Si è svolta la settimana scorsa l’ultima edizione del Festival Internazionale Netmage, arrivato quest’anno alla decima edizione. Un’ edizione che ha indagato territori rarefatti e onirici, attraverso la scelta di una approccio decostruttivo a musica e video.

L’immagine chiave è quella trasformazione, del cambiamento, l’elemento è la scia, ciò che ci manifesta il passaggio di un evento senza arrivare ad essere temporale ma piuttosto fisica. L’immagine del festival, realizzata dall’artista spagnolo Carlos Casas, è la traccia di un viaggio interiore svelato per la prima volta al pubblico, la presentazione del work in progress realizzato dall’artista durante la preparazione del suo ultimo film sul cimitero degli elefanti, un luogo sacro e allo stesso impalpabile ai confini tra India e Nepal, un spazio rarefatto. Abbiamo avuto modo di intervistare Casas nella seconda giornata del Festival.

Carlos Casas è filmmaker e artista visivo, il suo lavoro è un crossover tra film documentari, cinema e arti visive e sonore. I suoi ultimi tre film sono stati premiati da prestigiosi festival internazionali come Torino, Madrid, Buenos Aires e Città del Messico, mentre alcuni dei suoi video sono stati presentati in mostre collettive.

Dopo l’esperienza a Fabrica, nel 2001 ha iniziato una trilogia di lavori dedicati alle condizioni piu estreme del pianeta, The Enf Trilogy, concentrandosi su Patagonia, Mare di Aral e Siberia. Carlos Casas, che fra le altre cose guida la label Von Archives insieme all’artista Nico Vascellari, nutre uno speciale interesse per il field recording e gli archivi sonori.

Chiediamo a Carlos come sia nato il suo interesse per i cimiteri degli elefanti (il nuovo lavoro The Cemetery è stato esposto, sotto forma di archivi e appunti preparatori al film, quest’anno a Netmage che lo ha anche prodotto), e ci racconta che questo luogo-non luogo ha da sempre suscitato in lui una grande curiosità.

Lo motiva dicendoci che non molto tempo fa, quando già aveva iniziato la raccolta di materiale e programmato la realizzazione di un fim documentario sull’argomento, scoprì che tutto questo interesse aveva radici molto più antiche di quanto lui stesso pensasse.Da sempre infatti era stato attratto dalla filmografia americana sulla giungla e in particolare da quella scena finale di Tarzan in cui il protagonista e Jane vengono guidati da un vecchio elefante moribondo verso questo luogo sacro e nascosto qual’è il cimitero degli elefanti.

Film documentari classici come Grass (1925), Chang: A Drama of the Wilderness (1927) e King Kong (1933), gli adattamenti cinematografici della lettura del Mondo Perduto e i film esotici risalenti agli anni ’30, ’40, 50, età d’oro della cinematografia di avventura sono stati per Casas fondamentali, nella sua formazione così come nella sua ricerca.

Così come la letteratura di Kipling, Sanders, Milton e Borroughs, in cui ha ricercato isotopie e spunti. Questa parte dell’analisi ha trovato spazio AL Netmage 2010 con l’installazione Cemetery, in cui spezzoni di filmografia classica venivano riprodotti con una modalità di stratificazione delle immagini grazie ad una sovrapposizione della pellicola, trasmessa nello stesso televisore dall’ inizio alla fine e viceversa, in uno svelamento delle simbologie ricorrenti.

La prima parte del lavoro di ricerca effettutato da Casas comprende anche una parte iconografica, che spazia dallo studio della narratività iscritta nel Cimitero, allo studio dell’iconografia Indù e di quella Buddista e della loro collisione nella lettura della morte e della reincarnazione, nella ricerca di un inquadramento mistico e rituale della cerimonia.

Questa parte del lavoro, che raccoglie le linee guida, le inspirazioni e la mappa per la realizzazione del film è quella raccolta nel programma del festival Bolognese, trasformato in vero e proprio libro di appunti, reso pubblico e lasciato alla libera interpretazione del visitatore, grazie alla scelta di lasciare le immagini provenienti da archivi fotografici analogici e digitali senza didascalia e di presentarle in ordine non lineare.

L’artista ci spiega che l’archivio non poteva essere completo senza la costruzione di una enciclopedia sonora, che servisse da guida per la preparazione di questo road movie, una ricerca sul campo e la raccolta di registrazioni sono stati riunite nella fase preparatoria del film.

Casas nutre infatti una passione per le banche di suoni, il field recording, le raccolte sinfoniche e i requiem. A Netmage, aree intercapedine tra una sala e l’altra erano state trasformate dall’artista in ambienti sonori eterei, spazi in cui si poteva entrare in contatto con gli archivi. Cita i lavori di Piere Henry, Francisco Lopez e Chris Watson come fondamentali per la sua produzione e ci racconta che proprio Watson sta collaborando con lui e realizzerà i fields recording per la realizzazione di The Cemetery.

L’ultima parte della produzione prevede infatti proprio il lavoro sul campo ed è in questa fase che l’autore si sposterá in India per l’osservazione e la registrazione, il mapping del territorio, nella ricerca dei punti di contatto reconditi tra uomo e animali sacri, filo conduttore dei suoi lavori. Spera che ad accompagnarlo anche nella dura esperienza del viaggio possa esserci anche Chris Watson, che ha lavorato con lui alla trilogia precedente.

Con l’autore collabora anche la studiosa Katy Paine, a capo dell’ Elefant listening project dell’Università di Cornell, che da anni studia il codice di comunicazione degli elefanti e in particolare le vibrazioni prodotte dalle loro danze mortuarie. Ci spiega che Ariel Guzik lo sta affiancando nella ricerca sul suono e sta cercando di costruire uno strumento per riprodurre questo suono, così come aveva lavorato sui suoni prodotti dalle balene per il Hunters since the beginning of time (Siberia), il documentario sulla vita dei pescatori di balene del Mare di Bering.

Casas ci racconta che in un primo momento l’idea di svelare il suo lavoro lo preoccupava, gli sembrava quasi che potesse apparire noioso per coloro che si sarebbero trovati di fronte a tutto quel materiale privo di una forma definitiva. Era in fondo la prima volta in cui condivideva la sua ricerca. Così come era la prima volta in cui Netmage presentava il lavoro di un’artista sotto forma di archivi, appunti, esperimenti audiovisivi, e ricerche previe per un film, in una forma davvero pura.

Casas ci rivela che è stato davvero stimolante mostrare il suo lavoro in corso d’opera e che in realtà adesso che ha aperto il suo archivio ha capito come il film può continuare. Rimaniamo affascinati e rapiti dalla magia della giungla emanata da questi suoni, dalla possibilità di consultare le immagini che lo hanno ispirato come aprendo un diario di viaggio. Ci sembra quasi di essere autorizzati a frugare in uno scrigno incantato, di poter capire come si lavora alla costruzione di un documentario e di poter trovare un senso nostro a tutto questo.


http://www.netmage.it/2010/

http://www.carloscasas.net/

http://www.vonarchives.com/

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