Incontrare il Signor Morin non è roba da poco. E anche chi non lo conoscesse per fama non potrebbe non rimanere affascinato dai i suoi modi eleganti da vecchio francese dalle dita inanellate. E credo così sarà successo. La voce roca, attraverso cui il monsieur si esprime, mai come uno studioso ma come un capo tribù che racconta miti e novelle, riesce subito a creare empatia e portare dentro una dimensione intellettuale a più dimensioni: quella del pensiero complesso. E da subito si capisce, al conspetto dell’anziano filosofo, che il pensiero complesso non è solo un insieme di metodologie, una pratica intellettuale ma l’esercizio di una operatività esistenziale, di un’apertura umana che si pone prima di tutto questo obbiettivo: darsi come fondamento di un’etica nuova, l’etica di cui necessità una coscienza planetaria.

Edgar Morin l’11 Novembre scorso si è seduto davanti ad una platea di oltre 2.500 persone, ospitate dal Teatro dal Verme per l’appuntamento conclusivo del calendario del Meet Media Guru 2009, curato da Maria Grazia Mattei. L’evento ha riscosso grandissimo interesse ed è stato un’occasione unica per conoscere, direttamente da una delle sue voci più autorevoli, le tematiche di una grande avventura della conoscenza, quella dell’epistemologia complessa. (http://www.meetthemediaguru.org/index.php/11/edgar-morin-evento-11-novembre-video-dellevento/)

Edgar Morin, oggi ottantottenne, è senz’altro uno degli intellettuali più interessanti degli ultimi cento anni. Direttore direttore del Cnrs (Centre national de la recherche scientifique), presidente dell’agenzia per la Cultura dell’Unesco e accademico onorario in più di 15 università nel mondo, si è occupato di sociologia, di etnologia, antropologia, cinema, televisione, vecchia e nuova cibernetica, teoria di sistemi, pedagogia, alla ricerca di un metodo in grado di decompartimentare le varie discipline e raccogliere la sfida della complessità. Un intellettuale anomalo e difficilmente classificabile, politicamente impegnato, Morin non a caso si merita l’appellativo di “Indisciplinato”, titolo della sua biografia, rendiconto della sua avventura, uscita in Francia quest’anno e firmata Emmanuel Lemieux.

Il filosofo e sociologo francese inizia il suo viaggio nella “complessità” in seguito ad un soggiorno al Salk Institute a La Jolla, California, nel 1969 dove attraverso gli studi lì intrapresi giunge ad elaborare una sua particolare visione epistemologica che si avvarrà di alcuni assunti fondamentali mediati combinando teoria generale dei sistemi, cibernetica, teoria dell’informazione, neurofisiologia dell’autopoieticità del vivente (seconda cibernetica) integrati poi volta volta attraverso le loro combinazioni con le più svariate discipline dello scibile.

In particolare, però, saranno alcune teorie cibernetiche (vedi articolo precedente), come lo stesso Morin più volte ci terrà a ricordare, a fornire al filosofo la chiave per accedere alla complessità: tra questi, primo su tutti, il concetto di retroazione, che insieme alla considerazione cibernetica di macchina come sistema in grado di auto-organizzarsi lo instraderanno ad una definizione del vivente costruita attraverso una multidimensionalità del pensiero in grado di convogliare sfera scientifica ed umanistica. Così nel pensiero di Morin la complessità biologica della mente umana diventa inscindibile dalla complessità culturale, tanto da ritenere la stessa cultura come indispensabile all’evoluzione biologica. Morin sarà il teorizzatore “a piena voce” dell‘unité de l’homme insieme all’unità di tutte le discipline.

Il pensiero del filosofo francese, che può essere interpretato come il metodo della complessità, calibra alcune delle idee che potremmo definire come i suoi teoremi fondamentali che ritroveremmo costantemente a più livelli delle sue interpretazioni: il principio dell’ologramma, il principio ricorsivo, il principio dialogico insieme alla considerazione di un soggetto mutidimensionale mai disgiunto dal suo contesto ed integrato nella spiegazione del fenomeno. Ogni fenomeno, in aggiunta, non dovrà, secondo Morin, mai essere depurato dai suoi elementi perturbatori come il disordine, l’incertezza, l’alea. Essenziale sarà, di conseguenza, l’integrazione e la relazione tra concetti antagonisti tra cui uno dei più cari a Morin è quello di autonomia-dipendenza. Insomma una schiaffo al riduzionismo, al determinismo, alla tradizione

Photo by Gianfranco Chicco (www.flickr.com/gchicco)

Ma torniamo al presente, alla conferenza al Dal Verme del monsieur Morin, che ci aiuterà, attraverso le sue articolazioni, a comprendere qualche passaggio del pensiero del filosofo che abbiamo qui poco prima sinteticamente presentato.

Edgar Morin, attualmente sta rivolgendo la sua attenzione all’ecologia e alla promozione di una nuova etica, proponendo nei suoi ultimi libri e nel dibattito pubblico un’ eco-sofia politica da adottare al fine di una trasformazione planetaria.
Il suo intervento di Milano è stato rivolto principalmente alla presentazione della sua etica “complessa” che trova come suo fondamento primario il principio ologrammatico insieme al circolo ricorsivo della “trinità umana” e la convivenza dei principi antagonisti.
Uscire dall’individualismo, dall’ego-centrismo è possibile seguendo queste tre vie, che rappresentano non solo le chiavi interpretative del vivente ma anche l’espressione di una sua saggezza intrinseca capace di indirizzare verso la solidarietà, la comunione di tutti i viventi, uniti circolarmente in una catena di vita e di morte.

Cosa è il principio ologrammatico? Non è che il superamento dell’illusione di ritenerci slegati dalla catena della vita; il superamento dell’illusione di ritenerci dominatori dell’oggetto, di una res extensa estranea al soggetto indagatore. Piuttosto, esattamente come in un ologramma, in cui in ogni singola parte vive la totalità dell’insieme, l’uomo non dovrà mai perdere di vista la consapevolezza di portare dentro dì sé la storia dell’intero universo, non dovrà mai smettere di ritenere che ogni io porta dentro di sé un noi.

Secondo il signor Morin l’andamento della vita è circolare e ricorsivo. Così come l’umano vive dello stesso circolo della trinità divina, ogni uomo è individuo, parte di una società e parte di una specie, ma non in un ottica gerarchica, quanto piuttosto nella considerazione che ogni singola parte del processo è sia la causa che l’effetto della parte successiva e della precedente. All’interno della specie, l’uomo ne è sia il prodotto che il produttore, come ogni uomo è padre ma anche figlio e così via.
E’ indispensabile ritrovare il senso della totalità, ma anche l’importanza della specificità, che è l’espressione, in piccolo, della totalità, così in un abbraccio che possa integrare le contraddizioni, le perturbazioni, gli aspetti antagonisti. E monsiur lo dice chiaro: “un pensiero ecologico è necessario ma non potrà mai essere sano se non accetta la propria follia”, così l’homo sapiens è anche demens, così l’homo faber è anche homo mitologicus, l’homo oeconomicus deve essere anche homo ludens.

Pensare in modo complesso significa sentirsi parte di un’unica grande comunità, dentro il grande circolo ricorsivo della vita. Significa sentirsi cittadini planetari e utilizzare tutto ciò come un’occasione.

Photo by Gianfranco Chicco (www.flickr.com/gchicco)

Tanto più che siamo arrivati, dal punto di vista della tecnica, a generare le più efficaci metafore del vivente, come la metafora dell’interconnessione, e questo attraverso la produzione di una delle nostre ultime estensioni: Internet. Il web, attraverso la sua complessità di rete cerebrale, il suo essere intelligenza connettiva e pelle della cultura non può che essere un’occasione per favorire la nascita di una coscienza planetaria, che è la coscienza di fare parte di una terra patria, cosa che per il filosofo è l’unica via per affrontare i problemi vitali e mortali del nostro tempo.

Allora, ritornando alla prime battute, incontrare il signor Morin non è solo un’occasione per conoscere i teoremi di una nuova epistemologia, ma la possibilità di comprendere che ogni nuova epistemologia apre inevitabilmente ad una nuova etica, ed è questa la responsabilità che ogni studioso ed ogni cittadino che scelga di raccogliere e praticare le vie indicate da una nuova o da una vecchia teoria della conoscenza, deve sentire.

A me sinceramente quest’etica piace come le ultime parole del signor Morin con cui concluderò questo pezzo: “è l’amore la sola autentica religione dell’iper-complesso” (Edgar Morin).


http://www.meetthemediaguru.org/index.php/category/edgar-morin/

http://lavoixdunet.eu/

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