L’arte dovrebbe essere sempre avanguardia di concetti e tecniche per porsi come approccio alla comprensione degli uomini e all’anticipazione di cosa saranno e come si comporteranno.

Alla luce di questa premessa, Stelarc, pioniere della performance estrema e della performance supportata da sistemi interattivi robotici e di realtà virtuale, rappresenta senza alcun dubbio un punto di riferimento fondamentale per tutti coloro che intendono affrontare un progetto artistico che punta ad utilizzare come mezzo espressivo la tecnologia.

E per quegli artisti digital native, egli è un modello non solo per il modo in cui conduce una ricerca in modo coerente sul corpo nell’era postmoderna utilizzando tutti i mezzi che quella era gli ha offerto, ma anche per il fatto di essere riuscito a consegnare in modo esaustivo e predittivo una riflessione sempre attuale riguardo al processo evolutivo dell’uomo, limitato rispetto alla complessità ambientale, attraverso la sua estensione con artefatti protesici tecnologici.

Stelarc è un artista australiano, oggi sessantatreenne, attualmente responsabile per le arti performative alla Brunel University West London, nominato professore onorario in arte e robotica presso la rinomata università americana Carnegie Mellon University. Ha iniziato la sua ricerca artistica negli anni settanta con la serie di performance basate sulla sospensione dove ha esposto il suo corpo nudo agganciato a dei supporti con decine di uncini conficcati nella pelle. La sua ricerca sul corpo, orientata alla dimostrazione della sua obsolescenza e vuotezza, è andata poi in direzione dell’uso delle protesi, della robotica, di internet, della realtà virtuale, dell’intelligenza e della biotecnologia per dichiarare l’estensibilità del corpo con la tecnologia come requisito della sua evoluzione. 

Stelarc ha investigato questa idea di corpo con progetti quali: The third hand, il terzo braccio robotico, Ping body, una performance in cui gli stimoli generati da un braccio determinano il movimento involontario del corpo, Exoskeleton, un sistema robotico a sei arti controllato dal corpo dell’artista, The stomach sculpture, una capsula di 15mmX50mm inserita nello stomaco dell’artista, Blender, una installazione che rigenera la materia organica di Stelarc e Nina Sellars, The ear on arm la protesi di un orecchio inserita nel braccio di Stelarc in modo permanente e connessa ad un sistema di trasmettitori bluetooth.

Dal 23 al 26 ottobre, Stelarc è stato ospite di due eventi di Tec Art Eco, un progetto triennale promosso dalle associazioni Ariella Vidach – AiEP (Milano) e Avventure in Elicottero Prodotti (Lugano), che propone una serie di festival interdisciplinari, laboratori produttivi, workshop e incontri con artisti internazionali sui temi dell’arte, la tecnologia e la sostenibilità ambientale. Nel contesto di questo nuovo progetto, un gruppo numeroso di giovani artisti, appassionati e studiosi del rapporto tra arte e tecnologia ha potuto confrontarsi con il corpo presente di Stelarc in città dove non ci si aspetterebbe mai di poter avere l’opportunità di ascoltare di persona un pioniere dell’arte interattiva, Lugano e Gallarate.

Nel primo evento, Extracopri: la bellezza remixata, tenutosi al Palazzo dei congressi di Lugano, Stelarc si è confrontato – in uno storico incontro – con un altro artista della performance meccatronica, nonchè fondatore della Fura Dels Baus, Marcel-lí Antúnez Roca. Nel secondo, “Ridisegnare il corpo / Corpi obsoleti” Stelarc ha offerto la sua presenza fisica per un workshop presso la GAM di Gallarate e la sua presenza virtuale per Avatars have no organs, una performance di circa 15 minuti eseguita nella galleria The Virtual Stelarc initiatives in Second Life, dimostrando la versatilità della sua ricerca rispetto ai mezzi tecnologici contemporanei.

Non abbiamo quindi voluto scrivere un pezzo “classico” su Stelarc, nè abbiamo voluto ripercorrere con lui tutto il suo ricchissimo percorso artistico: Stelarc è artista talmente conosciuto che è possibile trovare in rete moltissime sue interviste e riflessioni sul rapporto tra arte e scienza. Abbiamo voluto invece conoscere l’uomo che sta alla base dell’artista, riflettere sull’attualità della sua arte e della sua ricerca, e per questo motivo abbiamo voluto documentare le risposte di Stelarc alle domande rivolte da me e dal pubblico di giovani artisti e di studiosi invitati (Marco Mancuso, Pierluigi Capucci, Mariagrazia Mattei tra gli altri) che hanno partecipato ai due eventi Tec Art Eco. 


Serena Cangiano: Analizzando il tuo percorso artistico, la prima curiosità nasce soprattutto su come sia avvenuto il passaggio dalle performance delle sospensioni a quelle con la tecnologia avanzata. Cosa ti ha spinto a orientare la tua ricerca e sperimentazione dal corpo nudo esposto alle forze naturali alla sperimentazione con sistemi tecnologici complessi?

Stelarc: Quando inizio un progetto, di solito, parto da un’azione fisica, introducendo successivamente la tecnologia. Le sospensioni mi hanno permesso di investigare e poi manifestare l’obsolescenza e la vuotezza del corpo. Una volta vuoto e obsoleto, il corpo è diventato l’ospite migliore per tutta quella tecnologia che intendiamo inserire al suo interno. La realizzazione del corpo come entità obsoleta, vuota e involontaria, ha permesso di rendere il corpo un buon ospite per l’interfaccia e l’interazione con la tecnologia al fine di realizzare operazioni aumentate e amplificate.

Serena Cangiano: Come sono trattati nel tuo lavoro gli aspetti riguardanti l’estetica?

Stelarc: Innegabilmente se osserviamo l’oggetto del progetto The third hand o The extended arm possiamo notare che essi condividono la stessa estetica con la tecnologia in sè, con gli stessi materiali di cui la tecnologia è composta. In quei progetti non ho voluto nascondere la tecnologia. L’estetica di quei progetti deriva dalla performance della costruzione della tecnologia piuttosto che da una precisa scelta estetica che avrebbe condizionato ogni cosa a rispondere stilisticamente ad essa.

Per esempio, l’estetica delle sospensioni era generata dall’azione di eseguire la sospensione oppure, a volte, l’estetica era l’inquadratura dell’immagine dove veniva incapsulata l’intera performance, come nel caso delle sospensioni create con il contrappeso delle rocce. Nel caso, invece, delle sospensioni dove il corpo si muoveva e oscillava, era la coreografia del corpo, che ne documenta l’azione e diventa la sua estetica. La pelle tirata delle sospensioni è parte dell’estetica di un corpo che non è a gravità zero, ma di un corpo che ha un peso. In un certo senso, direi che l’estetica delle mie performance non è predeterminata, ma piuttosto è generata attraverso nuove combinazioni con la realtà contaminata dai sistemi tecnologici e virtuali con la quale il corpo agisce. 


Serena Cangiano: Nella tua ricerca artistica hai toccato trasversalmente tanti e diversi ambiti di ricerca come la ricerca scientifica in ambito medico, biologico e quella più specificatamente tecnologica della robotica e della realtà virtuale immersiva. Nello sviluppo dei tuoi progetti, quanto peso o influenza ha l’interazione con questi ambiti disciplinari? Cosa, quindi, pensi della relazione tra arte, scienza e tecnologia rispetto al tuo lavoro?

Stelarc: Arte e scienza sono molto diverse sia nelle strategie che nei risultati. L’arte è qualcosa che è più legata al fatto di porsi delle domande rispetto all’approccio scientifico che, invece, cerca risposte a delle domande. Per questo, l’arte è interessante solo quando genera più domande che risposte poiché essa dovrebbe essere un’interpretazione instabile del mondo che apre ad altre forme d’investigazione e altre scoperte, conducendoci verso direzioni totalmente inaspettate. In alcune aree scientifche possiamo trovare delle similitudini con l’approccio artistico come, ad esempio, nella meccanica quantistica dove la teoria dipende molto da una valutazione immaginaria e da speculazioni sui possibili modi in cui è strutturato l’universo. Ma, penso che, in generale, non vogliamo che gli artisti svolgano questo tipo di ricerca come non vogliamo che gli scienziati si trasformino in cattivi artisti. Ritengo che sia meglio che scienziati e artisti stiano lontano gli uni dagli altri. L’unica cosa che porta ad avvicinarli è la tecnologia che, però, utilizzano in maniera diversa e per scopi diversi.

Ricordo a questo proposito quando fu costruita la “terza mano” per la prima volta nel 1980: fui invitato al Jet Propulsion lab a Pasadena e allo Johnson Space Center di Houston per fare una presentazione all’Extra Vehicular Activity Group dove era nato un interesse per gli aspetti tecnologici del mio progetto. Purtroppo, non siamo riusciti a trovare punti di connessione perché la mia mano era stata progettata per essere una terza mano.

Ci sono delle connessioni interessanti tra arte e scienza, ma penso sia pretenzioso pensare che un’artista abbia influenza su uno scienziato e uno scienziato su di un’artista. Nel mio caso, l’aspetto collaborativo alla base dei miei progetti artistici consiste solo nella condivisione della conoscenza e delle competenze finalizzata alla realizzazione di progetti di ampia scala che non puntano ad ottenere nessun risultato concreto.

 


Pierluigi Capucci: Nella tua ricerca sei riuscito a fornire una lungimirante riflessione sul corpo del futuro, quello che ora è il corpo del nostro presente, aumentato dalle protesi comunicative dei sistemi di ambient intelligence, di telefonia mobile, di telepresenza in rete. Rispetto all’avanzamento tecnologico del nostro presente come vedi, invece, il corpo del prossimo futuro?

Stelarc: Io penso che esistano scenari interessanti riguardo al futuro del corpo. Sono stati generati molti futuri per il corpo umano e non parlo non solo di quelli sviluppati nell’ambito della letteratura fantascientifica. Il corpo umano inaspettatamente è diventato di recente un ospite per le macchine, mentre in modo proporzionale la tecnologia si sta miniaturizzando tanto che è ora possibile inserirla in modo sicuro nel corpo.

Su scala nanotecnologica, la tecnologia sarà capace di ri-colonizzare il corpo umano. Come ora siamo colonizzati da batteri e virus, nel futuro saremo ri-colonizzati da computer, sensori e nanorobot. Questo è uno scenario plausibile rispetto, invece, a quelli ipotizzati nei manga giapponesi o i prodotti e personaggi della fantascienza che immaginavano estensioni esterne e gli esoscheletri come quelli che utilizzato. Forse nel futuro, il corpo diventerà ospite per le macchine intelligenti che abbiamo creato e di tutta la tecnologia del futuro che diventerà invisibile perché sarà all’interno del corpo umano. Questo è un possibile scenario, ma ce ne sono molti altri.

Marco Mancuso: Le relazioni dell’uomo contemporaneo con le nuove tecnologie si stiano muovendo in direzione opposta, passo dopo passo, diventando sempre più intime, emotive, virali, connettive e invasive. Al di là della fascinazione estetica e scientifica sempre presente, dell’importanza del passaggio storico tra gli immaginari cyberpunk e la moderna bio arte, al di là di quello che è il percorso naturale di ricerca ed espressione di un artista, come rapporti il valore etico e riflessivo del tuo lavoro, relativo al nostro accoppiamento con le tecnologie, dagli ultimi dieci anni alla realtà dell’uomo contemporaneo?

Stelarc: Io non sono interessato alla mera tecnicità delle operazioni che posso eseguire con la tecnologia, ma piuttosto sono interessato a come questi strumenti tecnici e augumentations alterano le possibilità operative del corpo. Infatti, più eseguo le mie perfomance meno penso di avere una mia propria mente, una mente nel senso tradizionale e metafisico. Questo corpo che tu vedi è un corpo vuoto che agisce in modo esteso e involontariamente, ma questo vuoto che lo caratterizza non è un il vuoto generato da una mancanza, ma un vuoto generato da una estensione e una spinta verso l’esterno del sé attraverso la tecnologia, i media elettronici e internet. Non c’è niente in questo corpo, non ci sono immagini, nessuna idea, assolutamente niente c’è in questo corpo. 

Cosa è importante non è ciò che è dentro di me, ma piuttosto cosa succede tra di noi, nel medium del linguaggio con il quale comunichiamo, nelle istituzioni sociali in cui noi operiamo, nella cultura da cui siamo condizionati. Per me, cosa la tecnologia fa è esporre e svuotare il corpo, ma questo vuoto e obsoleto corpo diventa un ospite migliore per le architetture anatomiche alternate che sono una combinazione tra l’uomo, il computer e il sistema virtuale.

Ritengo che il problema sia di distinguere il corpo come un corpo normale nella sua presenza, intimità e prossimità biologica da quello tecnologico. Io propongo nelle mie performance un corpo con un tipo di sistema tecnologico, che è, in realtà, il sistema tecnologico che tutti noi utilizziamo. Io eseguo la performance sul palco amplificando il corpo con i sistemi interattivi, ma tutti ora abbiamo un computer, un telefono, tutti noi operiamo in ambienti contaminati tecnologicamente e ricchi di informazioni. Io penso che la tecnologia non è un alieno-altro ma piuttosto quello che costruisce la civiltà umana, che ci spiega cosa significa essere umani, che ci permette di esporci simultaneamente come dei sistemi operativi.


http://www.stelarc.va.com.au

http://www.tecarteco.net

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