“A new innovation in medical software”, “Innovation is the hearth of everything we do”, “The House of Innovation”, “Our innovation is back”, sono solo alcuni slogan scelti da alcune multinazionali per rimarcare uno degli elementi cardine della società contemporanea: ”innovazione”.

Umair Haque, direttore dell’Havas Media Lab, sostiene che ormai il termine “innovazione”, se non sostenuto da pratiche di sostenibilità economica, “feels like a relic of the industrial era”, mentre Clayton Christensen (professore della Harvard Business School e fondatore dell’agenzia di consulenza Innosight) nel suo ultimo testo Seeing What’s Next – Using The Theories Of Innovation To Predict Industry Change fornisce una sintesi convincente delle maggiori teorie innovative, partendo ovviamente dalla sua teoria della Disruptive Innovation, esposta nell’influente testo “The Innovation’s Dilemma”, passando all’innovazione delle risorse, dei processi, della catena del valore, fino alla scuola dell’esperienza e alle teorie emergenti della capacità motivazionale.

Se innovazione è intesa generalmente come la capacità di migliorare un sistema, introducendo un elemento migliorativo, tutte le aziende si chiedono in che cosa consista la vera ricetta per essere innovatori, ma soprattutto come spenderla al meglio sul mercato per acquisire il tanto agognato “vantaggio competitivo”. Howard Holds (Chief Technology Officer presso la Computer Sciences Corporation), nel suo saggio What Innovation Is . How Companies develop Operating Systems for Innovation afferma che l’innovatore è un “ossessivo problem solver” e che molto spesso, l’innovazione è la risultante di ricombinazioni previste e deliberate di idee, persone e oggetti del passato che scocca come una scintilla e produce nuove soluzioni tecnologiche, dopo aver cercato concetti e modelli di business efficaci.

Holds sostiene inoltre che è venuto il tempo di abbandonare il linguaggio della discontinuità applicato all’innovazione (innovazione come “rivoluzione”, come “rottura con il passato”), ma che non bisogna tornare al concetto di “innovazione incrementale”. L’innovazione non è né continua, né discontinua, ma una sequenza infinita di problemi da risolvere, singolarmente o in team.
“Innovation is a systematic and systemic search, supported by predictable and scientific methods, to reach solutions beyond the current state-of-the-art in an industry. Along the way, the solutions reached or the inventions discovered are the activities that generate value for customers.” afferma Holds in un passaggio topico del testo.

Un contributo di maggiore interesse scientifico è quello di J.D. Jonathan e D. Linton della Telfer School of Management dell’università di Ottawa. In un saggio apparso su “Technovation” (Issue 11, November 2009) e intitolato De-babelizing the language of innovation, i due autori sottolineano come il linguaggio dell’innovazione sia florido e costituito da un ricco vocabolario, ma che spesso risulta fuorviante piuttosto che chiarificatorio perché abbondante di contraddizioni, ripetizioni e ridondante di concetti elaborati in modo strategico nell’ambito della comunicazione aziendale. Jonathan e Linton hanno elaborato quindi un modello a maggiore contenuto euristico che metta in evidenza le esperienze di innovazione e chiarisca meglio le caratteristiche delle innovazioni di successo e di insuccesso.

Per realizzare ciò si è reso necessario considerare la prospettiva temporale di tali esperienze, collocandole su due assi: l’impatto tecnologico come variabile indipendente sull’asse x e quello sociale sull’asse y come variabile dipendente; le unità di analisi di analisi sono gli input (le richieste di innovazione) e gli output (la comprensione e la ricettività) di tali contesti innovativi. Il modello è simile a quello proposta da Abernathy & Clark nel 1985 nel contributo apparso su “Research Policy” (Issue 1, 1985), intitolato Innovation—mapping the winds of creative destruction, Research Policy.

I due assi cercano di fornire un’intelaiatura al linguaggio dell’innovazione che è caratterizzato da diverse lingue e numerosi lessici. Mentre nell’innovazione tecnologica gli attori parlanti sono principalmente le aziende e gli economisti e il linguaggio insiste sui concetti di processi, prodotti, ottimizzazione e sui clienti, l’innovazione sociologica è la lingua della politica, dei sociologi o dei geografi e parla più spesso di città, regioni, nazioni, popolazioni. La differenza linguistica e lo scarto concettuale porta anche diverse prospettive e metodi di indagine. Come è intuibile, se l’innovazione è collocata vicino all’origine degli assi, avrà poche possibilità di successo, sia come impatto tecnologico, sia nelle sue ricadute sociali, se invece sarà collocata ad un valore alto di x e y, potrà avere un elevato successo in entrambe le dimensioni.

Esistono però alcuni casi in cui una soluzione tecnologica può essere percipita socialmente come innovativa, ma accolta freddamente nel mondo tecnologico e viceversa (ad esempio l’innovazione nell’ambito del welfare a scapito delle politiche economiche di razionalizzazione).

L’innovazione comporta adattamento nelle competenze e nelle pratiche che può essere percepito positivamente o negativamente su uno dei due assi a seconda degli sforzi necessari per adottare gli elementi. Può infatti accadere che una struttura organizzativa accolga il cambiamento apportato da un’innovazione con favore perché i benefici percepiti sono superiori agli sforzi di adattamento richiesti, mentre per un’altra azienda l’innovazione potrebbe non risultare conveniente a fronte di una necessaria riorganizzazione radicale.

Occorre quindi rivedere il metro di misura sul quale è basata la valutazione dell’innovazione: nel linguaggio aziendale è spesso misurata sulla grandezza potenziale di prestazioni, ma come abbiamo visto, ciò potrebbe portare a un fallimento di tutta la catena innovativa perché è utile in primo luogo non solo prendere in considerazione i requisiti di ingresso associati ad una data innovazione, cioè alle richieste di miglioramento, ma anche i fattori di output e l’incertezza che tale innovazione potrebbe apportare, un importante elemento spesso trascurato nei processi di ricezione dell’innovazione. Si deduce quindi che la comunicazione assume un ruolo fondamentale nei processi di innovazione, gli scenari di successo e di fallimento devono essere il più chiari e diffusi possibili per le diverse parti interessate, affinché si possano valutare a priori i benefici e le minacce che l’innovazione potrebbe apportare al sistema.

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