Penso seriamente che di fondo ci sia un vasto disagio e una grande attesa. Disagio di definizione prima e di identità poi. Attesa del tempo che si modella in storia.

Ha ancora senso parlare oggi di “New Media Art” o di “Media Art”, intendendo e includendo nella definizione una sorta di alterità, di diversità, dalle arti tradizionali? Come se fossero mai esistite delle arti non nuove o non mediali o separate dalle scoperte scientifiche o dalle ricerche tecnologiche. Si può eventualmente spingere questo concetto al limite, spostare l’attenzione su quello che è effimero (come stupendamente fece nel 1985 il filosofo francese Jean-Francis Lyotard presentando al Centre Pompidou di Parigi la mostra-labirinto Les Immatériaux) ma l’immateriale o l’invisibile non saranno mai de-mediali.

Con de-medializzazione intendo un grado zero di creazione che non è concepibile per il solo fatto stesso di dipendere dal media uomo che è dotato di una conoscenza sufficiente per considerare sé stesso come media. E’ sempre la solita guerra, sempre la solita storia, raccontata a dettato e piena zeppa di errori. Affrontata e vinta secoli fa dalla pittura, recentemente terminata per la fotografia, ancora oggi all’apice per i video, solo all’inizio per quelle forme artistiche che utilizzano scoperte più recenti o più recentemente fecondate dalla ricerca artistica, ossia per quelle che nel frattempo e con la certezza di sentirci inadeguati, identifichiamo come Media Art. E’ una battaglia per il riconoscimento sociale ossia politico, economico, professionale etc…

Re:live – Media Art History è la terza conferenza internazionale sulle Storie della Media Art, della Scienza e della Tecnologia. Tenutasi a Melbourne dal 26 al 29 novembre ha coinvolto oltre sessanta tra artisti, scienziati, filosofi, critici e curatori provenienti da tutto il mondo.

Mancava all’appello o forse era poco rappresentata, la persona “media”, importante barometro quando si parla di ricerche artistiche sociali.Eppure qui tocchiamo un punto importante che mi è sembrato emergere da una serie di interessanti conferenze. Le ricerche portate avanti nel campo dei “nuovi media” o col nuovo uso dei “media” sembrano accomunate dalla caratteristica di un uso se non addirittura di una finalità sociale. Mi sembra un punto di non poco conto perché contiene in potenza l’idea che l’arte mediale di oggi sia integrata (negli strumenti) e interessata (nelle conseguenze) alla società e che nella maggior parte dei casi sia frutto di un processo di creazione collettivo.

La creazione collettiva non è qui intesa nella obsoleta definizione che include lo spettatore come necessario attore per la codifica dell’opera d’arte ma è da intendersi nella davvero entusiasmante opzione che il processo senza fine di creazione/fruizione/creazione preveda la presenza di più attori. Detto altrimenti: la fucilazione del genio artistico.

A supporto e di eguale interesse: l’emergere di rituali tecnologici, ossia di pratiche condivise e continuative che muovono da media aggregativi, tra cui, nel caso più estremo ma anche comune, la celebrazione della morte digitale.

Rimane la possibilità di vivere una duplice simultanea realtà dove possiamo piangere in digitale per morti reali e lacrimare sale per l’agonia di una catena di bit.


http://www.mediaarthistory.org/

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