C’è una storia che si divide in due parti, come due coscienze che si intrecciano, si sfumano, si abbracciano. Da una parte Shuji Terayana, uomo di teatro, poeta, cineasta d’avanguardia; dall’altra Shuntaro Tanikawa, poeta.

Video Letter è la storia di uno scambio, di un passaggio tra l’identità e l’immagine, tra lo schermo (il video, come didascalizzato dal titolo) e la biografia. Tra il 1982 e il 1983, Tanikawa e Terayana decidono di scambiarsi delle lettere visive, registrando prima uno poi l’altro, come mittente e destinatario, dei video tapes privati, fatti di ricordi e immagini intime, di parole, di ritagli di giornale, appunti e piccole fotografie (polaroids, snapshots). Non ci sono regole drammaturgiche dentro questo scambio, le loro video-lettere partecipano alla vita come i gesti di ogni giorno, sono estratti della coscienza, frammenti di immagini e di realtà che, una volta uniti, costruiscono una piramide d’identità, al cui vertice, c’è sovrano e sfuggente, il video.

Il loro scambio ha un epilogo che coincide con la morte di Terayana: dal quel momento l’amico, Tanikawa, si occuperà di fare le necessarie correzioni del montaggio e sistemerà l’audio delle “Letters”, chiudendo il cerchio iniziato con l’invio del primo video .

Negli anni di Video Letter, il video era a metà della sua sperimentazione, artisti americani e europei, trasformavano le loro azioni in sequenze analogiche, in istanti replicabili e diffusibili. Appunto, diffusione e riproduzione, due dei passaggi che governano lo scambio di informazioni, canali dentro cui la comunicazione si realizza e si sviluppa. Il gesto di Tanikawa e Terayana, che pare umilmente narcisistico, lascia che sia l’arte a entrare in quell’interstizio che precede l’intimo incontro tra due individui. Per scrivere sul loro lavoro, le parole del compianto critico francese Raymond Bellour ci lasciano la più grande esegesi dell’opera di Terayana e Tanikawa.

Shuji Terayama

Raymond Bellour individua quattro qualità di Video Letter, la prima delle quali si fonda sulla domanda: “chi parla?”. Chi abbiamo di fronte? Taikawa o Terayana? Nonostante la semplice alternanza, mittente\destinatario, sempre rispettata in tutte le sedici Video Letters, la percezione della differenza tra le due identità, svanisce poco alla volta.

Ci sono tratti in cui l’immagine, il frammento di una vita, una fotografia, un estratto di giornale, non lascia i segni necessari per capire l’identità di chi registra, di chi riprende quel dato oggetto, quella parola, la voce. Baron Gysing e William Burroughts hanno scritto insieme Third Mind, un libro realizzato a due mani, fuori dall’autorità dell’autore, che genera qualcosa che va oltre il senso più stretto delle parole. Nelle loro intenzioni, l’unione di due persone può genere qualcosa di diverso, che supera la provenienza e l’origine delle parole. Ovvero, una terza mente, che nasce dagli sforzi delle due precedenti, ma che porta a un livello dove nessuna della due può passare.

Probabilmente Bellour quando aveva scritto su Video Letter aveva in mente quel libro (uscito nel 1977, in francese, dieci anni prima dell’articolo), ma ciò che più sorprende è che quello sforzo collettivo si realizza così chiaramente in un’oggettività così esplicita come quella del video. Il collage di Tanikawa e di Terayana riesce ad aggirare la specificità del medium, per affrontare un processo di generazione.

Shuji Terayama

La seconda qualità di Video Letterè legata all’identità e ai segni che noi intravediamo come unica traccia. “Sono un uomo invisibile?” si chiede Terayana. Che cosa compare della nostra identità in quegli oggetti, quelle fotografie, quelle immagini che appaiono e scompaiono nello schermo, attraverso di esso? Noi ci identifichiamo in questi due attanti in base alle loro esperienze (di cui non sapevamo ovviamente nulla, ma siamo liberi di interpretarli, di legarci alle nostre “prime” impressioni), ai loro ricordi, che si trasformano nello schermo in segni, autonomi e interpretabili a loro volta. Infine, si ritorna sull’identità in Video Letter, ridotta a ciò che appare, o meglio “dei segni sparpagliati come sabbia, che oscillano tra la pura contingenza e qualche punto di sosta, di ancoraggio” (Bellour).

La terza qualità si muove sul territorio della semiotica. Da dove sono partiti Terayana e Tanikawa? Ma soprattutto dove si sono incontrati? Il territorio di contatto delle loro ricerche sembra quel corpo dell’immagine, che loro, insieme, hanno composto. Nel video le parole si disperdono, s’interrogano sul loro senso (aleatorio). Prima viene il suono, l’oggetto, poi ultimo e cruciale giunge il senso. Tutto ciò può esistere in un solo corpo, legato a due menti, che materializzano il loro comunicare su di un territorio unico, uno spazio all’incrocio tra due poli opposti intimamente intrecciati.

Manca un elemento che Bellour pone per ultimo: la materia. “La quarta grande qualità di ‘Video Letter’ è di effettuare tra i supporti espressivi lo stesso tipo di fusione (di confusione) che si crea tra le modalità dell’immagine e tra gli enunciatori”. I supporti di “Video Letter” sono in primis la fotografia, come modalità di manifestazione della memoria, ma soprattutto come oggetto di comunicazione per eccellenza. La fotografia ci ricorda chi eravamo, che a volte le parole si allontanano dalle immagini a cui si riferiscono, che abbiamo bisogno di vedere per ricordare, per far affiorare quel momento perduto o quell’istante sfuocato dal tempo. Terayana mostra le foto di sua madre, giovane e bella, ce le mostra con il gesto di un figlio nel ricordare la madre, che subito dopo vediamo vecchia e morente. Allora il ricordo si fa testimonianza di qualcosa che è trascorso forse troppo velocemente (come lo sfogliare le pagine di un libro fotografico di ricordi, quel gesto così lacerante e dignitoso).

Shuji Terayana-Shuntaro Tanikawa – Video Letters

Ma Bellour ci consiglia di guardare la fotografia come oggetto tra gli altri, segno tra i segni. Non dobbiamo attenerci alla sua ontologia, ma cercare la sua partecipazione in questo universo di segni. La grandezza di Video Letter è dentro questo incrocio di “ponti” (un ultimo prestito a Raymond Bellour), tra il linguaggio e l’immagine, dove tutto si mescola, si frantuma, si stritola. Ciò che ci rimane è questa terra d’incrocio, dove tutto sembra ibrido, indefinibile, quasi imprendibile, ma che rinasce in questa indeterminazione, che misteriosamente rende tutto più vero.


http://www.ubu.com/film/terayama_video-letter.html

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn