“Il mio lavoro consiste nella ricerca di uno stato energetico adatto ad una precisa composizione della scena. La filosofia yoga attraversa il mio progetto di creazione come filosofia che ha a che fare con la creazione del tempo.” Sono passi di Francesca Proia, giovane coreografa e danzatrice di Ravenna che ha fatto dello yoga la propria filosofia di vita, improntandola naturalmente anche negli assoli teatrali danzati minuziosamente, dove il corpo sottile imprigiona e medita un equilibrio di energia ed empatia irripetibile nel panorama della danza d’autore contemporanea.

Francesca dopo aver studiato per anni danza si diploma alla Federazione Europea Arti Orientali diventando insegnante di yoga, per poi iniziare dal 2003 una collaborazione artistica con il regista ed attore Danilo Conti, focalizzando il lavoro sul corpo in relazione ad oggetti, spazio e percezione. Ha danzato in tre episodi della Tragedia Endogonidia sotto la direzione di Romeo Castellucci il quale esprime in queste parole l’arte di Francesca: “…del suo lavoro colpiscono la disciplina e la ricerca di una forma depurata da ogni tentativo di illustrazione. La sua coreografia è prima di tutto un movimento della mente che passa attraverso il disegno del tempo e del gesto attraverso una dinamica fatta di linee trattenute e sospese..”

Il suo primi lavori, Buio Luce buio e Qualcosa da sala, ricevono rispettivamente una menzione speciale al Festival Iceberg e al Premio Scenario oltre a numerose selezioni anche all’estero. Poi arrivano Il non fare e Uno del 2007 presentati tra l’altro al Festival di Santarcengelo e a Fabbrica Europa e Nothing female is alien to me del 2008. L’ultimo lavoro è The cat inside, primo studio, prodotto con Homunculus Festival e già finalista al Premio Equilibrio Roma per la Danza.

Nella sua danza generata dal tempo protagonista è lo spazio vuoto, condizione essenziale per la genesi delle figure percepite come meditazione e come maschere, dove gli assoli indagano il ritmo e le forze interiori, sprigionandosi in frammenti perfetti, vitali ed esteticamente armoniosi. Il suo lavoro è uno strato dell’essere essenziale fondato su questioni di ritmo individuale e terreno come predisposizione energetica degli avvenimenti della vita di ciascun essere, come slancio vitale ed intuitivo. È una danza dell’essere e del dare più che fatto d’arte, è una figura interiore cristallizzata al di fuori; quotidianità senza seduzione, incarnazione del pensiero funzionale in semplicità assoluta. Azioni performative sensibili alle minime variazioni dove lo spettatore è condotto per mano grazie all’empatia che la scena offre, cambia e si eleva di volta in volta pur minimale nel suo rigore.

Susseguirsi lento di strutture mentali, di costruzioni filosofiche stratificate per rendere possibile il miracolo di Francesca. Il movimento che inizia dalla mente non va a determinare responsabilità nostre, non va compreso ed immaginato, ma osservato ed “espanso”, così come si entra in un contesto rischioso sapendo che prima o poi quel pericolo sarà inghiottito e detonato; questione di percezione, questione di “sensibilità ontologica dell’animo umano”. Si torna a ripensare o a scoprire l’idea di corpo nel teatro, un corpo nello spazio che tace ma non tace, assente/presente, gesto danzato ridotto all’osso perché già esploso dentro.

Ecco il corpo come vero potere, alla faccia di un crepuscolare Heiddegger e di un psico-ibridismo, ecco la cosmesi spazio-corpo interiore, alla faccia del sangue e della carne; corpo che ha mille tentacoli quotidiani da pochi millimetri fino all’altro emisfero, che unisce il microcosmo al globale per dirla alla Morin. Niente ipercorpo quindi, manipolato o mercificato, erotizzato o glorioso, iconizzato o trucidato, ma quello mentale si, quello della rappresentazione e delle possibilità che l’artista propone e cerca, indaga e fronteggia. La scena ed il corpo di Francesca in fondo coincidono e sono quelli del suo Paesaggio con la p maiuscola, della sua esistenza, sono quelli dei suoi rifugi e delle sue preoccupazioni quotidiane, della nostalgia e dell’apertura al nuovo anche se sconosciuto; è la scena ed il corpo del pensiero che viene da lontano ma abbraccia ed inonda la sua vita cosi come la sua arte.

C’è dentro tutta la sua esistenza e la sua individualità, la sua filosofia che nasce da lontano ma che è la stessa da Pechino a Los Angeles, da Tokyo a Ravenna. E la sua creatività non è altro che semplicità ed etica, bellezza ed animo contento per il suo stato fisico e psicologico. E ringrazio ancora Francesca Proia per la lunga intervista che mi ha concesso in questi ultimi mesi, che rispecchia se stessa con le sfaccettature di una ragazza normale ma sicura, vogliosa e desiderosa ancora di mostrare e mostrarsi per quello che è e per quello che sa fare.

Massimo Schiavoni: Chi è stata Francesca Proia? Chi è attualmente?

Francesca Proia: Mi viene da pensare che Francesca non sia stata ancora ultimata, ma sia un work in progress, di cui è possibile vedere i piedi, le gambe, non di più…oppure sono ancora uno studio: le parti del corpo ci sono tutte, ma sono abbozzate, poco definite, grossolane. L’idea complessiva dell’opera (una volta completa, si intende) potrebbe essere: espressione vivente femminile che respira attraverso le gambe…

Massimo Schiavoni: Dove ti sei formata culturalmente e artisticamente?

Francesca Proia: Ho una formazione professionale in danza classica e nello yoga. Ho una laurea in Storia del cinema (“Elementi surreali nel cinema di Jan Svankmajer”). Tre realtà hanno avuto finora maggior rilievo per me, esperienzialmente: la prima è la cultura giapponese, quella che si esprime anche nell’ambito della poetica quotidiana. Espresso in specifiche forme artistiche, la letteratura, la cinematografia e, per quel che riguarda la filosofia dell’espressione corporea, la danza butoh e la terapia seitai. La prima è un modo di intendere la danza come combustione, un modo di “estrarre la pura vita che dorme nel corpo (Masaki Iwana). La terapia seitai invece, definita una sorta di “ginnastica dell’involontario”, aiuta il corpo ad allenare il sistema delle reazioni naturali, esattamente come la tosse, la febbre, lo sbadiglio e così via, attraverso l’induzione di un movimento che parte come vibrazione naturale, il più possibile distante da un’azione eseguita. La seconda realtà è il teatro di figura e il teatro e il cinema per l’infanzia. La terza è lo yoga.

Massimo Schiavoni: Cosa significa per te la disciplina e la terapia yoga e che ruolo ha nella tua vita?

Francesca Proia: Coinvolgendo tutto l’essere in un flusso che rigenera costantemente, lo yoga aiuta ad abbandonare, ogni giorno, tutto ciò che non è veramente necessario. Le esperienze negative rimangono dunque come processi di crescita, ma non esistono più come sofferenza.Così ogni giorno comincia con energie nuove, dedicate.In effetti la sensazione è proprio quella di essere connessi ad una sorgente inesauribile di forza. Al di là di questo, per me lo yoga ha senso innanzitutto come forma di ricerca: è vero che è ormai entrato nella nostra cultura, ma è anche vero che lo yoga appartiene all’India, dove è un’ortodossia, e ha perciò una connessione, e una sua ritualità, una verità che non possiamo indossare come un vestito, così come noi occidentali abbiamo le nostre radici.

D’altra parte la cosa che veramente è interessante, proprio perché pone molte questioni, è entrare letteralmente nel corpo dello yoga, non solo osservarlo e studiarlo. E’ un’impresa realmente impegnativa, incerta.Dunque è possibile per un occidentale essere completamente uno yogin? Bene, è attraente pensare di poter trovare una via pura che armonizzi magicamente i due aspetti.Intanto è interessante considerare che la via yogica è una via estremamente pratica: si basa su un immenso corpus di tecniche, che testimoniano una grande maestria nella compenetrazione micro e macrocosmica.

Si va dalle tecniche più materiali, come quella di recidersi il frenulo sottolinguale per inserire meglio la lingua nelle cavità del cranio, così da stimolare determinati punti fisiologici ed energetici, fino alle tecniche più sottili di integrazione del pensiero individuale con il flusso cosmico della coscienza. Queste tecniche sono molto necessarie in occidente, dove non vi è una filosofia che proponga, in maniera così sistematica e capillare, tecniche concrete di azione, corporee e sottili, per indagare la propria natura profonda. Lo yoga prende il corpo e lo fa oggetto di una ricerca a 360 gradi. Poi fa la stessa cosa con il respiro. Poi con il pensiero. Quindi crea connessioni sottili tra corpo, respiro, pensiero, aprendo la realtà a spazi inconsueti.La cosa da comprendere però, che rende tutto ancora più complesso, è che il fatto che esistano queste tecniche non significa comunque che lo yoga sia uno strumento: di benessere, di tranquillità, di rilassamento e così via. Lo yoga è come una montagna, o un oceano: sono lì, non si sa bene come, ed è bellissimo che ci siano, ma non sono valutabili unicamente in termini di utilità pratica. Lo yoga implica una logica di abbandono, di ri-creazione per simboli.

Massimo Schiavoni: Dopo aver studiato danza Francesca, cosa ti ha fatto avvicinare alla cultura giapponese e al teatro di figura? Spiegami poi le connessioni iniziali e l’incontro fra la via yogica ed il tuo lavoro artistico.

Francesca Proia: C’è un legame tra tutti questi aspetti, ed è il respiro. Per i giapponesi lo spirito della natura è qualcosa con cui relazionarsi concretamente e rapportarsi. Scrive il filosofo giapponese Itsuo Tsuda: “Quando uso la parola respirazione, non parlo di una semplice operazione biochimica di combinazione ossigeno-emoglobina. La respirazione è insieme vitalità, azione, amore, spirito di comunione, intuizione, premonizione, movimento. L’Oriente salvaguarda ancora questi aspetti sotto il nome di prana o ki. Anche l’Occidente sembra averli conosciuti: ne sono testimoni la parola psyché, anima-soffio, o anima, da cui derivano parole come anima, animare, animale, animosità, o spiro, da cui abbiamo tratto parole come spirito, ispirazione, aspirazione, respirazione. La preponderanza data in Occidente alla filosofia della conoscenza, facendo trionfare lo spirito razionalista, mette fine agli aspetti fluidi e invisibili dei dati prerazionali. Si instaura un’opposizione tra l’uomo, soggetto della conoscenza, e il mondo, oggetto della conoscenza. Il mondo esiste indipendentemente dall’uomo. Quest’ultimo smette di guardare attraverso il suo respiro…”

Il teatro di figura perché gli oggetti e i pupazzi sono principalmente fatti del respiro di chi li anima, quasi in senso sciamanico. Allo stesso modo lo yoga fa del respiro una delle principali vie di accesso alla dimensione sottile dell’uomo. Rispetto alla seconda domanda, posso dire che la mia produzione artistica, assumendo di volta in volta concetti specifici e talvolta marginali alla filosofia yoga, è andata progressivamente a focalizzarsi sulla natura del corpo sottile in rapporto a oggetti, spazio e percezione. Sono emersi alcuni concetti che hanno costituito un centro di ricerca: Kundalini, la postura del loto, il corpo sottile, kechari mudra, Prakriti. Riguardo al processo di lavoro, in una prima fase la danza, che normalmente si sviluppa per intuizioni attraverso una modalità di ricerca quotidiana, costituisce ogni volta un nucleo di materia grezza, un linguaggio originale estratto dalla storia del corpo. Tale linguaggio fino ad oggi ha posto ed evidenziato naturalmente in sè alcune questioni sullo yoga, che la successiva fase di montaggio coreografico inghiottiva letteralmente, affinchè potesse essere lo spettatore, cercando, a trovare qualche crepa in cui addentrarsi, in una superficie puramente occidentale. Dico fino ad oggi perché mi sto lentamente rivolgendo verso approccio naturalmente diverso, attraverso una progettualità dai tempi lunghi, che per ora è ancora pura ricerca, senza forma o scadenza. Non escludo e sono aperta ad un cambio di mondo, di riferimenti, di struttura progettuale…Lo yoga non ha mai, comunque, costituito una materia da esporre in quanto tale: a volte si è resa necessaria una presa di distanza rispetto al corredo iconografico più identificativo, affinchè il dato concettuale non risultasse astrattamente rappresentativo, ma semmai iperreale, tanto da divenire irriconoscibile, pur rimanendo intatto nella sua natura.

Massimo Schiavoni: Parlami del tuo incontro con Romeo Castellucci. Come definisci il tuo lavoro in quegli anni e cosa ti è rimasto dell’esperienza con la Socìetas.

Francesca Proia: Cercando un modo di aderire sinceramente alla loro progettualità, ho scelto di provare a fare di me stessa una forza duttile, sensibile alla visione generale che mi comprendeva, coltivando coscientemente, senza risparmio, energia fine a sé stessa, così forte da poter avere la percezione di variare letteralmente la densità del corpo. Questo è stato l’aspetto più interessante del lavoro. Dell’ esperienza con i Raffaello Sanzio non mi è rimasto assolutamente nulla, in linea con le mie scelte applicative, di privilegiare lo spreco piuttosto che l’accumulo. Non lo dico in senso negativo: tante volte si pensa di doversi arricchire, acquisire qualificazioni, percepirsi come immagine ogni volta diversa in base alle esperienze che si vivono, ma tutto è in realtà già acquisito, non rimane che restare nella propria natura.

Massimo Schiavoni: La tua prima personale creazione artistica è stata la messa in scena dello spettacolo “Buio Luce Buio”. Parlami del felice connubio con Danilo Conti e di questo assolo danzato dove hai perlustrato coscienza e fisicità di un’adolescenza sempre più oscura ed intima

Francesca Proia: Tutti i miei progetti, a partire proprio da Buio luce buio, sono stati realizzati come performance insieme a Danilo Conti, autore e regista specialmente legato al campo del teatro di figura, teatro d’oggetti e teatro per l’infanzia. Il lavoro continuativo con Danilo mi ha dato la possibilità di comprendere la sua idea di montaggio di una creazione come l’aggiustamento progressivo del respiro di un essere surreale che semplicemente comincia ad esistere, nel rispetto della sua natura profonda. La grande esperienza di Danilo nell’ambito del teatro di figura e teatro per l’infanzia gli ha rivelato nel tempo una sensibilità innata verso le memorie contenute negli oggetti quotidiani, che sfocia nella capacità di renderli vivi tutto a un tratto. In questo modo gli oggetti si liberano dalla loro funzione utilitaristica e ritornano al loro senso originario, magico. Ne scaturisce un rapporto ricco di senso, perché fondato sul dialogo piuttosto che sul consumo. Verso l’inizio del 2004, io e Danilo abbiamo cominciato a lavorare a questo primo assolo, basato sul raccontoValeria e una settimana di meraviglie. Si tratta di un racconto scritto nel 1935 da uno dei maggiori teorici e poeti surrealisti praghesi, Viteszlav Nezval. Racconta il momento del passaggio della protagonista dall’adolescenza all’età adulta, attraverso la comparsa delle prime mestruazioni, e il trascorrere di una settimana di sogni e di visioni, che hanno per oggetto il corpo stesso della protagonista e le sensazioni sue e delle persone che ha accanto. Questa è stata la suggestione che ha portato inizialmente alla creazione del solo, che è stato ed è fondamentalmente un lavoro di pura danza, di pura presenza nello spazio. Parallelamente al lavoro scorre un’indagine, teorica e soprattutto fisica, sul concetto di Kundalini. Kundalini rappresenta, attraverso l’immagine del serpente femmina che risale dall’interno l’asse vertebrale, una salita al mondo dell’inconscio. Per l’occidente si scende nell’inconscio, proprio come si scende in una grotta, mentre qui si sale. Nel mondo del Kundalini yoga allora, tutto è sottosopra. Dunque ciò che si mette in moto, fisicamente e coscientemente, con la risalita di Kundalini, non è uno sviluppo personale, ma ha piuttosto a che vedere con un processo di deriva progressiva dalla propria concezione del senso di identità come opposizione a tutto ciò che è non-io. Al termine della settimana, Valeria non è necessariamente una persona adulta, bensì qualcuno che è stato toccato, forse casualmente, da un contatto con la propria parte profonda. Ciò avvenuto, non le è più possibile camminare all’indietro, tornare a vedere la realtà come prima. Qualcosa in questo senso è stato bruciato. La manifestazione del proprio inconscio implica per lei un cammino verso un distacco dalle proprie emozioni, in un progressivo percepire il corpo come spazio cosmico in miniatura.

Massimo Schiavoni: Nel 2005 hai ricevuto la segnalazione al Premio Scenario nonché la Menzione al Premio Iceberg con il secondo assolo danzato Qualcosa da sala, tra l’altro invitato a Tokyo presso la Session House nell’ambito del progetto italo-giapponese Corpi/Altri. Qui, dove il corpo non ha volto, cosa comunica la musica sensibile del compositore Oskar Sala e che aspetti e rapporti iniziano a delinearsi in questo successivo studio?

Francesca Proia: In un corpo che non trattiene tensioni, il respiro è libero di propagarsi liberamente fino alla punta dei capelli. Allo stesso modo in “Qualcosa da Sala” il corpo costituisce una materia sensibile alle vibrazioni del trautonium di Oskar Sala. Ciò che mi aveva colpito della sua musica è il fatto che sembrasse concepita per creare concentrazione attorno ad un luogo vuoto, che finisce per identificarsi con il corpo stesso, che diviene nient’altro che un guscio. Un’altra immagine che la musica mi ispirava era quella del pubblico in meditazione davanti all’ombelico di un enorme spazio nero. Come rendere il corpo un ombelico? Alcune posizioni dello yoga richiamano l’idea del nodo, in modo che il corpo, stretto in una postura, lasci fuori da sé il prana vitale. Oppure posizioni che rendono il corpo simile ad un pugno chiuso. Dunque è stato condotto un lavoro sul corpo come buco per accedere alla musica. Il corpo in scena non ha volto, o meglio ne ha diversi, perché immerso in uno spazio pre-concepimento.

Massimo Schiavoni: Successivamente arrivano i lavori Il non fare e Uno dove nel primo il corpo nasce assieme allo spazio assumendone pian piano le caratteristiche ed il secondo investe empaticamente lo spettatore attraendone lo sguardo. In questi recenti assoli da che nuove tecniche yogiche sei partita e che cosmi hai indagato con Danilo Conti? Non trovi che i tuoi lavori vadano sempre più delineandosi come una sorta di “non danza” coreografica disegnata da dimensioni filosofiche ed antropologiche?

Francesca Proia: Attraverso il respiro, il corpo può modificare i suoi schemi energetici di base. Può così divenire un’entità duttile, malleabile, capace, abbassando il suo tono, di infilarsi in ogni pertugio, di passare sotto le porte oppure, al contrario, di diventare più percepibile, più grande. E’ vero, parlo di corpo sottile e non di corpo fisico, ma alla fine la differenza è minima. E’ sufficiente infatti spostare la percezione e la coscienza di sé dall’uno all’altro. Dunque “Il non fare”, come hai detto, cerca l’identificazione con lo spazio, inteso come aria contenuta in un luogo. “Uno” cerca invece la sospensione dalla percezione temporale, attraverso il kechari mudra, il mudra che porta la lingua a premere nelle cavità interne al cranio. E, in questo processo, cerca di portare con sé gli spettatori, richiamando per empatia, attraverso un movimento continuo di rotazione, la coscienza percettiva di un circuito ad otto presente nel busto, complementare al mudra stesso. Se provi a sospendere il respiro per qualche istante, senza tensioni, ti accorgi che in quel momento non riesci ad avere desideri. Sei in un altro mondo. Mi interessano le filosofie che possono avere ripercussioni immediate sullo stato fisico e reale delle cose.

Massimo Schiavoni: E lo spettatore che ruolo ha in tutto questo? Percepisce o è estraniato comunque comprendendo lo stato delle cose, si immedesima o deve comunque sentire e avere un bagaglio filosofico e psicologico non indifferente al tuo percorso artistico?

Francesca Proia: Nel mio lavoro, il mezzo di comunicazione principale rimane il corpo, che è una realtà che tutti sperimentiamo, di cui tutti abbiamo una percezione, una storia e una visione. L’empatia, anche sottile, attraverso il corpo rimane perciò il primo punto di contatto con lo spettatore, processo elementare che può innescare un processo di visione come atto di appropriazione fisica. Quindi il mio lavoro non richiede assolutamente nessuna conoscenza, ma solo la curiosità di contattare un percorso che va nella direzione di un’esplorazione del corpo sottile. Anche quando insegno yoga la cosa che più mi preoccupa è la possibilità di possedere un linguaggio chiaro per trasmettere le tecniche nel modo più esatto possibile, anche a chi non ha nessuna conoscenza precedente dello yoga, anche a un bambino. C’è sempre comunque uno sforzo per venire incontro a chi ti viene incontro; anche negli spettacoli è così: la mia attitudine (corporea e sottile, non emotiva) cambia, impercettibilmente, a seconda della percezione che ho del pubblico.

Massimo Schiavoni: Nel circuito teatrale contemporaneo Francesca Proia –ovvero la danza dell’essere, la figura interiore, la sopravvivenza coreografica – dove si colloca nell’universo critico, semiotico e fenomenologico di una generazione sempre più virtuosa, tecnologica, drammaturgica e soprattutto in questi ultimi anni moltiplicatasi fino all’inverosimile?

Francesca Proia: La cosa più importante è la forza, l’ispirazione per seguire una linea di ricerca che ha motivazioni e radici interne, e che non si pone perciò limiti di tempo o spazio. Ma anche la capacità di distaccarsene di tanto in tanto. E’ sempre Tsuda che scrive: “Si sa che ci sono momenti in cui tutto funziona a meraviglia, e altri in cui tutto va storto. E’ perché nell’uomo esiste un’alternanza periodica di momenti in cui la tendenza alla contrazione si accentua e momenti in cui, invece, si accentua la tendenza al rilassamento. Chiamiamo cicli alti i primi, e cicli bassi i secondi. Un insuccesso subito durante un ciclo basso ci scoraggia, mentre lo stesso insuccesso può essere superato, se subito durante un ciclo alto. Durante i cicli alti, il processo di compressione e di scarica dell’energia si svolge facilmente. Se, in un ciclo alto si ha voglia di intraprendere qualcosa ma si esita e si aspetta, quando arriva il ciclo basso sparisce perfino la voglia. Esistono grosso modo tre tipi di cicli, secondo la lunghezza della loro durata: il ciclo grande dura tre anni e mezzo o sette anni; il ciclo medio dura ottanta settimane; il ciclo piccolo dura quattro o otto settimane. Ci sono cicli ancora più brevi durante la giornata o durante la settimana. L’ovulazione nelle donne subisce anch’essa l’influenza dei cicli, in modo che si accentua o si indebolisce, si allunga o si accorcia ogni due o tre volte. La classificazione (del genere umano) in 12 tipi di base mostra poi le direzioni (corporee) verso le quali si incammina l’energia compressa nell’intento di scaricarsi, ma non basta per comprendere l’individuo. Bisogna anche vedere la durata individuale dei cicli, il modo in cui essa si scarica, il grado di tolleranza individuale nel resistere alla compressione etc. In linea di principio, bisogna agire attivamente durante i cicli alti e riposarsi durante i cicli bassi. Gli sforzi durante i cicli bassi non sono redditizi e si tende a commettere degli eccessi durante i cicli alti. L’immagine dell’uomo, secondo quest’ottica, è ben diversa da quella impostaci dalla società secondo cui l’uomo (e quindi anche l’artista) è una macchina.(…) La resa dell’uomo non è né uniforme né controllabile. La filosofia che sto sviluppando sostiene che l’uomo è uomo prima di ogni altra cosa, e che non deve essere schiavo della sua creazione.”

Massimo Schiavoni: Nothing female is alien to me” è del 2008. Da dove ha origine lo spettacolo e come si manifestano qui corpo e possibili effetti inconsci, rigeneranti o energetici?

Francesca Proia: Lo spettacolo è ispirato al romanzo Jeskyně Baradla (la grotta Baradla), dell’autrice e pittrice Eva Svankmajerova. Baradla è un organismo vivente, contemporaneamente una donna e un luogo. La filosofia yoga chiama Prakriti la possibilità, da parte dell’infinito, di manifestarsi come corpo a causa di uno sbilanciamento energetico. Corpo immenso, che contiene gli elementi della natura; la sua qualità è femminile. Nothing female parte da un accostamento, azzardato, tra queste due figure, appartenenti a due diversissimi contesti, geografici e storici. Prakriti è un processo che assume, attraverso la figura di Baradla, una personalità, un cuore, una vulnerabilità attraverso la quale conoscerla, amarla, e amare così ciò che ci circonda e ciò che, a nostra volta siamo. Prakriti può allora divenire una sorta di rara eremita femminile, di yogini; un corpo oscuro, che attraversa lentamente il mondo orientale e il mondo occidentale. Come struttura, Nothing female is alien to me si sviluppa intorno all’idea di costruzione progressiva di una tana animale, composta da oggetti diversi, il cui abitante è il rito stesso, immaginario, della preparazione del luogo atto ad accogliere il buio, e un canto. Baradla-Prakriti dunque, inafferrabile, si costruisce come una scultura fatta di rifiuti, oggetti e scampoli ammassati, il cui spirito però si può cogliere, per lampi, soltanto durante la dinamica di strutturazione. Al termine del processo, quando tutto è pronto, ciò che rimane è un ammasso di rimasugli stropicciati. Più che spazio di narrazione, lo spazio scenico è pensato come un luogo di trasformazione biologica, in cui un corpo-bocca crea attraverso l’espirazione, e distrugge attraverso cicli di voracità.

Massimo Schiavoni: Quest’anno lo studio The cat inside è stato finalista al Premio Equilibrio Roma per la Danza. Dove collochi questo assolo e soprattutto Francesca Proia come artista e come donna verso che direzione sta andando? Cosa vorresti che accadesse o che cambiasse intorno al mondo della danza e della performing art contemporanea e dove ti rifugi per ritrovare te stessa nelle delusioni nonché nei sogni che hai realizzato e vuoi ancora realizzare?

Francesca Proia: The cat inside è certamente un nuovo inizio rispetto a tutto il lavoro precedente, ma non posso collocarlo ancora, lo limiterei dentro una mia idea, e gli darei, con le parole, una forma che vorrei invece assumesse naturalmente. La stessa cosa posso quindi dire per me, infatti una cosa che trovo molto importante per me in questo momento è non pormi involontariamente dei limiti definendomi con le parole in un certo modo o in un altro.Invece vorrei essere proteiforme, lasciare spazio anche a ciò che non so di essere.Rispetto alla danza in Italia, vorrei solo riportare, appunto, la recente esperienza del Premio Equilibrio per fare una considerazione generale: credo sia un’ottima cosa poter avere l’opportunità di mostrare semplicemente il proprio lavoro, ad uno stadio ancora embrionale, per avere l’opportunità di ottenere collaborazioni e risorse anche da strutture importanti, per proseguire nella propria progettualità. Non è così scontato che certe “istituzioni” si mettano in gioco per la danza di ricerca indipendente, soprattutto perché le grandi strutture possono offrire un luogo importante di visibilità (qui era l’Auditorium di Roma), un buon numero di addetti ai lavori e un premio sufficiente al vincitore (qui 20.000 euro) per poter mettere le basi per il proprio lavoro.

Un’altra compagnia ha ottenuto una valida collaborazione con una struttura estera. Senza mitizzare l’iniziativa, per me è stata un’occasione molto fruttuosa di incontro con alcuni organizzatori e direttori di teatri esteri. Inoltre, non solo la serata, ma tutto il festival hanno visto un altissimo numero di pubblico, segno che, a volte, sono le programmazioni stesse a ghettizzare la danza di ricerca italiana, anche solo nel privilegiare, per motivi economici o per scarso desiderio di approfondimento della materia, i “pacchetti” pronti, piuttosto che optare per una reale politica di collaborazione e sostegno a realtà per le quali si prova reale interesse. Dove mi rifugio? Piuttosto, dove mi rigenero…. In me stessa e negli affetti.


http://www.myspace.com/francescaproia

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