Dal 13 al 17 ottobre, Porto ha ospitato la seconda edizione di Future Places – Digital media and local cultures. Un festival, incontro, serie di lectures e concerti, una mostra e uno spazio di aggregazione intorno alla riflessione su tecnologie e creatività, con due padrini ufficiali: l’Università di Porto e quella di Austin Texas.

E’ proprio il sottotitolo che parla di culture locali a destare un certo interesse su questo melting pot lusitano, ideato dal curatore e professore dell’Accademia d’Arte dell’Università di Porto Heitor Alvelos insieme all’inviata dell’Università di Austin Texas, Karen Gustafson. Secondo la definizione, Future Places sarebbe “l’incontro tra persone con una domanda in testa: se i media digitali possono fare così tanto per comunicazioni globali, saperi e creatività, come possono contribuire allo sviluppo Zculturale locale?”.

Festival e biennali, si sà, sono nati proprio per costruire aspettative e garantire visibilità internazionale su aree o città spesso considerate “periferiche” o “emergenti”. Così è stato per la Documenta di Kassel, nata in Germania nel secondo dopoguerra proprio per dare il segno di una rinascita della nazione tedesca (uscita dalla sconfitta e dalla distruzione post-nazista) a partire dalla cultura. Così è per le miriadi di biennali nate e nasciture in ogni angolo remoto del mondo: si veda la Biennale di Dakar, oramai storico evento di arte africana contemporanea, descritto candidamente dal Presidente della nazione come “strumento per attrarre più turisti”. Così è per i festival d’arte, poesia, letteratura, filosofia, matematica, scienza e quant’altro che crescono esponenzialmente negli ultimi anni. La Berlino del dopo “caduta del muro”, deve molto della costruzione dell’immagine di città della cultura, giovane, nuova capitale Europea, a Transmediale, nato nei primi anni Novanta come festival di video. 


Future Places in questo senso non fa eccezione: Porto con i suoi poco più di 200mila abitanti è un’altra tra queste “periferie” più sopra descritte (localizzata per di più in un paese che è assiomaticamente periferico come il Portogallo, il “finis terrae” del Vecchio continente). Ma questo dato di fatto è stato abilmente trasformato dal direttore artistico Alvelos in uno statement che ha garantito un punto di forza dell’evento.

Invece di cercare di costruire l’ennesimo festival di nuovi media, basato sulla presenza dei soliti noti che viaggiano tra festival di nuovi media internazionali (da Isea al già citato Transmediale, da Mutek a Sonar), Future Places ha basato il suo programma sulla partecipazione di entità locali che per qualche giorno hanno aperto le porte per dare spazio a presentazioni di artisti provenienti sì da tutto il mondo, ma legati nello stesso tempo al territorio.

La presenza più jet set è stata quella di Golan Levin, che durante la conferenza organizzata nell’antico (e in ristrutturazione) Edificio del rettorato di Porto, ha presentato il suo lavoro in un panel intitolato Aspects and strategies of contemporary media and its impact on locality. La conferenza è stata però il punto di arrivo di un workshop durato qualche giorno e realizzato per gli studenti di Porto. La stessa conferenza è stata più interessante per la presentazione di progetti locali come WikiMap Galizia Culture di Silvia Garcia, o DIY digital creativity di Luis Saramento. Se insomma la gente è accorsa a sentire Levin (che ha presentato una conferenza non dissimile da quella alla quale avevo assistito qualche mese prima a Modena per Direct Digital), si è poi trovata di fronte a presentazioni e dibattiti certo più freschi e interessanti provenienti proprio dal contesto locale.

Come lo stesso Heitor Alvelos ha sottolineato, la presenza di rappresentanti di ben quindici accademie d’arte da tutto il mondo (tra cui me, arrivata a Porto a nome dell’Accademia dell’Aquila), ha contribuito a costruire una rete di contatti tra studiosi che condividono interessi e metodi e vogliono provare a costituire un network Europeo che possa portare a modelli educativi collettivi e partecipati, basati sullo scambio di professori tra le istituzioni. La scusa per la progettazione di un piano simile è stata la partecipazione di Transmedia, uno dei primi Master post-laurea Europei che lavorano sull’idea di formare artisti a partire da un concetto, piuttosto che partire da tecniche o media. 

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Il festival ha avuto come eventi principali due concerti alla Casa da Musica ed una mostra ospitata da Maus Habitos, uno spazio ricreativo all’ultimo piano di un edificio modernista in pieno centro di Porto. L’estetica squat di molte installazioni e l’aria da centro sociale old school del caffé del Maus Habitos, hanno fatto da cornice alla presentazione di alcuni lavori che mi ha fatto piacere scoprire. Oporto-Dumbo Bridge è l’output riuscito di una ricerca condotta dalle due artiste newyorchesi Naomi Kaly e Alyssa Casey. Un’installazione a forma di ponte che prende lo spunto dal fatto che sia Porto che Manhattan hanno il loro fiume (il Douro la prima, l’Hudson la seconda) che separa il centro città da aree diverse per composizione sociale e storia culturale. Il Ponte di Brooklyn separa Manhattan da Brooklyn, il ponte Dom Luis I separa il centro di Porto da Vila Nova, la città/industria vinicola dove viene imbottigliato il famoso omonimo vino.

Oport-Dumbo Bridge è un’installazione a forma di ponte che raccoglie le voci di abitanti delle quattro città separate dai due ponti. Scorrendo le dita sui due tiranti che uniscono le due estremità dell’installazione, lo spettatore potrà ascoltare le voci raccolte dal duo. Scorrendo da destra verso sinistra si ascoltano le voci provenienti dalla città Usa; scorrendo nel senso opposto si possono ascoltare idee e commenti degli abitanti di Porto e Vila Nova.


http://www.futureplaces.org

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