“I greci entravano nella Morte a ritroso: ciò che essi avevano davanti, era il loro passato. Così io ho ripercorso una vita, non già la mia, ma quella di chi amavo”. [1]. Così Roland Barthes descrive ne La camera chiara, il momento che segue la morte di sua madre, in cui, sfogliando le fotografie che negli anni l’avevano ritratta, tenta di incontrarla di nuovo, di “ritrovarla” attraverso le immagini. Ho creduto sia stato questo il procedere dell’artista Moira Ricci – che mi ha poi confermato di essere stata fortemente ispirata da Barthes – nella creazione di quella che è senza dubbio la sua opera più nota e più discussa: la serie fotografica dal titolo 20.12.53 – 10.08.04 [2], concepita e realizzata dopo la morte improvvisa della madre.

Ma se il dolore di Barthes sembra comunque al servizio della pratica scientifica, di quel “desiderio ontologico” che lo spinge a scoprire il “noema” della fotografia, quello di Moira è viscerale, irriducibile, quasi ossessivo: “Continuavo a guardare le sue foto, non riuscivo a smettere. Volevo solo entrare lì per stare con lei”.

Così ha fatto. Con l’aiuto del software più usato per il fotoritocco digitale, la giovane artista toscana è riuscita ad entrare in numerose immagini che ritraevano sua madre, inserendosi perfettamente nel contesto referenziale non solo grazie al travestimento, che le ha permesso di indossare abiti e acconciature in linea con l’epoca della foto, ma anche attraverso la collocazione nello spazio, la posa, il gesto. Non lo sguardo, che è invece l’unico indizio, l’unico “errore” di un iperrealismo altrimenti perfetto. Lo sguardo di Moira non è mai in macchina, né rivolto verso oggetti fuori campo. Lo sguardo di Moira è l’atto di dolore e di amore verso sua madre, ma anche l’unica traccia della soppressione della Referenza, dell’Indice, di quell’ “E’ stato” che per tanti anni ha animato il dibattito sul carattere deittico che l’immagine fotografica – prima dell’avvento del digitale – avrebbe avuto.

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E se in “20.12.53 – 10.08.04″ le immagini sono spazio di una congiuntura tra reale e virtuale, nell’ultimo progetto, la mostra “da Buio a Buio” [3], dove Moira narra in immagini vecchie leggende popolari attraverso fotografie-documento artefatte, l’uccisione della realtà – per dirla con Baudrillard [4]– sembra arrivare al culmine. Ma la Ricci non fa altro che mettere in scena la sua la realtà, quella dell’immaginazione, della memoria, delle storie popolari che slittano tra vero e falso e si posano nel buio della notte prima di prendere sonno.

Ricostruendo e mettendo in scena un’inchiesta fatta di prove visibili e tangibili, Moira compie un corto circuito, in cui l’iperrealismo di falsi documenti diventa il dubbio visivo dello spettatore. Lo sguardo si posa sulle immagini in bilico tra curiosità e smarrimento, senza appigli, in uno spazio dell’inganno che seduce e respinge allo stesso tempo. Le tecniche digitali, nascoste e invisibili, diventano così strumento di indagine di una realtà che fatica ad essere colta, afferrata, immaginata.

Ho incontrato Moira Ricci in un freddo pomeriggio di gennaio nella biblioteca comunale Bolognese. L’intervista che segue è la sintesi di una lunga conversazione sull’arte, le immagini, la memoria.

Giulia Simi: Tutta la tua opera è attraversata e segnata fortemente dalla tua presenza. Anche quando il tuo corpo non è visibile, il tuo sguardo ci guida tra i frammenti di memoria ancorati alla tua infanzia, ai tuoi territori, alle tue relazioni. Un’autobiografia in divenire…

Moira Ricci: Sì, tutti i miei lavori sono autobiografici perché la mia vita è l’unica che conosco veramente e che voglio analizzare e raccontare. Come ho già detto in altre interviste, quando lavoro è perché ho qualcosa che mi tormenta e che devo in qualche modo fermare. Solo dopo aver trasformato il mio tormento o la mia esperienza in qualcosa da vedere e toccare, riesco più facilmente a distaccarmi.

Per alcune cose è stato più difficile e ho dovuto soffermarmi con più di un lavoro per riuscire a lasciarle andare. Per esempio il distacco dalla mia casa e il distacco da mia madre quando se ne è andata. Per la mia casa ho fatto tre lavori: Loc Collecchio, 26; Faccio un giro e torno, Custodia Domestica. Per mia madre la serie fotografica 20.12.53-10.08.04 e il video Ora sento la musica chiudo gli occhi sono ritmo in un lampo fa presa nel mio cuore.

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Giulia Simi: La morte di tua madre ha segnato sicuramente una cesura nella tua pratica artistica. C’è un prima e un dopo, ed è questo dopo che ha prodotto la serie fotografica a lei dedicata, in cui sembri riuscita nella messa in atto del punctum barthesiano, aggiungendo, letteralmente, una ferita alle immagini. Puoi raccontarci come ha preso vita il progetto?

Moira Ricci: Fin da subito, durante il funerale, sentivo il bisogno di vedere le immagini di mia madre da viva, i suoi sorrisi, i suoi sguardi. Continuavo a guardare le sue foto, non riuscivo a smettere. Volevo solo entrare lì per stare con lei. All’interno di quelle immagini vedevo l’unica realtà in cui volevo stare. Tutto il resto mi sembrava così irreale, il tempo così dilatato, era come se fossì lì da venti giorni mentre ne era passato soltanto uno.

E così tutto è nato spontaneamente, senza premeditazione, senza progetto. Avevo bisogno di entrare nelle foto di mia madre perché la volevo rivedere viva e solo nelle foto lo era. Per qualche giorno ho creduto che fosse più possibile entrare dentro ad un pezzo di carta che pensare all’assenza, al fatto che lei non ci fosse più e che non l’avrei mai più rivista.

Giulia Simi: Perché hai deciso di utilizzare l’intarsio digitale invece di altre tecniche più classiche, usate per esempio in lavori precedenti?

Moira Ricci: Con il collage cartaceo non sarebbe stata la stessa cosa. Avevo la necessità di creare l’illusione di essere lì.

Giulia Simi: In ogni fotografia della serie il dialogo con tua madre è marcato solo dallo sguardo, come se questo bastasse a riappropriarti dell’assenza. Possiamo dire quindi che la tua volontà era quella di esserci per poter guardare?

Moira Ricci: Pochi giorni dopo il funerale ho iniziato a mettere in atto questo mio desiderio di stare accanto a lei e guardarla, per aspettare che si girasse verso di me e per dirle che nel suo futuro, che io già conoscevo, le sarebbe successo una cosa che ci avrebbe separato. E così mi preparavo e mi vestivo per entrare nel tempo di ogni foto, per avere l’impressione di essere lì veramente. Perché se non fossi riuscita ad esaudire la mia volontà di farle sapere dell’incidente, sarei rimasta lì, accanto a lei, per sempre.

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Giulia Simi: Nel tuo ultimo lavoro, “da Buio a Buio”, le tecniche digitali sono al servizio di un falso storico, di una messa in scena di vecchi documenti in realtà mai esistiti. Perché questa scelta? Che rapporto hai con le immagini d’archivio?

Moira Ricci: Ho molte foto e video perché mia madre era sempre con la macchina fotografica o con la telecamera in mano ad ogni cena, festa, viaggio che facevamo. Non solo. Sono sempre andata in cerca di foto, anche di persone che non conoscevo, e di ritagli d’immagini di giornale che mi piacevano. Nella mostra da Buio a Buio ho recuperato molto sia dalla mia collezione d’immagini sia da quella di altri. Ho voluto rendere visibili le storie che mi sono state raccontate quando ero piccola e che per molto tempo ho pensato fossero vere, come del resto molti abitanti della mia zona credono tutt’ora.

Volevo dare allo spettatore una sensazione di surrealtà, introiettargli il dubbio, spingerlo a chiedersi se quelle immagini fossero vere o false, così come ce lo chiediamo riguardo alle storie stesse.  Non ci poteva essere niente di meglio delle vecchie foto trovate nel corso degli anni. Le tecniche digitali e quelle più antiche di stampa hanno fatto il resto.

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Note:

[1]Roland Barthes, La camera Chiara – Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino, 2003, pag.72

[2]L’opera è stata recentemente esposta nella mostra “Realtà Manipolate”, CCCS, Firenze, dal 25.09.2009 al 17.01.2010

[3] Prodotto da Art Fall 2009 per gli spazi del Pac, Padiglione d’Arte Contemporanea, Ferrara, dal 20.12.2009 al 19.01.2010

[4] Cfr. Jean Baudrillard, Il delitto Perfetto – La televisione ha ucciso la realtà?, Milano, Cortina, 1996

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