Il 16 agosto la Haus der Kulturen der Welt di Berlino ha ospitato la presentazione dei lavori realizzati nel corso di sei giornate intensive di workshops all’interno del progetto Sommercamp Workstation, evento concepito come laboratorio mobile per l’arte e i media nato dall’esperienza dell’importantissimo ex-centro di ricerca Tesla Medialab (www.tesla-berlin.de), un progetto della durata complessiva di quattro mesi dislocato in più luoghi nella città di Berlino.

Tre sono stati i temi portanti dai quali si sono sviluppati i workshops della prima parte del progetto, Sommercamp: i sistemi di simulazione e di rappresentazione; la realizzazione di strumenti musicali e le procedure per ideare e organizzare progetti culturali. Il primo, curato da Martin Howse, ha mostrato alcuni esempi di simulazioni: da quella grafica di Jessica Rylan, a quella patabotanica di FOaM/Nik Gaffney e Dave Griffiths, a quella urbana, sensibile ai paesaggi elettromagnetici di Martin Howse/xxxxx e di Julian Oliver. Il secondo, curato da Derek Holzer, ha presentato approcci diversi nella costruzione di strumenti musicali: dalle antenne di Ciat Lonbarde/Peter Blasser, che producono suoni reagendo ai movimenti dei presenti (basandosi sul principio del Theremin); ai particolari strumenti a corde di Halldor Ulfarsson, focalizzati sulla produzione di feedback; ai laptop acustici di Tore Honoré Bøe, da lui intesi come “sculture sociali”. La terza tematica, curata dal Medialab Prado di Madrid, ha visto James Wallbank e Jordi Claramonte stimolare un approccio critico e creativo sul concetto di medialab e di arte operativa, mentre Adam Hyde ha illustrato come realizzare manuali FLOSS (Free/Libero/Open-Source Software) in tempi brevi. Una descrizione dettagliata dei singoli progetti è possibile consultarla sulle pagine Wiki di Sommercamp Workstation. Sommercamp, oltre alla Haus der Kulturen der Welt, si è avvalso della struttura di Radialsystem per l’evento di inaugurazione. In quell’occasione Zoviet France, Matt Wand e Atau Tanaka hanno proposto una reinterpretazione di Variations VII di John Cage.

Workstation sarà invece la seconda parte della manifestazione, maggiormente dedicata alla produzione di progetti (quattro residenze artistiche e un sussidio curatoriale), che si aprirà al pubblico dal 20 al 22 novembre presso General Public di Berlino e che vedrà presenti gli artisti con i loro progetti ed esperti del settore scientifico e tecnologico.

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Una piacevole chiacchierata proprio con il soundartist Derek Holzer (vecchia e sempre gradita conoscenza di Digicult, incontrato già da Claudia D’Alonzo per Digimag31 del Febbraio 2008 nell’ambito del suo progetto Tonewheels con Sara Kolzter – http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1067, ma anche da Bertram Niessen nell’ambito del bellissimo progetto di suoni e architettura e spazi urbani, Tuned City nel Digimag36 del Luglio/Agosto 2008 – http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1232), che ringrazio per il tempo dedicatomi, è stata occasione per indagare le origini e le strategie operative di questo progetto.

Valeria Merlini: Da quale percorso nasce l’idea di Sommercamp Workstation?

Derek Holzer: Sommercamp Workstation viene dall’esperienza di Tesla, storico medialab centripeto Berlinese per la realizzazione di progetti multimediali e tecnologici, dislocato presso il Podewils’sches Palais. All’interno di quella struttura, la presenza del Tesla si era rivelata essere troppo vicina alla gestione complessiva del Podewils’sches Palais, tanto che a volte ne aveva subito la sua politica “conservativa”. Su più fronti, si rendeva particolarmente faticoso realizzare progetti in quel luogo. Per altri motivi poi Tesla non riusciva ad avere molto pubblico alle sue manifestazioni. La città, che aveva finanziato il progetto, non vedendo una grossa affluenza, una volta terminato il contratto non l’ha più rinnovato. Tesla ha pensato quindi di chiedere meno soldi proponendo di non utilizzare più quella struttura; ma i soldi e quel luogo erano collegati. É stato quindi impossibile separare le due cose. Di conseguenza Tesla non è morto in senso assoluto, ma è venuto a mancare un supporto strutturale e un luogo dove fare le cose. Da qui Carsten Stabenow, Carsten Seiffarth e altre persone si sono unite e hanno formato l’organizzazione DOCK.L’idea che sta dietro a DOCK è quella di non cercare un nuovo luogo fisico come sede, ma di creare eventi usando le differenti risorse già esistenti a Berlino. L’idea di Sommercamp Workstation, quindi, è quella di unire risorse diverse provenienti da persone differenti: invitare sia persone a presentare workshops che partecipanti a frequentarli, creando un clima veramente sociale.

Valeria Merlini: Questa strategia, pensata per aggirare le difficoltà imposte dalle politiche culturali della scena locale e per poter rendere possibili tali pratiche artistiche, è quindi fattibile nella città di Berlino?

Derek Holzer: A Berlino non è necessario avere un luogo fisico fisso, perché ovunque ci sono infrastrutture. L’estate scorsa per Tuned City lo stesso nucleo di persone ha utilizzato le infrastrutture dell’Università Tecnica, diversi parchi pubblici e il grande studio di Funkhaus Berlin in Nalepastrasse, quindi strutture già esistenti. In questo periodo tutti parlano di sostenibilità, di cose rinnovabili ed è veramente uno spreco avviare ogni volta un posto nuovo. Ha più senso prendere le risorse esistenti e collegarle in modo intelligente.

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Valeria Merlini: Cosa significa per te medialab?

Derek Holzer: Quando ho vissuto in Olanda ho cercato di avviare un medialab. Trovo che l’idea di un medialab legato ad un luogo fisso sia un po’arcaica, un po’ fuori moda. Personalmente, non voglio criticare le altre forme di pratica nei medialabs, ma io sono più interessato a situazioni transitorie. Mi interessa creare una zona multiuso, veloce e temporaneamente autonoma. Sicuramente nel creare una situazione transitoria del tipo “facciamo qualcosa di veloce, in una settimana”, non devi preoccuparti del problema di una sostenibilità continua o di cose a lungo termine. Per esempio, negli anni ’80 ci sono state molte iniziative veramente vitali che oggi sono finite. Le stesse persone che negli anni ’80 erano attive, ora si sono fermate e continuano a succhiare spazi, soldi e ossigeno. Ne ho viste molte di situazioni come queste e mi hanno oltremodo annoiato, oltre che essere state completamente uno spreco. Credo quindi che creare situazioni temporaneamente autonome sia molto più esaltante. È un modo per sfruttare gli elementi migliori delle organizzazioni esistenti, prenderne delle porzioni, configurarle e fare il passo successivo.

Valeria Merlini: Ritieni che l’esempio di Sommercamp Workstation possa essere esportato?

Derek Holzer: Si. È un dito puntato in una direzione. Credo che ogni situazione locale sia differente. Potrebbe essere interessante parlare di più con le persone del Medialb Prado per esempio, che sembrano organizzare numerosi eventi di questo tipo da diversi anni e in modi diversi. Loro hanno una cultura diversa, che si avvale di molto volontariato. Mettono insieme molte persone per lavorare su pochi progetti specifici. È un po’ l’opposto di qui: gli artisti si rivolgono a qualcuno per realizzare qualcosa e tutti i tecnici volontari vengono coinvolti nel progetto. Noi qui invitiamo artisti e tecnici e successivamente le persone vengono per apprendere da loro. Forse quel tipo di situazione funziona molto bene in Spagna, in quel contesto culturale specifico. Credo comunque che non ci sia una sfera magica che funzioni ovunque, ogni situazione è realmente differente e non puoi semplicemente provare a copiarla, incollarla ed esportarla. Non per battere nuovamente sulla cultura olandese, ma la sua idea tattica rispetto ai media è quella di esportarla ovunque: è come un flyer incollato su ogni cultura su cui riescono a mettere le mani.

Valeria Merlini: Rispetto alla costruzione di strumentazioni analogiche ed elettroniche a discapito di un uso eccessivo e limitato di codici e di software, come hai applicato le tue idee e le tue conoscenze alla tua sezione di workshop?

Derek Holzer: Riferendomi alla sessione di workshop che ho curato, posso dire che la costruzione di un’oggetto fisico è molto diversa dal programmare cose col computer, perché la programmazione non è per nulla visiva, nessuno la vede, ed è totalmente immaginaria. Di fatto non esiste. Se invece costruisci un oggetto fisico per produrre suoni, questo diviene sì uno strumento sonoro, ma anche uno strumento visivo. Credo che il piacere che le persone hanno avuto da Acoustic Laptops, Deerhorns e Hallodrophones sia più visivo che sonoro.

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Valeria Merlini: Cosa ti aspettavi da Sommercamp? Ti ritieni soddisfatto?

Derek Holzer: Il mio obiettivo era semplice. Volevo avere molte persone che condividessero uno stesso spazio, che facessero cose creative con le loro mani e che si divertissero nel farle. Non avevo grosse aspettative. Non mi aspettavo di vedere lavori geniali e sicuramente ci sono stati dei momenti belli, perché sono uscite delle cose piacevoli che non mi sarei aspettato. 


 

http://www.sommercampworkstation.de/wiki/doku.php?id=start

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