C’è una figura che pare fermare il tempo, muoversi con attenzione ai suoi margini, sorvolarlo, attraversarlo per poi sedersi fuori di esso. Un uomo in mutande staziona di fronte a noi, fissandoci. Sopra di lui la pioggia comincia a scendere. La luce è virata da un blu accecante, intenso, sembra un colore chimico preso in prestito dall’immaginario Klein o dai neon fluorescenti di qualche squallido locale.

Scorgiamo il viso di quella persona, il taglio netto del mento, gli occhi aperti, sicuri. Pare di riconoscerlo. Quel viso appartiene a Brad Pitt. Subito dopo ci appare il primo piano di un uomo della stessa età, il collo avvolto da quello che sembra la coda di una volpe. L’uomo è vestito con molta cura, indossa un cappello che gli copre gran parte del viso. Lo si riconosce immediatamente. E’ Johnny Depp.

Robert Wilson realizza una galleria di ritratti al confine con l’agiografia, l’ironia e il glamour, dal titolo Voom, in cui i volti noti e ben codificati delle celebrità vengono trasportati in un immaginario minimale, onirico. Robert Wilson è una delle personalità più influenti nel mondo dell’arte visiva, oltre che teatrale, e musicale ( ricordiamo su tutte, la sua collaborazione con Philippe Glass per Einstein on the beach, che dirige e progetta ). Dopo i primi studi in svariati ambiti, dal primo diploma in Business Administration, alla laurea in architettura al Pratt Istitute, pittura in Arizona, Wilson fonda la sua prima compagnia teatrale, la Byrd Hofmann and School of Byrds, con la quale comincia ad essere notato come uno dei più estremi e arditi sperimentatori della seconda metà del novecento. Nei suoi spettacoli teatrali convivono su vari livelli il video, paesaggi sonori e luci che costruiscono volumi incredibilmente suggestivi e ineccepibili. Il suo stile è legato ad una forte componete plastica, come se solidificasse le forme dinamiche del teatro in un’unica sola materia, immobile, altamente studiata nei volumi, dileguata nel tempo. La diversità delle sue competenze gli permettono di raggiungere in molti ambiti delle arti visive dei momenti di riconoscimenti, il più importante dei quali la Biennale di Venezia del 1993.

Questa serie di video, presentati a Palazzo Reale a Milano lo scorso Giugno e in esposizione ancora fino al 4 Ottobre prossimo, dopo aver girato tutti i principali musei e gallerie del mondo, nascono da una collaborazione con la VOOM HD Networks, una compagnia che realizza tecnologie avanzate ad altissima definizione.

Le Celebreties coinvolte sono numerose da Winona Ryder, Johnny Depp, a Carolina di Monaco, Salma Hayek, Suzushi Hanayagi ed infine l’italiana, unica, Isabella Rossellini. Ad un primo impatto queste video-performance, sarebbe bene chiamarle così, risultano estremamente coinvolgenti per via della maniacale cura con cui il tableaux vivant viene “confezionato” e per l’altissima risoluzione delle proiezione che pare provenire da una iperealtà, quasi parallela alla nostra. Superato questo prima invasione stilistica, subentra un secondo livello conoscitivo, in cui l’incontro con i soggetti rappresentati ( una spettacolarità che va dal mito del cinema, fino alle sorgenti della sperimentazione visiva più recenti. Si pensi a Barney…) mostra le tendenze mitopoietiche dell’autore.

Robert Wilson agisce per allusioni. Accosta i personaggi al loro mondo, giocandoci all’interno, ribaltando i termini. I riferimenti vanno da Hichtcock, Grace kelly, alla splendida Greta Garbo. Le sue operazione visive sembrano analoghe se non per diversità di dispositivo alle immagini di David LaChapelle. Nonostante il terreno di indagine sia mutuato dal quel mondo, il dispiegamento del video e dell’immaginario cinematografico attraverso il tempo, entra in contatto con l’esperienza video-artistica più sofisticata e complessa, che tutela l’autore dall’essere partecipe al glamour rigoglioso dello Star-System.

Azzarderei dei riferimenti ormai storici a cui affiancare l’operazione di Wilson. Alquanto scontato, ma forse ben consapevole, è il riferimento all’ultima produzione di Bill Viola, sia per la tensione temporale sprigionata dai video, sia per l’attenzione verso le tecnologie ad altissima definizione e alla contemplazione richiesta davanti al quadro della proiezione. Dall’altra parte, forse più pertinente, per nulla storica ma alquanto contemporanea, mi viene in mente la fotografia di Steve Klein, notissimo fotografo di moda, che utilizza la provocazione delle superfici per riempire un quadro bulimico di prodezze visive ed androgine.

Assistere al lavoro di Wilson, può destare alcuni sospetti, legittimi o maliziosi, sulle intenzioni retrostanti ad un’indagine così minuziosa del testo visivo. Il riuso dello Star-System da parte degli artisti è sempre stato ambivalente. Da una parte c’è la celebrazione del mito e della sua portata, dall’altra la celebrazione dell’anti-mito, che considera il divismo tanto quanto lo spessore del quadro. E’ forse inutile elencare i riferimenti che vanno da Ray, Dalì, Warhol, Barichello e Grifi, per citane alcuni dei più fondamentali. L’operazione di Wilson ci pone davanti un’ambigua risoluzione. A quale genealogia appartengo questi ritratti? Siamo davanti all’ennesima riproposta di un interesse pro-Hollywood, spento e lacerato all’interno, ormai svuotato dai colpi dei Warhol’s children? Oppure un attenta celebrazione delle superfici del mito, evadendone il senso, per distoglierlo da quella luce che costantemente lo accavalla?

  

A mio parere l’operazione di Wilson è un misto di leziosa furbizia supportata da una biografia personale alquanto rispettabile e riconosciuta, il quale si è sentito di celebrare il proprio mito col mito di tutti, invadendo con la sua arte il vacuo ed eterno mito delle celebrità, come una sorta di Uroboro nell’impossibile costruzione del suo cerchio.


http://www.voom.com/voom-portraits

http://robertwilson.com/

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