Sono i primi giorni di ottobre, con la maglietta ancora a mezze maniche e l’estate aggrappata alla schiena, quando prenoto, come un rito annuale, un breve viaggio, destinazione Londra, per vedere tutto quello che un appassionato d’arte vorrebbe sempre vedere.

Mostre come se piovesse: Miroslaw Balka e la bellezza pura di John Baldessari luccicano alla Tate Modern, a breve distanza Kusmirowski trasforma il Barbican in un claustrofobico bunker dove, a guardare con l’immaginazione, vecchie lampade e residui bellici sono casa ideale per topi giganti cresciuti tra le rive del Tamigi e gli scarti del vicino Mc. Donald. Tutto questo mentre la retrospettiva di Ed Rusha è in procinto di farsi grasse risate della mostra ad olio su tela degli scheletri di Damien Hirst.

In mezzo al can-can culturale e a un termometro in caduta libera, Londra non si dimentica certo di essere “la City” delle grandi banche e del grande business, della grande speculazione un tempo, passato e futuro. Allora, l’evento gridato ai quattro media, tv, radio, giornali, internet non può che essere Frieze, la fiera che ogni anno trasforma Regent’s Park in un parco nobile per la razza dell’arte contemporanea.

Ugo Rondinone, A Day Like This Made Of Nothing And Nothing Else

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La tirannia del tempo si fa sentire, ed esaurire le innumerevoli proposte è impossibile. Inizio con il grande cappello della fiera. L’edizione di quest’anno era guardata da molti come una sorta di crocevia o, in alternativa, di via crucis, per marcare le distanze o evidenziare la resistenza della crisi economica.

La paura di una Freeze Art era evidente, ed evidentemente ha condizionato, con rare eccezioni, anche le scelte delle oltre 150 gallerie partecipanti. Cambiamento è la conservazione.

Per chi ha sempre visto Frieze come la zona di proiezione tra un passo e l’altro, un piede ben saldo sul terreno e l’altro in volo per distendersi in avanti, insomma per quelli che cercavano e trovavano proposte talvolta azzardate ma mai scontate, certo più future che presenti, quest’anno deve esserci stato un momento di disorientamento, ricucito dalla sicurezza che tra Regent’s Park a Londra e Messeplatz a Basilea corrono diverse centinaia di kilometri.

Frieze d’altra parte deve un successo così ampio e rapido perché ha saputo evitare un confronto sullo stesso terreno di gioco dell’altra grande Kermesse Europa ossia Art Basel. La diversità di prospettiva è la stessa che passa, per intenderci, tra l’Orso d’oro di Berlino e gli Oscar di Hollywood. Magari vi prendono parte gli stessi produttori ma le proposte sono alquanto diverse.

Ecco che quest’anno la prudenza o, detto altrimenti, il desiderio di “far cassa”, delle gallerie ha avuto la meglio. Come ha ben sottolineato l’artista Elmgreen gli stands della fiera erano pieni di opere che invocavano “comprami, comprami, comprami”. Questo è il messaggio che avremmo letto un po’ ovunque indossando gli speciali occhiali usati dal protagonista del film They live (1988) di Carpenter. Questa non può e non vuole essere una critica a Frieze, che nasce e rimane una fiera mercato, ma piuttosto sottolinea il rischio di andare a incrociare traiettorie e binari già battuti, già visti.

John Baldessari, Beethovens Trumpet (with ear) Opus 127

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Come si traduca all’atto pratico questa tendenza “conservativa” è facile a dirsi: ergastolo alle opere video, libertà vigilata alla fotografia, scarcerazione per la pittura, glorificazione per le istallazioni e, sopra ogni cosa, affidamento allo star system, alle “artistars”, ai nomi “sicuri”, sempre e comunque. Queste sono considerazioni prese a “volo d’uccello” senza entrare in dettagli o magazzini spesso ricchi e significativi, che nascondono opere di valore assoluto, piccole epifanie, strade alternative.

Che questa tendenza sia passeggera o comunque legata all’attuale condizione dell’economia mondiale trova riscontro nella nuova sessione Frame riservata a gallerie aperte da meno di sei anni e invitate a presentare un one man show. Ottima idea, buona riuscita. Aria fresca, aria vecchia, si respirava anche allo stand della galleria Zero. In mezzo a questa griglia ordinata, quasi Newyorkese, di gallerie-grattacielo in cerca della vendita sicura, dell’altezza maggiore, rimbomba forte l’eco dello spazio verticale, lasciato volutamente vuoto – salvo un piccolo quadro di Victor Man – dal gallerista Milanese che, con un gioco di prestigio degno di Le Corbusier, ruota il modello e offre una prospettiva inedita. Chi l’ha colta? A vedere molte facce perplesse o disinteressate si direbbe una parte esigua del pubblico, di certo la sentiva in tutta la sua nitidezza l’orecchio proteso di John Baldessari. Rivoluzione è la convinzione. E pazienza se quest’anno ha vinto Titanic.

Dalla calma feriale con cui si attraversano le sculture di Regent’s Park alla vita bellica da sottosuolo del Barbicane Centre. Robert Kusmirowski lo trasforma in un Bunker polacco da seconda guerra mondiale. Buio dappertutto interrotto solo da punti di luce artificiale. Lampade uscite già arrugginite e polverose, dalle fabbriche sovietiche. Coperte senza ricambi da mille e più notti, muffa, tarli, cibo a contagocce. Stanze riordinate – di nuovo riordinate – dopo che una bomba a poca distanza ha riversato tutto ancora una volta e chissà fino a quando. Vetri infranti, specchi distrutti o scagliati violentemente a terra da un uomo che non vi si riconosce più. Cosa contiene quel barile-birillo caduto dalla pila e disteso sul pavimento? A quale buio più nero e verso quale disperazione portano le monorotaie di comunicazione interna? Il bunker è un interrogativo gravido di domande, come una situazione sospesa tra due disequilibri, immersa in un tempo artificiale, scandito dalle radiocomunicazioni, dalle lancette, dagli aerei, ma mai in presa diretta, sempre fiduciario, mai verificabile. Tutto quello che è esterno al bunker diventa proiezione e sintesi minima di informazione. Bisogna essere concisi, rapidi, precisi. I territori diventano mappe, l’uomo fucile.L’unica nota traversa di questa opera monumentale era la vasta e capibile presenza del personale di sorveglianza, che a tratti spezzava il ritmo e infrangeva l’apnea.

Dopo aver visto il Bunker la stanza sovra condivisa del mio ostello è sembrata un baldacchino da sogno quattrocentesco.

Rober Kusmirowski, Bunker, 2009

L’indomani un muffin gigantesco ricarica l’ultimo giorno. Soddisfo i miei vizi di pittura (che oggi è l’ottavo dei peccati capitali) e mi reco spedito da Gagosian dove è allestita la personale del quarantenne artista inglese Glenn Brown. I soggetti delle tele sono fantasmi, della storia e dell’ arte. Innocenzo X ritratto alla maniera di Velazquez, Velazquez alla maniera di Baselitz, Baselitz alla maniera di Glenn Brown, ossia mozzato della testa, ghigliottinato dalla cornice, con una pittura che sembra un groviglio di acque liquide ( almeno qui le acque stagnanti del mercato che agitano Gagosian sono distanti).

I soggetti di Glenn Brown sono prima di tutto apparizioni, l’agnello sacro, ancora fumante, sembra essere il prescelto, con quella faccia triste, per il pranzo di Pasqua; Cristina di Danimarca non la vorremmo intravedere la notte sulla strada del ritorno. La sostanza liquida della pittura di Glenn Brown potrebbe benissimo avere un elevato tasso alcolico, i colori e le forme si moltiplicano e si sovrappongono, la realtà perde in definizione ma guadagna in mistero, ci aspetteremmo di vedere la pittura muoversi, ingarbugliarsi ancora di più, scivolare via da ogni confine formale.

Infine la grande mostra delle pitture

Ed Rusha

, alla Hayward Gallery.

Fity years of painting

, dalla fine degli anni ’50 ad oggi. Più che da raccontare, da vedere. Fino al 14 gennaio 2010.

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