Il NAC – New American Cinema, rappresenta una delle esperienze artistiche più significative all’interno della cinematografia indipendente degli anni ’60, libera dagli imperi Hollywoodiani, da uno Star System mitopoietico e totalizzante. Un gruppo di registi, la cui madrina e ispiratrice fu Maya Deren, come Jonas Mekas, Stan Brakhage, Micheal Snow iniziarono a radunarsi ai margini della cinematografia ufficiale, deteriorando il monopolio visivo delle grandi produzioni. Attraverso una povertà di mezzi, che figurò come un manifesto stilistico, crearono una serie di film sperimentali sulla scia delle prime avanguardie, ormai assopite all’interno della storia dell’audio visivo.

Il NAC era qualcosa di più di un movimento, non vi erano manifesti, l’unico vero condensante era la voglia liberare le immagini in movimento dai confini delle produzioni più compromesse. Window Water Baby Moving di Stan Brakhage o La Règion centrale di Micheal Snow esprimono su due poli visivi opposti, in uno la spazialità dentro la violenza incostante del tempo, nell’altro invece il tempo dentro l’eternità dello spazio, una rivoluzione artistica che si riappropria del cinema, sia in termini di fruizione sia di esecuzione.

Kenneth Anger è forse la massima espressione della scuola del NAC. Figlio d’arte, entra in contatto col cinema fin da bambino (recitò come nel ruolo del principino ne Il sogno di una notte di mezza estate del 1935). Il suo primo film, da regista, lo realizza a dodici anni (Ferdinand the Bull, 1937). Da quel momento in poi, in età davvero precoce, realizzerà una serie di film, che saranno un riferimento all’interno della nuova cinematografia. Fireworks (1947), all’interno del ciclo Magick Lantern, attirò l’attenzione di Jean Cocteau, il quale lo invitò a recarsi Parigi.

Le ispirazioni di Anger vanno dal cinema delle prime avanguardie, in particolare Cocteau e l’immaginario surrealista, alle mitologie antiche, le influenze occulte (è nota la sua amicizia con il mago inglese Alister Crowley) e i rituali pagani coi riferimenti alle più antiche civiltà dell’uomo. Scorpio Rising (1963) è da considerarsi forse l’opera più famosa di Anger. L’ossessione verso la propria sessualità, il mito nascente dei motociclisti Hell Angels, i loro costumi filo-nazisti, il potere che stava attraversando la cultura lether e la musica leggera degli anni ’50, sono al centro di quell’esperienza visiva che è Scorpio Rising.

Il film inizia con l’immagine di una moto a cui viene levato il telo che la rivestiva. Si entra in un mondo stereotipato delle divinità hollywoodiane, dei miti dell’era del consumo entrati poco alla volta nella storia. Dopo pochi secondi lo stesso ragazzo si mette a sistemare la sua motocicletta, ne cambia i pezzi, lì sostituisce. Tutto ciò avviene senza suono ambientale nessun rumore o voce. Solo musiche dell’epoca di Gioventù bruciata, quella del boom economico americano, tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, dove la leggerezza della musica si lega a una serie di immagini apparentemente coerenti, ma legate a un presagio oscuro imminente.

La predomina del rosso è alquanto violenta e affonda in una realtà in controluce, quasi impenetrabile. Più ci si immerge nel film, più lo spazio riservato alla visione coerente e lineare si smarrisce. Esso è sostituito da una dimensione simbolica, che trova il suo padrino nel cinema delle attrazioni, piuttosto che nella falsa mimesi hollywoodiana che Anger mette sulla superficie della pellicola. Anger sembra alludere a un cinema di genere, quello d’horror, come spettro di una visione deformata e contorta del mondo. In realtà le maschere del suo film sono forme anomale piuttosto che depravazioni o grottesche imitazioni.

Forse questa insieme a Kustom Kar Kommandos sono le manifestazioni endemiche del riflesso hollywoodiano a cui Anger si sentiva appartenere. Il suo libro Hollywood Babilonia (1958), in cui racconta senza freni il lato oscuro dello Star system, ne è una prova.

L’ esplicita manifestazione dei suoi interessi occultisti e filo-pagani inserita in Inauguration of the Pleasure Dome (1954) e Invocation of My Demon Brother (1969) all’interno del ciclo Magik Lantern, è forse l’eredità più nota di Anger, verso un tipo di ambiente. Le immagini si sovrappongono, si modellano le une sulle altre. Anger crea un sistema coerente di simboli e di sotto testi audiovisivi. La lanterna magica è la rappresentazione di un insieme in cui convergono le sostanze più leggere del cinema e le superfici dell’occulto, forze misteriosofiche latenti e l’attrazione verso le ombre della cultura.

Kenneth Anger è stato presentato da un grande maestro del cinema quale Martin Scorsese, come la persona più importante della sua vita. Dopo di lui una generazione di sperimentatori arditi e di cineasti ai margini delle grandi produzioni, hanno trovato in queste esperienze visive uno dei massimi ispiratori.

I suoi films raccolgono un’eredità morente, quelle delle prime avanguardie, all’interno del corpo di Hollywood. Egli è la protesi sostitutiva che implode dentro il burlesque dei volti mascherati dei divi, quell’oggetto in movimento che schizza sopra la testa del cinema, per rigovernarne la traiettoria, quella di un mostro sacro che pare mai scalfito nel corso del tempo.

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