Angoli e intersezioni. Questo il titolo della terza edizione della Biennale Quadrilaterale ( 8 Dicembre – 31 Gennaio), conosciuta anche come Biennale Croata, quest’anno interamente dedicata ai nuovi media e alla loro influenza sulle culture locali e globali.

Con il loro carattere liquido e immateriale, le nuove – o per dirla con Philippe Dubois, “le ultime” – tecnologie, sembrano incarnare perfettamente la spinta transnazionale e la vocazione alla sintesi – prima tra tutte quella tra Oriente e Occidente – che muove questa biennale nata a seguito dei recenti accordi quadrilaterali tra Italia, Slovenia, Croazia, Ungheria. In una città complessa e segnata da numerose cicatrici com’è quella di Fiume/Rijeka, crocevia di culture ma anche teatro di occupazioni e di esodi, l’arte digitale, con i suoi flussi di dati senza corpo, ha abitato le stanze del Museo di Arte Moderna e Contemporanea insieme agli spazi urbani, richiamando l’attenzione e la partecipazione della cittadinanza.

Sotto la direzione artistica di Christiane Paul – autrice del celebre Digital Art (London, UK: Thames & Hudson Ltd. – 2003) e curatrice per la sezione New Media del Whitney Museum di New York – i quattro curatori della Biennale (Darko Fritz -Croazia, Nina Czegledy-Ungheria e Peter Tomas Dobrila-Slovenia), hanno selezionato per ogni paese gli artisti più fecondi nel rapporto tra arte e nuove tecnologie. Per l’Italia, il difficile compito è toccato a Elena Giulia Rossi, che oltre ad indagare da anni i nuovi percorsi espositivi e conservativi imposti dall’arte digitale (Archeonet, 2003) collabora con il museo MAXXI di Roma dove ha curato numerose esposizioni di Net Art.

Con lei abbiamo parlato dell’esperienza curatoriale e culturale di questa Biennale e soprattutto della scelta dei quattro artisti che hanno rappresentato il nostro paese: 0100101110101101.org, Elastic Group of Artistic Research, Lorenzo Pizzanelli e Carlo Zanni.

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Giulia Simi: I quattro paesi coinvolti nella Biennale Quadrilaterale di Rijeka erano chiamati quest’anno ad indagare “angoli e intersezioni” dell’arte dei nuovi media sotto la direzione artistica di Christiane Paul, una figura cardine per la pratica espositiva legata al digitale. Come è stato lavorare con lei e con i curatori degli altri paesi?

Elena Giulia Rossi: Il processo di svolgimento del progetto è stato molto interessante e, con questo, mi riferisco anche alla collaborazione con gli altri curatori: Darko Fritz , Nina Czegledy e Peter Tomas Dobrila. Christiane Paul è stata il direttore artistico e il collante di tutti noi. Certamente lavorare con lei è stato un onore e una bellissima esperienza. La definizione del progetto, durato più di un anno, si è concretizzata attraverso regolari conferenze su Skype.

Su Skype abbiamo discusso sulle tematiche, pianificato e progettato le opere nello spazio fisico del museo, e nello spazio urbano. Quindi, una Biennale sulle tecnologia in cui la tecnologia ha giocato un ruolo fondamentale anche nella sua fase di costruzione, certamente facilitandone l’aspetto progettuale, dal punto di vista economico e organizzativo.

Giulia Simi: Avevi il difficile compito, come curatrice italiana, di selezionare quattro artisti che rappresentassero il nostro paese. Hai scelto Eva e Franco Mattes, Lorenzo Pizzanelli, Carlo Zanni, Elastic Group of Artistic Research. Ti va di raccontarci e motivarci la scelta?

Elena Giulia Rossi: Hai ragione! Selezionare degli artisti che rappresentino il proprio paese è sempre una grande responsabilità e non è un compito semplice, soprattutto quando il numero è così limitato. Sono felice quindi di avere l’opportunità di poter motivare le mie scelte, dispiaciuta di non aver potuto allargare l’invito anche ad altri artisti altrettanto meritevoli e rappresentativi di cui farci vanto all’estero.

In generale, la selezione ha prediletto opere che, al meglio, rispondessero al tema prescelto (Angles and Intersections / Angoli e intersezioni) e che, allo stesso tempo, fossero state realizzate da autori rappresentativi nel panorama artistico italiano. Ciascuno dei lavori selezionati ha fatto riflettere sul tema angoli e intersezioni su diversi livelli: intersezione tra media differenti, tra località remote (geografiche o temporali), tra natura e tecnologia, e così via. Tutto ciò è contenuto in ciascuna delle opere, ma ognuna di loro ha portato in primo piano un aspetto diverso delle tecnologie e un suo diverso utilizzo.

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Tutti ormai conoscono Eva e Franco Mattes – 0100101110101101.org, due pionieri, non solo dei ‘nuovi media’, se ancora li vogliamo definire ‘nuovi’, ma dei media in generale: dalla stampa, ad internet. La loro identità di artisti nati in Italia ma di nazionalità ‘europea’, come si introducono sulla homepage del loro sito, è già un elemento di interesse notevole in un contesto simile.

Per la Biennale sono state presentate, in un’unica proiezione, tre delle loro Synthetic Performances, le tre nelle quali i due artisti hanno replicato su Second Life le performance storiche: Imponderabilia di Marina Abramovic e Ulay (1971), Shoot di Chris Burden (1971) e The Singing Sculpture di Gilbert and Gorge (1968). Il loro lavoro si è spesso identificato in atti di ‘appropriazione’, da opere net a interi siti, in nome della libera circolazione. In questo caso, il loro replicare/reenact performance storiche su Second Life, va oltre la citazione, ma va anche oltre il puro atto di appropriazione.

Le performance alle quali il duo fa riferimento esplorano i limiti del corpo e della sua fisicità, fisicità che nel mondo sintetico diventa surreale e del tutto mentale. Non solo… la proiezione di un reenactment dopo l’altro, permette di focalizzare l’attenzione su un dettaglio che potrebbe sfuggire, ovvero la somiglianza dei performers ad Eva e Franco piuttosto che agli autori originari, una somiglianza, questa, che della vera identità del duo non dice nulla di più di quanto non dicano i loro nomi, ultimi dei numerosi pseudonimi con i quali hanno vestito la loro identità, nella loro vita professionale e in quella privata.

Le opere di Lorenzo Pizzanelli sono altrettanto intrise di cultura, in particolare di quella italiana, dalla storia dell’arte, alla politica. Nelle tecnologie riesce a trovare uno strumento ideale per comunicare e semplificare concetti e relazioni tra loro molto complessi, in una parallela esplorazione, non tanto degli ultimi ritrovati tecnologici, quanto dell’impatto sociale della tecnologia. Video-games, la rete, intelligenze artificiali, come quella che vive in Marinetti alla Quarta, l’opera presentata in occasione della Biennale Croata, sono alcuni dei linguaggi che definiscono e animano la società post-informatica, e sono anche quelli che Pizzanelli utilizza per veicolare parte della sua immensa cultura, semplificandola, rendendola interattiva e accessibile a vari livelli.

Oltre ad essere la sua ultima produzione, realizzata in occasione della manifestazione “Futuroma” che, nel 2009, ha celebrato i cento anni dalla nascita del Manifesto Futurista, e presentata nelle principali istituzioni della capitale (tra gli altri, i Musei Capitolini, MacroFuture, Galleria Alberto Sordi), Marinetti alla Quarta ha una relazione molto forte con Fiume, per lo storico soggiorno a Rijeka del protagonista del Futurismo che, nel lavoro di Pizzanelli, torna in vita e, dall’interno di una valigia-scultura, parla e interagisce con i suoi visitatori.

L’intelligenza artificiale, realizzata con il generoso supporto dell’azienda romana Infobytes, si relaziona con noi e con il tempo di oggi. Quello che stupisce è che le risposte di Marinetti, la cui intelligenza è nutrita degli scritti forniti dall’artista, codificati dai tecnici, e accresciuta dall’interazione con i visitatori, risultano sempre molto attuali.

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Carlo Zanni, anche lui pioniere di opere new media, e sperimentatore di diverse tecnologie e tecniche, tra cui anche quelle tradizionali come olio su tela, è stato fondatore di un nuovo genere che ha unito la net art con il cinema, riconosciuto nel termine da lui coniato di “data-cinema”. Il suo corto The Ties Between Illness and Success (2006 – 2007) ne aveva iniziato il percorso ed è stato presentato negli spazi fisici nelle forme più varie: dalla proiezione in sale cinematografiche, a scultura, come il suo IPod scultura presentato nell’ambito della mostra Apocalittici e Integrati presso il MAXXI di Roma nel 2007, a opera di net cinema, di cui è ancora consultabile l’archivio sul sito dell’artista.

The Temporary Visiting Position from the Sunset Terrace Bar (2007-08), presentato alla Biennale Croata presso il Museo Astronomico, è la sua ultima evoluzione di data-cinema, connubio di una numerosa varietà di strumenti e generi, net art, cinema e fotografia, ma anche letteratura e musica: le immagini sono infatti accompagnate da un poema della scrittrice siriana Ghada Samman e la musica del celebre compositore americano Gabriel Yared.

Il cielo del paesaggio della cittadina tedesca di Ahlem, derivato da dati ripresi da web-comes puntate sul cielo di Napoli, ha portato in primo piano, inoltre, l’intersezione tra reale e finzione, una relazione resa poi evidente dallo stormo di uccelli con cui si chiude il corto, la cui natura digitale è palesata.

L’intersecarsi del mondo informatico con quello reale, e soprattutto con quello urbano, sono invece al centro del lavoro degli Elastic Group che, tra la varietà delle tecnologie impiegate nel loro lavoro, hanno trovato nel video quelle qualità “elastiche” con cui poter penetrare la matrice informatica. Il lavoro Re-mixing City è stato creato ad hoc per la Biennale Croata. L’intersezione tra corpo, paesaggio, identità, tra reale e virtuale e le sue incarnazioni sempre più ibride, sono tutte racchiuse nel video-tryptic.

Il video centrale Amniotic City, realizzato nel 2004 e lasciato intatto, funge da punto di partenza, di nascita, proprio come evocato dal liquido amniotico /amniotic a cui il video storico fa riferimento, metafora della matrice urbana e della sua compenetrazione con il corpo umano.

I video laterali espandono questo concetto formulandolo attraverso un linguaggio di immagini composte da icone ricorrenti nella loro ricerca, rielaborate digitalmente, animate a suoni elettronici e rimescolate in una sorta di collage post-digitale. La loro ricerca, rappresentativa nell’arte italiana, porta in primo piano un utilizzo peculiare del video che si confronta con lo spazio liquido della matrix e con quello urbano, in un ‘remix’ che, al meglio, porta alla luce una serie molteplice di intersezioni, tra linguaggi (video-informatico), tra paesaggi (urbano-elettronico), e tra questi e il corpo.

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Giulia Simi: Parliamo di spazi, stavolta fisici e non solo virtuali. La Biennale si svolge a Rijeka, in parte all’interno del MMSU (Museo di Arte Moderna e Contemporanea della città) e in parte negli spazi urbani. Come è avvenuta la mediazione interno/esterno? In che modo siete riusciti ad attivare un dialogo e una continuità tra le opere e i diversi spazi messi in gioco?

Elena Giulia Rossi: Di sedici progetti, quattro sono stati messi in relazione con il contesto urbano. Il globo che troneggia sul porto di Rijeka e sul quale di solito è proiettato il logo della compagnia telefonica nazionale Trasandria, in occasione della Biennale ha ospitato il lavoro dell’artista croato Dalibor Martinis con il suo Global Picture/Sensor of Human Condition. Questo lavoro riflet, attraverso variazioni di colore, le oscillazioni di dati relativi all’economia globale, all’ecologia etc., un progetto che poteva essere esplorato anche attraverso il sito proiettato nello spazio fisico del museo.

Il progetto di Marusc Kliff Telephoning 2 ha coinvolto tutto il territorio, dove sono state identificate varie cabine telefoniche, per diventare teatro di una performance: un software digitava automaticamente i numeri delle cabine e le persone che rispondevano erano chiamate ad interagire tra loro, e con chi si trovava nello spazio museale.

Marinetti alla Quarta di Lorenzo Pizzanelli, è stato invece ospitato all’interno dello spazio di Peek and Poke Retro Computer Club, un posto molto curioso gestito da appassionati, febbrili collezionisti di ogni sorta di oggetto tecnologico, dalla calcolatrice ai computer. Il suo aspetto retrò si è perfettamente adattato al lavoro di Pizzanelli che richiama in vita uno dei protagonisti del movimento che, con maggior vigore, ha glorificato le potenzialità della tecnologia.

Il lavoro di Carlo Zanni è stato infine ospitato dal Museo Astronomico, a tre kilometri dal centro di Rijeka. La struttura (inaugurata nell’aprile 2009) è il risultato dell’ampliamento della fortezza militare costruita nel 1941, e ora ospita la Società astronomica che a Fiume ha operato dal 1974 con l’impiego di due telescopi artigianali. Il fascino di questo luogo ha costituito una cornice molto forte per il lavoro di Zanni, in cui il punto di osservazione, apparentemente molto vicino, spazia in località remote, proprio come accade nell’osservatorio.

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Alcuni di questi lavori, come quelli di Martinis e di Kliff, avevano anche una componente fisica all’interno dello spazio museale. I visitatori dei lavori di Pizzanelli e di Zanni sono stati infatti incoraggiati dall’informazione dello staff del museo, unitamente alla newsletter distribuita in tutta la città.

Sono state organizzate, in seguito all’inaugurazione, delle visite guidate nei vari siti. Pizzanelli e Zanni hanno inoltre goduto dell’attenzione di un pubblico variegato, non necessariamente artistico: quello di appassionati di oggetti tecnologici del Peek and Poke Retro Computer Club, e quello dei visitatori del Museo Astronomico. L’entusiasmo culturale del paese si è manifestato con l’interesse e la disponibilità a spostarsi da un luogo ad un altro di questi siti, se pure in un giorno di pioggia torrenziale, quale è stato quello dell’inaugurazione.

Giulia Simi: Torniamo al titolo dell’edizione di quest’anno. “Angles and intersections”. Il riferimento potrebbe non essere solo alle pratiche di mixing culture messe in atto dai nuovi media. Rjieka infatti è uno spazio simbolico carico di implicazioni culturali e geopolitiche ancora aperte. In che modo questo spazio ha influito sul vostro lavoro curatoriale? Quanto queste intersezioni sono riuscite ad emergere tra i paesi coinvolti attraverso il lavoro degli artisti selezionati?

Elena Giulia Rossi: Come giustamente fai notare, Rijeka, snodo cruciale tra est e ovest, e tra l’Europa centrale e il Mediterraneo, è una città carica di implicazioni culturali e geopolitiche. Questo, poi, è un momento particolarmente delicato in quanto vicino alla sua entrata nella Comunità Europea. La Biennale Quadrilaterale stessa, che quest’anno è alla sua terza edizione, è carica di valenze politiche. Quadrilaterale è infatti un accordo che dal 2000 vede Italia, Croazia, Slovenia e Ungheria complici nel reciproco impegno di un continuo scambio culturale e di una facilitazione di alcuni aspetti commerciali, come quelli relativi al sistema di trasporti.

L’attività culturale rispecchia questo impegno di sinergia tra i quattro paesi e la Biennale ne è una delle manifestazioni più importanti. Ho già parlato di alcuni degli angoli e delle intersezioni che sono emerse nei diversi lavori, come quelle tra i media, tra reale e finzione, e tra generi diversi. Per quanto riguarda l’aspetto politico, è emerso che tutti i lavori trascendono i confini geografici per confluire in un discorso comune, sempre più guidato dalla tecnologia e dalla comunicazione che essa veicola.

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Una Biennale sui new media ha quindi dato l’opportunità di riflettere non solo sulla collaborazione tra i diversi paesi in ambito locale, ma anche in ambito globale. La presenza di Christiane Paul, tedesca di nascita, ma di cittadinanza americana, e la sua direzione artistica, ha convalidato questo aspetto rendendolo, a mio parere, ancor più interessante.


http://www.bq3.mmsu.hr/

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