Thirlwell (aka Foetus), Philip Jeck e Lydia Lunch.

Al Sonic Acts XIII di Amsterdam, in particolare, Kierkegaard ha presentato due opere particolarmente interessanti sia per il concept da cui nascono che per i risultati artistici ottenuti. La prima opera in programma è stata Sabulation; si tratta di un footage audio e video delle cosiddette “Singing Sands”, realizzato nei deserti dell’Oman e concluso proprio all’inizio di quest’anno.

La seconda opera presentata è stata invece Labyrinthitis, lavoro interessante e paradossale per il fatto che cio’ che si ascolta nell’installazione è proprio il nostro orecchio. Una sorta di “meta-ascolto”. L’organo acustico umano infatti non solo è un mezzo passivo di ascolto e ricezione di cio’ che proviene dall’esterno, ma genera esso stesso dei suoni che Kierkegaard ha registrato e “suonato” come se si trattasse di uno strumento musicale. Creazione interattiva, Labyrinthitis è stata realizzata nel 2007 su commissione del Medical Museum di Copenhagen.

In occasione dunque della partecipazione di Kierkegaard al Sonic Acts XIII, ho incontrato l’artista danese per un’intervista in cui si è discusso principalmente del ruolo e del significato del suo fare arte, e in particolare sound art.

Silvia Bertolotti: Come scegli i luoghi o i fenomeni sonori per i tuoi lavori? E’ il tipo di suono o il luogo fisico in sé che ti colpisce?

Jacob Kirkegaard: I due elementi vanno di pari passo. Il caso dell’Oman per esempio: cosa sarebbe il suono senza le dune del deserto? E cosa sarebbe il deserto stesso senza il canto delle dune e della sabbia? Posso trovare degli ottimi suoni appena fuori dalla mia porta di casa. E ci sono allo stesso tempo dei bellissimi luoghi sulla terra. Ma questi due elementi vanno di pari passo; partendo dal suono di una stanza abbandonata a Chernobyl o dal tono dentro il mio orecchio si puo’ arrivare ad una cosa del tutto nuova.

Silvia Bertolotti: Concordi con il termine di “sound art” per definire le tue creazioni? O preferirsci evitare di associare una qualsiasi etichetta al tuo lavoro?

Jacob Kirkegaard: I generi non sono tanto importanti per me. Perchè nel momento in cui definisco le mie creazioni, mi sento limitato. Dall’altra parte pero’ le definizioni possono aiutare. In ogni caso, sono assolutamente d’accordo con il termine di “sound art”. Credo che essa sia una forma d’arte in pieno sviluppo e pare stia diventando sempre più rispettata anche fra le gallerie più tradizionali. Dal momento pero’ in cui lavoro anche con video, fotografie, performances e musica, preferisco definire me stesso semplicemente come un artista. La mia attenzione primaria è diretta al suono, alla sua visualizzazione e materializzazione.

Silvia Bertolotti: Hai appena fatto riferimento al tuo lavorare con fotografie, video e performances: qual’è esattamente il ruolo di questi linguaggi espressivi nel tuo lavoro con i suoni?

Jacob Kirkegaard: A volte gli altri media completano o aggiungono una dimensione ulteriore al suono. Come nel deserto ho sentito che il movimento della sabbia visualizzava il suono in maniera estremamente significativa.

Silvia Bertolotti: Una volta hai dichiarato in un’intervista che: “Pierre Schaffer e Walter Rutmann ti hanno fatto pensare al mondo come ad uno strumento musicale”. Qual’è dunque il ruolo dell’artista? Come crea i suoi suoni? Intendo, l’artista è un compositore o piuttosto un ascoltatore?

Jacob Kirkegaard: L’artista è l’interprete. Come un artista che dipinge un panorama: egli dipinge quello che vede, ma quando guardi il suo dipinto, cio’ che vedi non è solamente quel determinato panorama, bensi’ l’interpretazione che l’artista stesso ne ha dato. L’artista è il medium. Il mondo si muove attraverso di noi; sta a noi scegliere se lasciarlo semplicemente passare oppure se dipingerlo, registrarlo o altro, per poi ri-presentarlo nella nostra peculiare modalità espressiva. Io sono interessato al tracciare i suoni inascoltati che sono attorno a noi, rivelarli e dire poi: ” hey, ascolta quello che sento!”.

Silvia Bertolotti: Qual’è allora il ruolo degli ascoltatori finali invece? In cosa l’esperienza acustica vissuta dall’artista e quella vissuta dall’ascoltatore differiscono?

Jacob Kirkegaard: Per me è importante lasciare uno spazio agli ascoltatori. Non voglio fornire dettami troppo chiari con i miei suoni. Preferisco piuttosto suggerire.

Silvia Bertolotti:Nell’ascoltare il mondo-strumento e il suono della natura, qual’è’ il ruolo degli strumenti tecnologici che tu utilizzi? Intendo, sei un artista che esplora la parte più interna dei fenomeni e dei luoghi, lasciando loro la parola. Ma utilizzi anche apparecchiature come acceleratori, idrofoni, microfoni acustici. Qual’è la relazione fra l’oggetto sonoro e lo strumento tecnico?

Jacob Kirkegaard: Le apparecchiature che io utlizzo sono dei mezzi, proprio come me in quanto artista. Il modo in cui scelgo e mi servo di questi strumenti fa parte della decisione più ampia che plasmerà poi l’opera. Per esempio, se avessi utilizzato cinque amplificatori a Chernobyl invece di uno solo, il risultato sarebbe stato totalmente diverso. La questione non è il messaggio? Dall’altra parte, se non avessi usato alcun amplificatore a Chernobyl, non avrei potuto creare nemmeno l’opera stessa. Quello che intendo quando parlo di lasciare parlare il suono in sé, non è semplicemente il fatto di essere interessato ai diversi tipi di ascolto (o con diversi tipi di orecchie/strumenti) per poi aspettare e vedere cosa ne verrà fuori. Una recinzione di ferro vibra, risuona e genera differenti tipi di toni a causa del vento, per esempio.

Silvia Bertolotti: Ad un livello più generale, quale risulta essere la relazione dunque fra suono e musica? E partendo da essi, come si svolge il tuo proceasso creativo?

Jacob Kirkegaard: Credo che non esista una cosa come il suono in sé. Ritengo piuttosto che il suono sia qualcosa di oggettivo, mentre la musica è un sentimento soggettivo. In questa maniera, ogni suono puo’ essere musica. Dipende dal modo in cui siamo capaci di interpretare i suoni attorno a noi. Pertanto, le mie esplorazioni cominciano quando sento che esiste un legame potenziale tra una storia o un concetto e un suono per me interessante.

Silvia Bertolotti: Nel tuo processo creativo allora il punto di partenza è suono in sè? Come lo interpreti successivamente?

Jacob Kirkegaard: Normalmente tutto ha inizio quando ascolto o leggo qualcosa intorno ad un fenomeno sonoro particolare. Come per esempio le “Singing Sands”. Mi sembrava molto misterioso e cosi’ cominciai immediatamente a fantasticare intorno al suono che avrebbero prodotto. A quel punto decisi di andare là e cercare il suono. Quando poi mi sono trovato nel deserto ho scoperto che il suono era totalmente diverso da quello che avevo immaginato; tuttavia era interessante. Essere in quel luogo mi ha permesso di avere un’idea più concreta sul come creare l’opera e su come lavorare con il suono. Inoltre, con mia grande sorpresa, ho scoperto gli aspetti visivi del fenomeno e pertanto ho deciso di farvi ritorno con una videocamera. Insomma tutto il processo è una sorta di avanti e indietro; trovo l’ispirazione per investigare qualcosa che rappresenta poi una sfida per me.

Silvia Bertolotti:Come hai scelto le due opere che presenterai al Sonic Acts Festival di Amsterdam? Tra Sabulation e Labyrinthitis esiste una particolare connessione?

Jacob Kirkegaard: Queste due opere sono i miei due lavori più recenti e complessi. Sabulation é stato presentato per la prima volta il mese scorso al Club Transmediale a Berlino ed è quindi una crazione davvero nuova. I curatori di Sonic Acts hanno insistito poi nell’includere anche Labyrinthitis e ora sono davvero felice di presentare entrambi.

Silvia Bertolotti: Quali sono i tuoi piani per il futuro? Stai lavorando a qualcosa in particolare?

Jacob Kirkegaard: Ho diversi progetti al momento: installazioni, musiche e viaggi. Il mese prossimo saro’ in Etiopia per raccogliere e registrare dei suoni per la realizzazione di un film danese. A marzo poi lavorero’ su un’installazione sonora per il KW- Kunstwerke a Berlino. In estate invece saro’ impegnato con la mia prima opera d’arte permanente che sarà parte della nuova Università di Copenhagen. Faro’ anche dei remix di alcune musiche, come pure ho in programma dei concerti insieme a Lydia Lunch, che sta disegnando uno spazio d’ascolto per il Roskilde Festival. Infine in autunno saro’ in Giappone per la presentazione di “Sabulation” .


www.sonicacts.com

www.fonik.dk

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