Direi che era quasi inevitabile. Vivere e lavorare in un paese, per quanto apperentemente democratico, in cui il rapporto di interdipendenza tra politica e mass media è più stretto che in qualsiasi altro al mondo (escluso, certo, i regimi apertamente totalitari di cui abbiamo fatto cenno, per esempio, il mese scorso nell’articolo Persepolis 2.0), non consente utopie libertarie di sorta nel momento in cui si fa cenno a temi portanti di qualsiasi democrazia, come la libertà di stampa, il diritto di opinione, l’autonomia di pensiero.

Pensare che Internet, i Blog, il P2P e i Social Network potessero essere esenti da forme di censura e restrizioni a livello governativo, sperare che rimanessero per sempre territori completamente liberi, penso che fosse quantomeno ingenuo: moltissime sono ormai le testimonianze negative in questo senso, a livello nazionale e internazionale, alcune delle quali trattate nel corso degli ultimi anni proprio su Digimag.

Su queste tematiche, il governo Italiano sembra ormai avviato verso una politica di controllo e restrizioni che non ha però precedenti nelle “democrazie” occidentali e che, come sottolineano gli ospiti di questa intervista Alessandro Gilioli e Derrick De Kerckhove, potrebbe portare a una serie di emendamenti e decreti che costituiscano un pericoloso precedente da imitare da parte di altre “democrazie” in tutto il mondo. Sembra infatti che in Italia, la libertà di stampa per come la conosciamo, sia ad oggi un diritto che esiste sempre più sulla carta e sempre meno nella pratica: come interpretare diversamente l’ultima subdola azione governativa contro la libertà di pensiero e di stampa, il Decreto Alfano sulle intercettazioni, che di fatto ha “ammutolito” tutta una serie di blogger in Rete, minacciando azioni legali e multe pesantissime? Il cosiddetto obbligo di rettifica, pensato sessant’anni fa per la stampa, se imposto a tutti i blog (anche amatoriali) e con le pesanti sanzioni pecuniarie previste, metterebbe di fatto un silenziatore alle conversazioni on line e alla libera espressione in Internet.

In un governo ossessionato dal controllo dei media di comunicazione di massa, teso a mettere il silenziatore ad ogni possibile voce di protesta, fondamentalmente ignorante nei confronti delle dinamiche sociali ed economiche che sottendono la Rete, il P2P, l’open source e il Social Networking, è quasi inevitabile la paura di ciò che non si può controllare, della cosiddetta “fuga di notizie” che potrebbe verificarsi anche attraverso le sottili maglie di una comunità online che sebbene ancora piccola, è sicuramente in crescita e potrà diventare presto politicamente importante (se ben rappresentata, of course).

Per protestare quindi contro il Decreto Alfano, lo scorso 14 Luglio è stato indetto un vero e proprio sciopero virtuale, uno sciopero dei principali blog Italiani. Nato dall’iniziativa di Alessandro Gilioli (giornalista, scrittore, caporedattore e blogger de “L’espresso” con il suo Piovono Rane), con l’adesione di blogger di ogni area politica (ma anche non politici) ed esponenti di diversi partiti e associazioni,l’iniziativa ha chiesto ai blog italiani di mettere on line solo il logo della protesta, con un link al manifesto per il Diritto alla Rete: http://dirittoallarete.ning.com. La piattaforma di Social Networking ha lavorato come collettore di post e libere opinioni, nonchè come contenitore di immagini di tutti i blogger imbavagliati che hanno aderito. Il progetto ha previsto anche un incontro-sit in piazza Navona a Roma, alle ore 19 di martedì 14 luglio, e un simbolico imbavagliamento sia dei blogger presenti sia della statua simbolo della libertà di espressione, quella del Pasquino.

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Inevitabilmente l’iniziativa ha sollecitato la mia attenzione, sia per l’importanza oggettiva della tematica trattata, che per naturale propensione di Digimag a conoscere i progetti (sia di natura artistica che di protesta) dalla viva voce dei loro protagonisti, che infine per l’occasione di potersi confrontare con un libero pensatore la cui attività e presenza in Rete considero da tempo molto importanti per il nostro paese, per la diffusione di una forma “nuova” di giornalismo ibrido tra quello tradizionale, legato più alla carta stampata e alla televisione, alle dinamiche editoriali classiche, e quello che i media hanno prontamente quanto erroneamente battezzato come “citizen journalism” (e che io preferisco chiamare al limite “free journalism”). Alle mie domande ha risposto anche Derrick de Kerckhove (che ringrazio sentitamente), saggista che non ha bisogno di presentazioni, opinionista, Direttore del McLuhan Program in Culture & Technology e Professore presso il Department of French alla University of Toronto, che in qualche modo ha seguito e sta seguendo da vicino l’evolversi del progetto di Alessandro Giloli.

Marco Mancuso: Vorrei iniziare questa intervista chiedendoti di farmi un primo bilancio dell’iniziativa lo “sciopero dei blog” dello scorso 14 Luglio e della nascita della piattaforma Diritto alla rete. Personalmente, considero l’iniziativa un’importante passo verso l’utilizzo della Rete come reale piattaforma di discussione, riflessione, aggregazione: Diritto alla rete ha per esempio riunito moltissimi blog di informazione e questo è sicuramente utile per tutti coloro che vogliono orientarsi nell’universo dell’informazione libera e indipendente (si spera), dal basso, denominata prontamente dai media citizen journalism. Al contempo mi chiedo, e ti chiedo, al di là dell’atto di protesta e sciopero assolutamente legittimo e giustificato, quali effetti pratici e concreti a livello politico e sociale sta avendo l’iniziativa, che presumo e spero ancora in corso, e quali ne può avere in futuro. E più in generale, in quale direzione, secondo te, bisogna lavorare affinchè le iniziative di protesta e aggregazione in Rete possono avere una reale ed efficace ricaduta nel mondo reale delle nostre vite?

Alessandro Gilioli: I risultati “specifici” della protesta li vedremo più avanti: se e quando la norma “ammazzablog” verrà stralciata dal ddl Alfano, come ci si augura. Ci sono delle trattative in corso, c’è un emendamento che probabilmente verrà votato: io sono “incautamente ottimista” sull’ipotesi che l’obiettivo specifico venga raggiunto.

Ma due risultati sono già stati ottenuti. Primo, l’iniziativa ha portato la questione della comunicazione “dal basso” in Italia (e dell’ignoranza dei nostri politici in merito) al di fuori del circuito autoreferenziale dei blog. Ne hanno parlato – anche per dissentire- decine di giornali cartacei sia italiani sia stranieri (come El Mundo), le tivù (da Sky alla Bbc). Molti parlamentari e attori della politica si sono chiesti per la prima volta “ma cosa sono questi blog e perchè s’incazzano tanto?”, il che è già qualcosa. Il secondo risultato è stato di far discutere e riflettere la blogosfera sul proprio ruolo e (perchè no?) anche sulle proprie responsabilità. In particolare sul fatto che da una fase di semplice “rifiuto difensivo” contro leggi cretine (D’Alia, Carlucci, ddl Alfano etc) si può e forse si deve passare a una fase di “contrattacco propositivo” per stimolare i legislatori a produrre norme che prima di tutto tengano conto delle differenti dinamiche della comunicazione dal basso on line rispetto al giornalismo verticale di carta, e poi si ispirino sempre di più all’apertura, all’innovazione, allo sharing e alla neutralità della rete, anzichè al “proibizionismo terrorizzato” con cui si sono mossi finora.

Derrick de Kerckhove: Estensione delle notizie dalla stampa ufficiale, uso di tipo Twitter, uso di tecnologia difensiva, contributi dell’intelligenza italiana. Quali ricadute producano le iniziative di protesta in rete è una domanda interessante. E’ vero che i social networks stiano cominciando solo ora a generare effetti; il citizen journalism attraverso i social networks coinvolge sempre più persone e non solo i blogs ma anche altre forme di comunicazione. Potrebbe avere un effetto molto forte sul governo, pur dipendendo dal numero effettivo dei connessi, del rapporto tra numero di persone su internet e popolazione reale. Io penso per esempio che l’Italia troverà in futuro il suo punto di maturazione in internet come l’ha trovato l’America con l’elezione di Obama, il momento di massima diffusione della forza di internet rispetto a quello dei media classici. Vuol dire che si possono trovare strategie per aumentare maggiormente l’impatto dei social networks, i quali hanno un’influenza sul potere politico, potere che possiamo piuttosto chiamare ecologico. La politica dovrebbe infatti essere ecologica.

Un’altra questione è l’impatto sulla vita delle persone di una legge del genere che reprime la libertà di espressione. Speriamo infatti di non dover assistere in Italia ad una competizione tra l’organizzazione di una rete che si difende e l’organizzazione di un governo che l’attacca. I contributi dell’intelligenza italiana sono chiaramente e fortemente minacciati se si crea una situazione del genere, non si deve bloccare l’emancipazione della mente italiana .

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Marco Mancuso: Sulla base delle ultime disposizioni governative anti-blog, come per esempio il decreto Alfano del Luglio scorso, quali sono, secondo te, i rischi attuali e quelli potenziali che corre Internet, a livello di libertà di pensiero ma anche di libera circolazione e condivisione di file, idee e materiali, di movimenti di protesta e aggregazione e di processi autonomi di creazione di nuove professioni ed economie, di difesa della propria privacy e dei propri dati sensibili? In altri termini, per quanto la Rete rimarrà ancora territorio libero per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi dieci anni e quanto potrebbe essere pericoloso illudersi che rimarrà sempre un territorio di confine nella società contemporanea?

Alessandro Gilioli: In Italia il pericolo per la Rete viene da un combinato disposto di insofferenza, paura e ignoranza dei politici, specie quelli del Pdl e dell’Udc. Insofferenza: Berlusconi non sopporta in generale i media ostili, invita a togliergli la pubblicità, sogna un’Italia di comunicatori alla Minzolini. Paura: i politici non conoscono la Rete ma ne intuiscono la minor controllabilità rispetto ai mainstream media, vale a dire che se esce un pezzo in Rete che li sputtana non hanno alcun editore a cui telefonare il giorno dopo per chiedere articoli “risarcitori”, non hanno alcun cronista di Palazzo da prendere a braccetto lungo il Transatlantico di Montecitorio, non hanno alcun potere ricattatorio come hanno da sempre nei confronti degli editori veri e propri. Ignoranza: la maggior parte dei politici non sa che cos’è la comunicazione orizzontale l’immissione dei contenuti nei blog o nei social network, e tende ad applicare meccanicamente alla Rete le norme pensate 60 anni fa per i giornali di carta.

A fronte di tutto questo, il modo in cui la Rete italiana vivrà nei prossimi anni dipende però molto da noi, cioè da chi la vuole libera e plurale: da come sapremo muoverci e incidere sul Palazzo, rinunciando a posizioni di isolamento snobistico e confrontandoci con la realtà là fuori. Ma anche evitando vanità e ambizioni personali, lavorando davvero ciascuno al servizio di tutti.

Derrick de Kerckhove: Il problema risiede nel fatto che il disegno di legge italiano non costituisca l’eccezione ma la norma. Adesso la tendenza verso la norma è visibile, prevedibile in tanti dettagli, in Cina, in Francia, in Italia, in Iran. La prossima legge richiederà la creazione di un Dipartimento della Difesa Interna (tipo fortezza da Basso in Firenze, costruita dai Medici, non per difendere la città ma per difendersi dalla città. Il pericolo non esiste solo per l’Italia, il pericolo è che tutti i governi conservatori possano in qualsiasi momento mutuare l’esempio italiano. In questo momento traspare chiaramente come i governi siano tentati, e uno sta andando oltre la tentazione, quello italiano, di controllare in modo assoluto la gente. Decisamente un nuovo e innovativo modo di controllare il popolo.

E’ anche interessante vedere fino a che punto l’immagine dell’Italia, che non è delle migliori adesso con il governo Berlusconi, continuerà a peggiorare agli occhi del mondo intero con questa nuova norma. Questo non è un esempio positivo per un Paese la cui ispirazione tende a raggiungere un’apertura simile a quella americana. All’americana vuol dire un’apertura molto sorvegliata, ma con un senso di spazio libero, un senso anche questo ecologico. Dà la possibiltà a una popolazione di vivere con respiro e penso che in Italia avere nel mondo di internet una reputazione simile a quella cinese non sia molto qualificante.

Però l’altro versante che mi fa paura è la tendenza dei governi di destra a ricercare una sorta di assoluto controllo sulle persone da attuarsi in molteplici modi. Se “l’esperimento” italiano (che mi auguro non si realizzi) diventasse un modello per altri governi nel resto del mondo, se ciò dovesse davvero concretizzarsi, saremmo persi.

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Marco Mancuso: Un post interessante su Diritto alla rete riguarda un commento dell’avvocato Guido Scorza, esperto di informatica giuridica, che parla del rischio che corrono anche i canali come You Tube. Alla luce della domanda precedente, non pensi che si renda sempre più necessario un confronto aperto e possibilmente diffuso proprio con coloro che possono illustrare, chiarire ed eventualmente aiutare a livello legale tutti coloro che lavorano, si esprimono e comunicano in Rete e tramite i Social Networks? Non pensi che in questo senso, una piattaforma come Diritto alla rete debba confrontarsi a fondo, chiarire quanto più possibile ed eventualmente aiutare a creare una casistica legale che possa costituire un punto di confronto per tutti coloro che dovessero trovarsi seriamente nei guai in futuro?

Alessandro Gilioli: Scorza sta facendo un ottimo lavoro, sia in termini di informazione giuridica sia per quanto riguarda il progetto di alfabetizzazione dei politici. Diritto alla rete è però solo una delle tante piattaforme da cui ci si può muovere. Mi sembra utile che il dibattito e le eventuali iniziative “politiche” siano il più liquide e plurali possibile, e anche off line. Non cadiamo nell’errore di considerare la Rete un problema che riguarda i blogger. E’ una questione che ci riguarda tutti come cittadini, come democrazia aperta.

Derrick de Kerckhove: La domanda è molto interessante! Sono assolutamente d’accordo con la richiesta di creare forme di informazione, confronto ed assistenza per tutti coloro che dovessero trovarsi in difficoltà riguardo al problema delle forme di controllo. A Piazza Navona le persone presenti alla manifestazione erano meno di quelle che hanno aderito in rete, questo probabilmente dipende dal modo in cui è stata divulgata l’azione di sciopero e un pò anche l’estraneità, la novità della cosa… spero che possano aumentare maggiormente il numero degli italiani capaci di esprimere il loro disaccordo/dissenso a queste leggi perchè è un loro diritto oltre che dovere, insomma più partecipazione e creare/montare un caso di interesse legale … trovare il modo di proteggere questo “diritto alla rete” con leggi internazionali.

Ad esempio, in una parte del decreto Alfano si palesa una probabile illegittimità costituzionale in relazione all’art.21, cosa aspettiamo a denunziarlo con forza ? Sarebbe perciò opportuno uno studio giuridico approfondito, per garantire questo “diritto alla rete”, e “costruire”, attraverso un comitato scientifico composto da giuristi italiani, un robusto supporto legale, con grande visibilità in rete, che evidenzi i contrasti tra il ddl Alfano e la Costituzione .

Marco Mancuso: Social networks e identità virtuale/reale. Come si confronta il progetto Diritto alla rete con l’universo dei Social Networks, come vengono o verranno sfruttate dinamiche di integrazione con piattaforme come Delicious, Twitter e Facebook principalmente (non parlo di integrare video da YouTube, Vimeo o Digg, quello è ormai all’ordine del giorno), e soprattutto come verrà gestito il mai risolto dilemma di dare un volto, un corpo, una fisicità d’azione a quell’identità virtuale che esiste dietro ogni account che aderisce alla sua iniziativa? Su quali dinamiche bisogna fare leva? Te lo chiedo, perchè tu hai avuto il coraggio di confrontarti con questo tema, nel momento in cui hai chiesto una partecipazione fisica alle persone in Piazza Navona lo scorso 15 Luglio a corredo dell’iniziativa dello “sciopero dei blog”.

Alessandro Gilioli: Appunto. Far uscire la questione della Rete in Italia dal circolo ristretto dei blogger e dei net-fans è fondamentale. Bisogna lavorare ogni giorno – ciascuno con i propri mezzi – per farne una battaglia civile di tutti. E anche una battaglia economica: l’innovazione dell’Italia – assai lenta e scarsa rispetto agli altri paesi, non solo europei – non passa solo attraverso l’allargamento della banda, ma anche attraverso l’allargamento della coscienza collettiva. Non esiste più (se mai è esistita) una realtà virtuale contrapposta e distinta dalla realtà fisica: il virtuale è una parte del reale – e pure una parte importante. L’incontro “fisico” in piazza Navona aveva questo valore simbolico. In questo, credo che chi agisce in Rete da molti anni deve fare un passo in avanti, evitare di sentirsi snobisticamente parte “di un mondo diverso e più avanzato”, confrontarsi e sporcarsi le mani con temi come l’alfabetizzazione e la divulgazione.

Derrick de Kerckhove:…e must persuade the mainstream media in Italy to join in.

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Marco Mancuso: Tu sei un affermato giornalista di un grande gruppo editoriale, ma al contempo sei anche uno dei blogger più conosciuti e affermati della rete italiana. In più di un’occasione non hai esitato a prendere posizioni quasi attiviste e hai prestato il tuo blog Piovono rane alla difesa di cause come, ricordo, quella dello sgombero del Centro Sociale Cox18 e dell’Archivio Calusca. Come concili il tuo ruolo di giornalista per il gruppo editoriale “L’espresso” con il tuo ruolo di blogger in Rete: in altri termini, quanto la Rete (in quanto mass media ritenuto ancora di minor impatto rispetto ai giornali e alla televisione) consente ancora un margine di libera azione attivista ai giornalisti professionisti come te, e quanto sarà sempre invece più un equilibrio tra la volontà del singolo professionista e la ontologia dell’organo di stampa. E quanto, altresì, si correrà il rischio che possano iniziare a proliferare blog che esprimono precise opinioni e assumono determinate posizioni allo scopo di raccogliere utenti (e quindi lettori, nonchè potenziali elettori) da aree sociali più estreme (destra o sinistra che sia)?

Alessandro Gilioli: Personalmente ho la fortuna di lavorare in un giornale che ha una lunga tradizione di battaglie civili e quindi ho la possibilità di “usare” abbastanza liberamente il blog per quello che tu chiami “attivismo”. Il blog consente un margine di autonomia e indipendenza che – se gestito con responsabilità e consapevolezza – è anche superiore di quello del giornale cartaceo (che è pur sempre un prodotto collettivo). L’equilibrio tra attivismo personale e posizione del giornale ha però moltissime variabili e va misurato con intelligenza ogni giorno. E’ ovvio che nel mio blog – che fa parte del sito de “L’espresso” – io abbia responsabilità e vincoli maggiori rispetto a un ipotetico blog personale fuori dal sito del giornale. Ma il gioco vale la candela, perchè facendo parte de “L’espresso” ha anche un’audience e dei feed-back maggiori, il che rende un filo più facile difendere quelle cause di cui tu parli, eventualmente fino all’attivismo. In altre parole, si tratta di muoversi al meglio – per i risultati che si vogliono ottenere – nel “balance” tra posizione del giornale e libertà personale.

Del resto, qui per fortuna vale un po’ la buffa ma aurea regola che la Bbc ha dato come unica policy ai suoi giornalisti-blogger: fate un po’ come vi pare, ma usate il buon senso e la zucca. Il che, come margine di libertà, non è male. Quanto al proliferare di blog che prendono posizioni estreme o super assertive “al solo scopo di attirare utenti”, non ci vedo niente di male nè di “rischioso”: ognuno faccia il blog che crede, con gli scopi che vuole, poi saranno gli utenti – i lettori – ad attribuire credibilità e autorevolezza all’uno o all’altro.

Derrick de Kerckhove: Una sana relazione tra la stampa ed i network è essenziale per il benessere e l´apertura della società. Ogni governo esperisce la tentazione di controllare i media, ogni quotidiano, a volte, sperimenta la pericolosità di pubblicare notizie “rischiose”. La condizione di libertà, non solo di espressione ma anche di movimento, è fondata principalmente su una relazione serena ed aperta tra governo, media tradizionali e network. Il network non è qualcosa di clandestino, ma piuttosto una solida base. Le persone devono poter essere in grado di esprimere le loro opinioni e desideri e, quando riguardano il benessere della società come nel caso dell´Iran, vederli riflessi nei media.

Dall´altra parte, la presenza di giornalisti tradizionali, credibili anche nel mondo dei network, è parte dell´immagine pubblica dei grandi gruppi editoriali. In Canada, vige il principio della “giusta distanza” (letteralmente “lunghezza di braccia”) tra il governo e i media, il che vale a dire che questi, seppur inevitabilmente correlati, riescono tuttavia a mantenere la loro reciproca indipendenza. Un giornalista con un blog stabilisce una relazione tra il mondo dell´opinione individuale e l´informazione come riportata dal mondo del consenso dei media. Chiaramente ciò richiede qualcuno in grado di condurre un blog di qualità. Un accordo sulla “giusta distanza” tra governo e stampa su quanto oggetto di pubblica informazione è quindi necessario. Con questo intendo che un quotidiano di rispetto non dovrebbe mai trattenersi dall´informare la pubblica opinione per timore che il governo ritiri il suo supporto. Ed un giornalista di rispetto come Alessandro Gilioli non dovrebbe mai temere le conseguenze che potrebbero derivare dalla sua opera di onesta informazione, sia sul suo blog che sul giornale.

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Internamente, la redazione potrebbe non essere sempre pronta ad affrontare i rischi. Tuttavia, in numerosi quotidiani di fama internazionale come “Le Monde” in Franca, il “New York Times” negli Stati Uniti e “La Repubblica” in Italia, vi è abbastanza onestà e standard professionali per tollerare un atteggiamento critico al loro interno. L´associazione crea un senso maggiore di fiducia tra i lettori dei giornali . Quindi dovrebbe esserci supporto reciproco fra network, giornalisti nazionali e media tradizionali.

Molto prima che nascessero i blog, la collaborazione era iniziata decine di anni or sono, con il “Daily Telegraph” dell´Inghilterra che stava prendendo piede, ricercando le opinioni della gente online e offrendo particolari servizi. I media iniziarono a comportarsi come acceleratori sociali di notizie nazionali. Alcuni gruppi di artisti – o meglio Artivisti – come “AHA” di Tatiana Bazzichelli o “Neural” di Alessandro Ludovico hanno aperto la strada. L´idea è sempre stata quella di aiutare i media principali, non certo di far loro la guerra. La conseguenza dovrebbe essere che i media principali riconoscono il valore aggiunto dei servizi offerti da haktivisti e artivisti responsabili e coscienziosi, offerti cioè da un giornalismo di cittadini testimoni. Se vogliamo ancora parlare di democrazia nei prossimi anni critici, i network e i media devono collaborare per consigliare i governi e dissuaderli dal compiere qualsivoglia irrazionale e pericolosa azione atta a boicottare la libera pubblica espressione. D´altra parte i governi non sono aziende private a scopo di lucro, ma appartengono alla gente che li ha votati; l´elettorato dovrebbe essere in grado di aspettarsi i servizi per cui ha pagato.

Marco Mancuso: Faccio anche a te una domanda che ho fatto il mese scorso agli autori del graphic novel Persepolis 2.0, progetto artistico di re-editing del graphic novel Persepolis che traccia un parallelo artistico e narrativo tra la Rivoluzione Iraniana del 1979 e i moti di protesta del 2009. La mia riflessione, e anche quella degli autori, è che nel momento in cui la protesta dei giovani in Iran delle scorse settimane è stata repressa nella violenza, e causa la concomitante chiusura dei cancelli della Rete con conseguente caccia al blogger per tutti coloro che dall’Iran si erano resi “colpevoli” di aver comunicato con il resto del mondo denunciando le violenze in corso, i grandi media di massa (anche e soprattutto online) non abbiano più coperto e dato risalto alla situazione, abbandonando di fatto il popolo Iraniano al suo destino. In altri termini, è sempre più evidente che la Rete (in quanto ormai mass media) ha una potenzialità enorme nel mantenere accesi i riflettori su determinate situazioni politiche nel mondo e di conseguenza ha una responsabilità crescente (sia morale, sia professionale) nei confronti delle sue potenzialità e delle sue eventuali mancanze. Quando anche la Rete, le controculture in Internet, le iniziative attente alle libertà di espressione online, i siti come Repubblica o l’Espresso, i blog stessi, non sfruttano a pieno le loro potenzialità (o per lo meno lo fanno per lassi di tempo troppo brevi e troppo spesso legati a dinamiche giornalistiche di attenzione solo verso le notizie “più calde”), ci si domanda quanto anche noi che lavoriamo diffondendo notizie e cultura in Rete, siamo responsabili di alcune mancanze e ipocrisie. Tu come la pensi a riguardo? Non pensi che a volte la Rete stessa ricada in dinamiche professionali troppo simili a quelle dei comuni mass media, perdendo quindi piano piano per strada parte della sua forza rivoluzionaria e della sua, magari ingenua, dinamica propulsiva?

Alessandro Gilioli: La perfezione non è di nessuno e di niente, nemmeno della Rete. Ma sul Web ci sono le “code lunghe” e retrieval, e i siti di nicchia che non “mollano” un tema come la Birmania o l’Iran solo perchè l’attualità è cambiata. Quindi va molto meglio di vent’anni fa, quando c’erano solo i giornali di carta e per consultare gli arretrati dovevi andare alla biblioteca comunale, o per sapere come andavano le cose in un Paese lontano ignorato dai giornali dovevi sbatterti per associazioni in giro per la città. Io ad esempio, per motivi d’interesse personale seguo abbastanza la Birmania, ma non posso fare un post al giorno sulla Birmania sennò dopo tre mesi ho decimato i lettori: il che non sarebbe utile alla diffusione di altri temi importanti. Allo stesso tempo, però, quando trovo qualcosa di nuovo o di forte sulla Birmania lo piazzo dentro volentieri. Ancora una volta, per un sito o un blog giornalistico-generalistico è una questione di equilibrio e di buon senso.

Altro discorso per i blog o i siti di nicchia, naturalmente, che restano come banche dati on line perpetuamente aggiornabili e consultabili. Insomma, non mi farei troppe paranoie sulla “logica giornalistica” dell’attivismo on line come dinamica per forza negativa: l’importante è che ci sia una pluralità il più ampia possibile di voci e temi, di battaglie e di approfondimenti.

Derrick de Kerckhove: Non lo credo, perchè penso che il problema sia altrove e molto più pericoloso, quale quello citato della repressione dei blog in Iran. L’accessibilità di chiunque sulla rete crea condizioni di controllo assoluto. Sarà grande la tentazione in alcuni stati, come l’Italia (e forse anche gli Stati Uniti nel prossimo “regno” repubblicano), di sperimentare una sorta di “fascismo elettronico”.

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Marco Mancuso: Vorrei concludere questa intervista provando a riflettere insieme su un punto che considero importante: l’esistenza stessa di questa intervista! A prescindere dalle ovvie e giuste dinamiche del professionista più giovane che intervista quello più esperto, del sito di controcultura come Digicult che si interessa all’attività di un giornalista di una grande testata nazionale e di un grande gruppo editoriale, mi chiedo se questa stessa intervista non evidenzi un potenziale segnale di debolezza del progetto Diritto alla Rete. In altri termini, non credi che ci sia il rischio che queste iniziative siano comunque sempre percepite come iniziative verticali, dirette da un elite intellettuale che nonostante tutto non parla lo stesso idioma delle nuove classe professionali e intellettuali che si sono create in Italia negli ultimi dieci anni, che rimangano nonostante tutto troppo distanti dalla gente comune, dai giovani che fanno politica in rete, dalle controculture attiviste soprattutto che la animano? Sono sicurissimo che, per fortuna direi, l’iniziativa abbia avuto successo e moltissime ho visto sono le adesioni alla piattaforma Diritto alla Rete, ma al contempo, leggendo quà e là alcuni post, rimango sempre colpito da alcuni messaggi come: “Hanno aderito all’iniziativa blogger di ogni area politica (ma anche non politici) ed esponenti di diversi partiti e associazioni. Tra gli altri: Ignazio Marino, Vincenzo Vita, Mario Adinolfi e Francesco Verducci (Pd); Antonio Di Pietro (Idv): Pietro Folena (Partito della Sinistra Europea); Amici di Beppe Grillo di Roma, Calabria e Taranto; Articolo 21; Sinistra e Libertà; Per il Bene Comune; Partito Liberale Italiano (PLI). Hanno aderito a titolo personale anche Giuseppe Civati, Sergio Ferrentino, Massimo Mantellini, Alessandro Robecchi, Claudio Sabelli Fioretti, Ivan Scalfarotto, Luca Sofri, Marco Travaglio e Vittorio Zambardino. Anche alcuni parlamentari della maggioranza (come Antonio Palmieri e Bruno Murgia), seppur non verranno in piazza, hanno espresso la loro contrarietà alla norma imbavaglia-Rete presente nel ddl Alfano”…….in altri termini, non viene evidenziata la penetrazione in ambienti “estranei” alla politica tradizionale e alla società libertaria intellettuale dominante, quanto l’adesione di classi e gruppi e soggetti che si pensa possano rappresentare una “guida” ma che forse da molti soggetti in Rete o che fanno politica tramite le nuove tecnologie, non vengono più percepiti come delle vere “alternative” da un punto di vista politico. Cosa pensi a riguardo?

Alessandro Gilioli: Non vorrei ripetermi, ma è ancora una questione di equilibrio, di balance. Se l’adesione a una battaglia di persone per diversi motivi stimate e considerate autorevoli è utile agli esiti della battaglia stessa, queste vanno comunicate e valorizzate. Se avessi scritto: “Hanno aderito anche il mio ortolano Gino, il mio portinaio Guido, la mia colf Luz e il vigile di quartiere Erminio”, sarei stato molto orizzontale e democratico, ma pure un po’ cretino. L’importante è che poi, al momento in cui l’iniziativa si realizza, ci si mescoli tutti nello stesso modo, senza più verticalità nè leaderismi (anche per questo in piazza Navona ho evitato accuratamente di salire sul palco e parlare, lasciando che i discorsi fossero fatti da un esperto giuridico come Scorza e da un esperto della Rete come De Keckhove). Se allo sciopero dei blog non avessero aderito centinaia e centinaia di blog “sconosciuti”, sarebbe stato un fallimento. Ma in quel momento di preparazione le adesioni di personaggi “autorevoli” servivano anche a coinvolgere i blog “sconosciuti”. In altre parole, cerchiamo di evitare ideologismi e di essere pragmatici: è giusto che non ci siano leaderismi e interessi personali, ma è altrettanto giusto che eventuali personaggi autorevoli si “spendano” se questo può essere utile alla buona riuscita di un’iniziativa. Fra le due cose, appunto, bisogna faticosamente cercare ogni volta di raggiungere un buon punto di equilibrio.

Derrick de Kerckhove: Non conosco abbastanza la politica italiana per rispondere a questa domanda, però dirò che qualunque sia la quantità – anche omeopatica – della rappresentazione critica del potere l’effetto è credibile, benchè non tocchi la massa. Vuol dire che sulla rete circolano persone capaci di avere una posizione credibile e autorevole, nel senso che i Social Networks sono un mondo di connessione pertinente: persona a persona, gruppi con gruppi diventano un fatto…come un comunicato… Si è verificato anche in altre situazioni storiche. Pensa alla voce di una persona che vivendo fuori dal suo paese condiziona un networks sempre crescente di persone nel resto del mondo.

E’ una cosa interessante, vuol dire che è perfettamente possibile trovare sempre un riferimento su internet che arriva alla velocità della luce alla persona giusta. Io penso che questo sia il grande potere di internet, di una piccola dose di informazione che diviene quella che conta, che circola alla velocità della luce e che consente alle persone di “fare le cose” . Come dice Mc Luhan:”la velocità della luce è la massima funzione della velocità non della quantità della informazione, è la velocita di accesso che fa la massa, è una massa del tempo reale, una massa che si compone e scompone. L’informazione funziona cosi, è un modo molto diverso dalla strategia tradizionale dei cosiddetti mass-media”.

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Detto questo, continuo a sostenere che per un’azione efficace di persuasione del governo è preferibile l’unione di tutta la stampa ufficiale, accettando di prendere posizione su questo argomento …e penso che un’unione della stampa sarebbe essenziale nel futuro delle decisioni politiche. Questo a mio parere dovrà essere l’effetto si altre iniziative di “diritto alla rete”.

Gli stimoli e le sollecitazioni vengono da internet, dai social networks, dai blogs, ed escono nella realtà, dentro i media, i mainstream, perche internet è underground.


http://dirittoallarete.ning.com/

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/

http://www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=88618&idCat=120

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