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Ipersuperfici E Mediafacciate. Le Nuove Dimensioni Della Performance

 

Lev Manovich affermava che il profondo cambiamento che investe la cultura all’epoca della rivoluzione dei media computerizzati riguarda anche lo spazio e i relativi sistemi di rappresentazione e organizzazione, diventando anch’esso un media: “Proprio come gli altri media – audio, video, immagine e testo – oggi lo spazio può essere trasmesso, immagazzinato e recuperato all’istante; si può comprimere, riformattare, trasformare in un flusso, filtrare, computerizzare, programmare e gestire interattivamente” (L.Manovich, “Il linguaggio dei nuovi media”).

Ricordava ancora Manovich che se tutte le azioni avverranno in un prossimo futuro nello spazio del virtuale e della simulazione, lo schermo, ultima appendice della cornice intesa come spazio fisico separato che impedisce il movimento di chi osserva, scomparirà del tutto a vantaggio di un effetto compositivo sfumato che ricerca, “scorrevolezza e continuità”:

L’apparato della realtà virtuale si ridurrà a chip impiantato nella retina e connesso via etere alla rete. Da quel momento porteremo con noi la prigione non per confondere allegramente le rappresentazioni e le percezioni (come nel cinema) ma per essere sempre in contatto, sempre connessi, sempre collegati. La retina e lo schermo finiranno per fondersi.

Più che eliminati, gli schermi si sono ingranditi; a caratterizzare la scena degli ultimi anni è infatti, il fenomeno del gigantismo. Vengono chiamate “ipersuperfici”, “media facciate interattive” quelle pareti architettoniche permanenti o temporanee, destinate a ospitare superfici luminose e colorate, megaproiezioni video e schermi al plasma: gigantesche proiezioni con immagini e scritte fanno parte del paesaggio e dell’arredo metropolitano e costituiscono ormai l’armamentario basico della pubblicità. Le insegne digitali (digital signage) raggiungono formati enormi, terracquei (il maxischermo pubblicitario da 24 metri inserito in un dirigibile, visibile a 4 chilometri di distanza).

La definitiva medializzazione del contesto urbano è più vicina di quanto non si creda, e corrisponde alle grandi proporzioni delle pubblicità visibili presso la grande distribuzione: ipermercati, centri commerciali, fiere, non-luoghi quotidianamente attraversati e frequentati, a cui è dedicato, auspice Marc Augé, il libro di Stefano Boeri e Vittorio Gregotti “La civiltà dei superluoghi”.

La dimensione esperienziale del public space, della piazza, delle stazioni, dei metrò attraverso schermi multidimensionali, secondo Simone Orcagni, si lega a quella più intima, individuale, televisiva: “Media, urbanistica, performance concorrono a realizzare una nuova esperienza spettatoriale, in parte anche cinematografica” (intervento su “Il sole 24 ore on line”).

Le architetture urbane e i grandi spazi pubblici ospitano per eventi speciali, video proiezioni in 3D e schermi a led addossati alle pareti dei palazzi: urban screens, architectural mapping, facade projection, 3D projection mapping, videoprojection mapping, display surfaces, architectural Vj set, sono alcune delle definizione usate e l’ambito è quello della cosiddetta  Augmented Reality (ma Lev Manovich preferisce parlare di Augmented Space perché c’è una sovrapposizione di elementi elettronici in uno spazio fisico), una tecnica che fa interagire la realtà e la sua ricostruzione digitale e ne modifica la percezione visiva sovrapponendosi ad essa sino a stravolgerla anche nelle dimensioni.

Sulla base di questi esperimenti di realtà aumentata, sono state create opere video artistiche site specific di grandi dimensioni e persino spettacoli teatrali con scenografia/attore virtuale con mapping 2 e 3D e un effetto di estremo realismo.

Il fenomeno sta assumendo proporzioni sempre più vaste e una diffusione internazionale, a tal punto che è stato anche oggetto di conferenze internazionali organizzate dall’International Urban screen association, eventi (a Manchester e Amsterdam) e una pubblicazione specifica dedicata liberamente scaricabile dalla rete dal sito Networkcultures.org

Segnaliamo per approfondimenti l’articolo on line “Public space and the transformation of public space”; ed inoltre lo speciale su Urban Screen nel peer reviewed journal “First Monday”.

In questo campo operano proprio gli Urban Screen, architetti specializzati in allestimenti digitali e installazioni anche in aree urbane, nati come gruppo nel 2008 ma già attivi sin dal 2004 con sede a Brema, in Germania: lavorano nel campo dell’intrattenimento, della pubblicità e dello spettacolo usando i nuovi media digitali e le videoproiezioni. Aperti alla collaborazione con artisti che lavorano nell’ambito della motion graphics e del video, hanno creato un nuovo genere di arte pubblica rigorosamente digitale. L’operazione artistica che loro inaugurano con tecniche e programmi creati appositamente, è quella che prevede un preciso mapping della superficie (la problematica riguarda proprio la precisa rilevazione omografica) e la proiezione di un rivestimento digitale video o animato, perfettamente sagomato sullo sfondo architettonico; questo dà vita a straordinari eventi ed effetti tridimensionali, improbabili quanto fantasmagorici.

L’illusione percettiva, nei casi più riusciti, è quella di una “architettura liquida”, mobile, che aderisce come pellicola o si stacca dalla superficie vera; frammenti di superfici come fossero pezzi di un Lego vanno a creare un’ illusione ottica di forte impatto, il tutto sotto gli occhi del pubblico inconsapevole o del passante, il quale non distingue più tra la trama architettonica vera e propria e quella virtuale. Subito acquisita dai grandi marchi internazionali per la pubblicità, lanci di prodotti, la tecnica fa intravedere anche un possibile utilizzo performativo digitale che unirebbe definitivamente video art, installazioni, graphic art, light design e teatro dal vivo.

Facciate di case e chiese con i singoli elementi architettonici che si disgregano, che diventano quadri/pitture in movimento, arricchiti di macchie di luci e di colore che si modificano a ritmo di musica, personaggi digitali che si arrampicano su finestre, portoni, tetti in questa nuova arte mediale, arte media- performativa. I confini del teatro si sono così allargati: l’ambiente non è più lo sfondo, è l’opera.

Urban screen così spiegano il loro lavoro: “Attraverso la nostra esperienza con le architetture di scena abbiamo sviluppato una procedura per proiezioni adattate alla superficie e abbiamo creato LUMENTEKTUR. Attraverso l’esatta misurazione la proiezione è adattata perfettamente allo spazio. Questo permette di avere un riferimento diretto e un’interazione con lo sfondo. Così oltre ad essere un procedimento tecnico registrato, LUMENTEKTUR è diventato anche un importante approccio al processo creativo. La sovrapposizione di strutture materiali con un rivestimento virtuale che lo ricopre integralmente, infatti, apre a un potenziale creativo che noi stiamo perseguendo sistematicamente


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è forse l’evento di media facciata che li ha resi più celebri: l’architettura diventa come una tastiera mobile sopra cui una mano è appoggiata e ne segue il movimento; le caratteristiche architettoniche dell’edificio e la proiezione 3D contribuiscono alla percezione di una “realtà aumentata”. Interessante anche l’applicazione a teatro di questa tecnica, poiché crea un’idea di ologramma. Così in Goodbye in collaborazione con Bremer Theater. In Jump! analogamente, la facciata dell’edificio diventa una sorta di parete di free climbing o arena di circo per attori che saltano, si arrampicano, si nascondono tra le finestre.

Nello stesso ambito operano anche i NuFormer Digital Media, società che ha sede nei Paesi bassi, specializzata nella comunicazione digitale, motion graphics, film digitali e proiezioni 3D per eventi, lanci promozionali; straordinario il loro Projection on building il cui video ha fatto il giro dei siti di arte digitale decretando il successo di questa specialissima nuova forma d’arte.

Per avere un’idea della vastità di proposte del fenomeno rimandiamo alla videogallery del canale I love mapping su Vimeo.com

Fondali live con maxi schermo a led per concerti in facciate di palazzi sono stati inaugurati in Piazza Duomo nel 2008 in occasione dell’apertura del Salone del Mobile con il concerto di Christian Fennesz con i visuals di Giuseppe La Spada. Si è trattato dell’evento firmato dalla società italiana Urban Screen Spa, assegnataria a Milano del primo progetto di medializzazione urbana in Italia con una mediafacciata di 487 metri quadri (cantiere Arengario, piazza Duomo Milano, progetto Mia, Milano In Alto). Mia rappresenta la più grande architettura multimediale a led esistente in Europa.

Manovich in un saggio dedicato all’argomento, intitolato “The poetics of urban media surfaces”, auspica un’unione tra architettura materiale e immateriale: “Gli architetti insieme con gli artisti possono avanzare un po’ e considerare lo spazio “invisibile” dei flussi elettronici come sostanza anziché come vuoto, cioè come qualcosa che ha bisogno di una struttura, di una politica, di una poetica”.

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