Forse era prevedibile, di sicuro è significativo: Creative Review ha incluso il crowdsourcing (o meglio, il crowdsourcing digitale dei creativi) tra gli argomenti trattati nel numero di dicembre, quello dell’“Year in Review”.

Non ho ancora la rivista, ma da qualche tempo sto facendo ricerche sui modelli di crowdsourcing e credo che rappresentino un’opportunità talmente interessante per i creativi, qualunque sia il media con cui si esprimono, che anche noi dovremmo celebrare, e con l’occasione diffondere il verbo.

Noto in termini accademici come “modello distribuito di soluzione dei problemi e di produzione dei contenuti”, e definito nel linguaggio del marketing come “appalto delle attività normalmente svolte da un unico fornitore a un gruppo di persone o a una comunità” crowdsourcing è un neologismo usato per la prima volta da Jeff Howe, direttore di Wired US, in un articolo che risale al 2006. Qui, Howe descrive la trasformazione che le professioni creative (copywriter, designer, fotografo, grafico, illustratore, animatore, videomaker, regista… o aspirante tali) stanno attraversando nella società della rete.

Per esempio, con il web 2.0 e lo sviluppo dei social network, i creativi sono finalmente globalmente connessi e virtualmente attivi, e possono rinunciare a farsi rappresentare da agenzie off-line, esclusive e costose, per scegliere invece di auto-rappresentarsi su piattaforme on-line, accessibili ed economiche.

Ormai community come istockphotos.com, un marketplace nato per fotografi dilettanti, permettono a chiunque di caricare i propri lavori e di venderli direttamente ai clienti, con costi ridotti rispetto alle consuetudini del passato. In questo modo, gli artisti emergenti, se di talento, riescono a competere in visibilita’ con quelli gia’ affermati e, contemporaneamente, possono eliminare tutti gli intermediari e i loro compensi improbabili. Ottengono cosi’ guadagni maggiori, mentre i loro clienti spendono meno, e per prodotti nella media altrettanto validi.

Fin qui tutto bene. Queste nuove esperienze stanno confermando il principio del crowdsourcing secondo il quale un gruppo di creativi può produrre risultati migliori e meno costosi rispetto ad un solo individuo, e lo stanno traducendo in realtà. Come già successo molte volte in passato, la tecnologia sta sovvertendo, in modo lento ma costante, lo status quo di un’industria ormai vecchia, e ne sta creando una nuova.

Ma non e’ tutto qui. Esempi anche più rivoluzionari stanno emergendo sempre piu’ numerosi, sotto forma di piattaforme/community sempre piu’ evolute e affollate.

Con 99design (AU), BootB (IT), CrowSpring (US), IdeaBounty (SA/UK), RadarMusic (UK) e Zooppa (IT/US/BR) è sorto un nuovo modello di crowdsourcing per la creatività. Questi marketplace/community mettono in diretto contatto i creativi e i brand, creando le premesse per la produzione di contenuti specifica per un progetto. Infatti, offrono ai brand la possibilità di postare le loro richieste (brief), e ai creativi quella di lavorarci a distanza. Cosi’ i brand possono nuovamente ottenere proposte inedite, uniche e adeguate ai prodotti/servizi da promuovere, come accadeva quando il rapporto era con le agenzie tradizionali, ma investendo cifre molto minori che in passato; e i creativi, professionisti e non, possono partecipare a concorsi su scala mondiale, ma dovunque vivano e qualsiasi altra cosa facciano, a prescindere dall’aver trovato una agenzia che li rappresenta (e li sfrutta, almeno economicamente). Non solo: alcune di queste piattaforme delegano alla comunità perfino la selezione delle migliori proposte.

Tutti contenti? Non ancora. In realtà c’è un problema…forse anche due o tre:

1) – Tutti i partecipanti che presentano progetti on-line li elaborano facendo del lavoro speculativo (cioe’ non pagato), le probabilita’ di vincere sono molto limitate (cioe’ inversamente proporzionale al numero delle proposte, che in genere si aggira tra decine e centinaia), e il compenso per i vincitori e’ decisamente inferiore al valore di mercato off-line. Se nell’industria pubblicitaria off-line il sistema della preparazione speculativa della presentazione al cliente è sempre stato la norma, on-line questo processo ha raggiunto un livello ulteriore. Inoltre, questa pratica ha abbassato il valore del lavoro creativo, sia on-line che off-line.

Tanto che, di recente, un vero e proprio movimento di professionisti, chiamato “no-spec job”, ha protestato rumorosamente in rete: i concorsi aperti a tutti e che prevedono compensi minimi sono poco professionali e sleali. Al contempo, brand, piattaforme e utenti che invece hanno abbracciato questo modello, rivendicano la libertà di scelta: una volta presentato il processo in modo chiaro, tutti dovrebbero essere liberi di parteciparvi, considerando i pro e i contro da una prospettiva individuale. Di fatto, mentre alcuni hanno continuato a seguire il vecchio metodo, probabilmente perché vivono in grandi metropoli industrializzate e hanno molti contatti utili, migliaia di persone, invece, esprimono le loro idee e presentano i loro progetti su queste piattaforme, ottenendo visibilità e, a volte, vincendo perfino un compenso(!) in cui, fino ad ora, non avrebbero potuto nemmeno sperare.

2) – La qualità media delle proposte è buona, ma ancora piuttosto bassa.

3) – Raramente i brand sono in grado di sviluppare una relazione significativa con i creativi, e quindi strategie di lunga durata.

4) – Quando non viene effettuato direttamente dalla community, il processo di selezione di un numero cosi’ alto di progetti e’ eccessivamente impegnativo in termini di tempo.

Tutto sommato, è forse ormai necessario un nuovo genere di piattaforme, che ricordino di piu’ le agenzie per la gestione dell’intero progetto, ma che lascino la liberta’ di partecipare in modalita’ remota, e quindi aperta a tutti, o quasi. E, in effetti, un nuovo modello, basato sia sugli input dall’alto che su quelli dal basso, è stato recentemente adottato da una delle piattaforme di maggior successo, GeniusRocket (US), e probabilmente altre la imiteranno presto.

Detto con le loro parole: “Da sempre abbiamo capito che il crowdsourcing è un processo di evoluzione. Per questo crediamo che tuttora esistano molte possibilità di migliorare il crowdsourcing creativo. Intendiamo affrontare le tre maggiori richieste della comunità creativa; riconoscimenti più elevati, maggior feedback e minori rischi, e le richieste dei clienti; contenuti più raffinati, selezionati e creativi”.

Come intendono realizzare tutto ciò a GR? “Lanciando GRSelect – affermano ancora – le tre differenze rilevanti tra GRSelect e altri siti di crowdsourcing, incluso GeniusRocket.com, sono che gli artisti dovranno fare domanda per partecipare a ciascun progetto. Primo, i richiedenti saranno selezionati sulla base sia della loro attività precedente che della proposta inoltrata. Secondo, i progetti di GRSelect opereranno attraverso cicli creativi, permettendo agli artisti di ottenere il feedback direttamente dal cliente prima della produzione o della presentazione finale. Infine, sebbene non tutti saranno ammessi a partecipare ad un progetto, tutti coloro che avranno presentato una proposta guadagneranno in relazione ai loro sforzi”…

Ora sì che il crowdsourcing sembra davvero una bella cosa! Non a caso, sta diventando una tendenza perfino tra le agenzie tradizionali: nelle ultime settimane, è stata lanciata una nuova piattaforma, chiamata Victors and Spoils (US), basata sullo stesso approccio misto, mentre ne verrà presto avviata un’altra, con il nome di Guided By Voices (UK), ed entrambe sono iniziative di ex-executive della pubblicita’.

Creativi in circolazione, non ci sono più scuse… Presentate i vostri portfoli, fatevi selezionare, partecipate ai concorsi e conquistate il vostro momento di gloria, e forse perfino qualche spicciolo (N.B. i premi possono raggiungere punte di 10.000$). E, sì… il prossimo anno potreste ritrovarvi su Creative Review!

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