Introduzione

I sistemi formati da particelle quantiche sembrano possedere la capacità di comunicare istantaneamente l’uno con l’altro, sfidando il nostro modo tradizionale di concepire lo spazio e la distanza. Questa caratteristica del mondo quantico, nota come non-località, è spesso utilizzata in riferimento al World Wide Web ed in particolar modo all’arte interattiva di rete dove lo spazio sembra essere risucchiato con un click del mouse all’interno di collegamenti ipertestuali. È davvero possibile applicare tutto ciò alla realtà?

La non-località ed i sistemi quantistici

Secondo la meccanica Newtoniana, due oggetti non possono comunicare più rapidamente della velocità della luce e questo assunto è stato elevato al rango di legge, proprio come la legge di gravità o il secondo principio della termodinamica. Di conseguenza apprendere che vi sarebbero prove sperimentali attestanti la violazione da parte dei sistemi quantistici del principio di località – principio centrale della nostra visione dello spazio come strumento oggettivo – risulta uno vero e proprio shock. Il principio di località conferisce unicità e individualità alle cose collocandole in un unico posto nello spaziotempo.

Secondo Newton e per riscontro empirico dei nostri sensi sappiamo che due oggetti non possono occupare lo stesso spazio contemporaneamente, a meno che non presumiamo di essere di fronte al medesimo oggetto. Ebbene quello che la meccanica quantistica sta cercando di dirci sulle particelle correlate ed i sistemi quantistici è esattamente quanto segue: non importa quanto spazio intercorra tra due particelle correlate, queste comunicheranno fra di loro come se non ci fosse alcuno spazio. Nel mondo tradizionale nel quale i nostri sensi si sono sviluppati una cosa del genere sarebbe impossibile, altro invece accadrebbe nel mondo quantico per il quale la nostra evoluzione ci ha lasciati tanto ciechi a livello percettivo quanto impreparati dal punto di vista cognitivo.

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La caratteristica della non-località è sempre stata un aspetto sottaciuto dell’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica, o interpretazione di Copenaghen, avanzata dai quattro fondatori della nuova fisica – Niels Bohr, Max Born, Werner Heisenberg e Pascual Jordan – e presentata al Congresso di Solvay del 1927. Sfortunatamente la non-località non possedeva strumenti di dimostrazione empirica, non tanto a causa di un limite della tecnologia quanto piuttosto di un limite intrinseco al modello quantico stesso. O almeno così sembrò. Nel 1965 però una piccola fessura si dischiuse nella scatola nera della località quantistica, quando John Stewart Bell pubblicò la sua cosiddetta Bell inequality. Posto un universo completamente locale e deterministico, la disuguaglianza di Bell pone un limite massimo al grado di correlazione che è possibile ottenere negli esperimenti che coinvolgono coppie di particelle.

Con un passaggio logico incredibilmente sottile Bell sdoganò una violazione della probabilità casuale per spiegare il comportamento correlato delle particelle. Egli mostrò come, secondo la meccanica quantistica, particelle correlate separate da enormi distanze comunichino istantaneamente le une con le altre. Senza un attimo di ritardo. Neanche nell’ordine di un miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di nanosecondo. Ma la comunicazione istantanea tra particelle era un resto del mondo Newtoniano, che Einstein aveva rovesciato con le sue teorie sulla relatività. La violazione del limite della velocità della luce indusse Einstein a definire simili correlazioni “terrificante azione a distanza”.

Einstein era convinto che l’interpretazione di Copenaghen proposta da Bohr e dai suoi seguaci avesse tralasciato alcune informazioni di vitale importanza – variabili misteriose contenute dalle particelle al momento di abbandono della propria fonte – che spiegassero il fenomeno in termini classici. Einstein sbagliò e poiché questo non accadde di frequente è importante capirne il motivo. La risposta giace nell’incapacità di Einstein di accettare la premessa del dualismo ontologico: l’esistenza di un olismo immateriale che presuppone un elemento immateriale della realtà al di fuori del tempo e dello spazio. Anton Zeilinger avverte quei filosofi con una scarsa conoscenza delle imprevedibili correlazioni della quantistica meccanica di non scavare troppo in profondità, pena l’incappare in una condizione di “confusione allo stato terminale”.

Dal 1982 numerosi esperimenti sono stati condotti da Alain Aspect e da altri per dimostrare la disuguaglianza di Bell. Nel 1997 Antoine Suarez e Valerio Scarani proposero un esperimento che fu portato avanti successivamente da Nicholas Gisin e dai suoi collaboratori presso il Group of Applied Physics dell’università di Ginevra. L’esperimento, di estrema importanza per capire la caratteristica della non-località nei sistemi quantistici, consisteva nel prendere coppie di fotoni e spararle alla velocità della luce in direzioni opposte. Successivamente i due fotoni venivano misurati in zone molto lontane fra loro. L’esito della misurazione di ogni fotone rispecchiava uno tra due valori alternativi (diciamo o + o -). Quello che Gisin e i suoi colleghi fisici scoprirono fu non solo che i risultati prodotti dai fotoni erano correlati ma anche che questa correlazione proveniva dal di fuori dello spaziotempo. I risultati mostrano che “non è possibile distinguere, nemmeno in linea di principio, quale sia la misura dipendente e quale quella indipendente”. In altre parole non c’è modo di distinguere il “prima” dal “dopo” come regimi spaziotemporali indipendenti. La strada purtroppo è ancora tutta in salita.

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Non vorrei combattere una battaglia già persa, ma se il limite di velocità della luce non è violato allora la non-località fa riferimento a qualcosa di davvero profondo: l’olismo quantico. “In natura ci sono connessioni che si verificano ad una velocità superiore a quella della luce e senza propagazione di energia. È questo il presupposto della non-località della meccanica quantistica.” Le connessioni di cui Suarez parla non dovrebbero essere interpretate come una violazione delle leggi della fisica classica. Le leggi tradizionali reggono. Il limite di velocità della luce di Einstein regge. Ma solo per quanto concerne i macro-oggetti che costituiscono le cose fisicamente visibili del nostro universo. Nella nostra realtà esiste anche un livello invisibile e immateriale: una realtà quantica. E questo mondo subatomico ha un codice comportamentale diverso.

I modelli di Einstein non hanno alcuna implicazione sulla cosiddetta “azione terrificante”, sebbene questo non basti per istituire una dimensione temporale assoluta e illimitata. Dunque, quello che in realtà la meccanica quantistica suggerisce è che in caso di misurazioni di tipo spazio separate la connessione che le correlazioni rivelano non corrisponde ad alcun ordine in tempo reale, e di conseguenza, non è legata ad alcun modello comprensibile sperimentalmente.

La non-località descrive le connessioni fondamentali tra parti che sfuggono alle nostre percezioni. Ciononostante né l'”ordine esteso” di sistemi complessi, né la “terrificante azione a distanza” di particelle correlate dovrebbero essere intesi come trasmissione istantanea. Se il significato della “non-località quantistica” è poco chiaro, l’olismo quantico presenta il grande vantaggio di non suggerire nessun tipo di “trasmissione istantanea” ma si riferisce esplicitamente all’esistenza di caratteristiche universali che non sono contenute nelle caratteristiche delle sottoparticelle.

La non-località è quella proprietà indivisibile di un sistema che conferisce ad esso un’identità superiore alla somma delle sue parti. La “dipendenza istantanea del potenziale quantico da tutte le caratteristiche dell’intero apparato sperimentale” richiede l’accettazione da parte nostra del fatto che le nozioni di “tempo e spazio” sono piuttosto delle costruzioni dell’intelletto che scoperte. La nozione di oggetti discreti separati nello spazio è messa in discussione non solo dalla nostra capacità di comprendere la meccanica quantistica ma anche dal nostro contatto con molteplici forme d’arte dei nuovi mezzi di comunicazione.

La riduzione analitica è di grande utilità quando la correlazione – una forma di accoppiamento molto forte – conferisce “maggiore realtà” ad un sistema composto che non ai suoi componenti. Ma cosa si intende davvero con la nozione di “maggiore realtà”? In termini quantistici e come contenuto nella nostra definizione la “realtà” è semplicemente uno stato quantico. Ma forse è più utile dire che l'”olismo” costituisce un ulteriore “ordine di realtà”. L'”ordine di realtà” composto o verticale (a nidificazione gerarchica) proprio dell’olismo, rintracciabile nelle opere di arte interattiva e nelle particelle quantiche correlate, rappresenta una sfida alla riduttiva logica binaria del tradizionale dualismo fisico. Invece abbiamo bisogno di adottare un dualismo concettuale che opponga da una parte la realtà formata dalle componenti del sistema e dall’altra quella costituita dalla loro relazione organizzata.

Richard Wickers, 15×15 (2006), Screenshot

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La non-località, la Media Art ed il World Wide Web

Se l’incontro che possiamo avere in un museo con un dipinto di Rothko è di tipo ravvicinato, il contatto con un’opera d’arte che viaggia in rete ci collega ad elementi del sistema che distano migliaia di chilometri l’uno dall’altro. L’arte digitale dei nuovi mezzi di comunicazione esistente nello spazio pubblico dei network – sia su Internet che su apparecchi mobili come telefonini e palmari – può essere letta come una nuova forma di arte pubblica. Rispetto a forme di arte pubblica più tradizionali, l’arte su Internet, fruibile dall’intimità della propria casa introduce uno slittamento dalla dimensione legata ad un luogo determinato a quella globale, rompe le barriere tra pubblico e privato e occupa uno spazio esteso privo di collocazione geografica.

La non-località di cui parla Christiane Paul è una conseguenza della perdita della nostra percezione delle distanze e della separazione spaziale su Internet. Al posto di uno spazio geografico c’è uno spazio in rete. “Il computer è una macchina di collegamento. Gran parte dell’arte dei nuovi mezzi di comunicazione, e specialmente l’opera che nasce in rete, non possiedono di per sé dimensioni spaziali, ma nodi e livelli di connessione”. Tuttavia, come illustra Antoine Suarez in una e-mail rivolta all’autore, “il concetto di non-località quantistica non si applica all’arte interattiva nella medesima accezione tecnica: l’interazione nell’arte avviene sempre via Internet, e dunque ad una velocità inferiore a quella della luce”.

La non-località è una metafora di quella che Barabasi definisce la proprietà “small world” (“piccolo mondo”) dei network. Barabasi ci invita ad immaginare un cerchio fatto di nodi separati da piccole maglie, come le perle di una collana. “Grazie ai lunghi ponti che formano, spesso posti a collegamento di nodi su lati opposti del cerchio, la distanza tra tutti i nodi viene straordinariamente a mancare”. Il teorico dei computer Manuel Castells descrive il carattere moderno dei network come “Lo spazio dei flussi… che collegano posti lontani intorno ad una serie di funzioni e di significati condivisi sulla base di circuiti elettronici e corridoi di trasporto ad alta velocità, isolando e reprimendo quella logica dell’esperienza avviluppata nello spazio fisico”. Il concetto di “spazio dei flussi” rappresenta una metafora della non-località delle reti di telecomunicazione moderne. Così, emancipatasi dai vincoli geografici, l’opera d’arte di rete può scivolare simultaneamente sugli schermi di migliaia di computer.

Richard Vickers aiuta Warhol a mantenere la sua promessa di fama futura in 15×15, che consente a chiunque abbia una webcam di caricare il proprio contributo dal vivo ed essere inserito in una griglia di video provenienti dai visitatori del sito. Vickers aiuta Warhol a mantenere la sua promessa. Quest’ultimo riesce a trasportare 15 posti diversi sulla finestra del vostro browser incoraggiando al contempo i visitatori a partecipare. Instant Places di Maciej Wisniewski utilizza l’esperienza non-locale di Internet per collegare computer diversi e formare una piattaforma libera dalle costrizioni geografiche, di tempo e di luogo. Instant Places presentava predatori (falchi) e prede (topi) che erano capaci di muoversi tra diversi data places e comunicavano tramite messaggistica istantanea.”

Maciej Wisniewski, Instant Places, 2002, netzbasierte Installation, Karlsruhe 2002, Img by F. Wamhof

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Le tecnologie di telepresenza utilizzano Internet per sfidare la nozione di un sé localizzato e intrappolato nel suo contenitore organico. Le tacite leggi della vicinanza che conferiscono maggiore rilevanza a quelle cose che sono fisicamente più vicine ai nostri corpi vengono ribaltate dalla non-località che possiamo esperire attraverso l’arte della telepresenza. Questo è quanto Eduardo Kac mette in atto con Teleporting to an unknown state (lett. “il teletrasporto verso uno stato sconosciuto”). L’installazione trasforma l’esperienza di Internet in un sistema che assicura la sopravvivenza. In una stanza buia un piedistallo sorregge un vaso di terra che funge da culla per un singolo seme. Attraverso un video proiettore posizionato in alto e rivolto verso il piedistallo partecipanti remoti mandano luce per permettere la fotosintesi e la crescita del seme nell’oscurità più totale: il tutto rigorosamente via Internet”. Coloro che aderiscono al progetto di Kac si assumono la responsabilità di curare le piante creando una comunità virtuale di “telegiardinieri” dimentichi della collocazione fisica di ciascun individuo.

Search for you di Will Pappenheimer si avvale invece di webcam interattive dotate di riflettori di luce con cui esplorare una stanza buia in cerca di contatto umano. Il raggio di luce non è tanto uno strumento di illuminazione e di sorveglianza, quanto una specie di “avatar virtuale”. La luce diventa una proiezione di sé stessi. Le conseguenze della non-località tecnologica hanno appena iniziato a farsi sentire.

“La nostra sfera privata ha smesso di essere il palcoscenico su cui si svolge il dramma del soggetto in contrasto con i suoi oggetti e la sua immagine: non esistiamo più come tragediografi o attori ma come terminali di molteplici network. La televisione è la prefigurazione più diretta di tutto ciò, e persino oggi il nostro spazio vitale viene concepito come un’area di ricezione e di gestione, come uno schermo di monitoraggio dotato di potere telematico, vale a dire, capace di regolare qualsiasi cosa per mezzo del telecomando”.

Conclusione

Il “tramonto” della distanza fisica con cui si viene a contatto nelle nuove forme di arte digitale è evocativo del comportamento delle particelle correlate spazialmente separate della meccanica quantistica, che sembrano comunicare come se non ci fosse alcuna distanza. La non-località descrive uno stato in cui abbiamo informazioni circa componenti spazialmente separate di sistemi complessi. Le particelle quantiche rappresentano “punti di intersezione” di determinate relazioni. Lo scambio e la manipolazione di informazioni a prescindere dalla distanza è una delle variabili dinamiche comuni ai sistemi quantistici e all’arte interattiva dei nuovi mezzi di comunicazione. Detto in parole povere la nostra esperienza con questi sistemi interattivi svela le lacune del nostro modo di percepire lo spazio. Tanto nel caso dei sistemi quantistici quanto in quello dell’arte interattiva di rete lo spazio è sempre relativo agli occhi del soggetto sensibile. In entrambi i casi, esperiamo la non-località grazie all’interazione con i fenomeni virtuali: ossia le reti invisibili di comunicazione o l’onda di probabilità immateriale.

Anche se nell’interazione sul web il limite di velocità della luce non viene violato, è piuttosto frequente provare un senso di immediatezza che oltrepassa le distanze, intorpidendo le nostre percezioni di luogo e vicinanza.” Ma come abbiamo visto la non-località rappresenta più di una sfida fenomenologica al nostro senso intuitivo di spazio: è un segno di un regno virtuale “più profondo” al di fuori dello spaziotempo – una dimensione solistica testardamente riluttante al nostro metodo d’indagine scientifico, dei cui limiti aveva già parlato il grande astrofisico Sir Arthur Eddington (1882-1944).

Will Pappenheimer, Search for you (2004), Installation render

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“Dobbiamo diffidare da coloro che intendono di ridurre Dio (realtà ultima) ad un sistema di equazioni differenziali. Un simile fiasco deve essere evitato a qualsiasi costo. Per quanto le ramificazioni della fisica dovessero estendersi grazie alle future scoperte scientifiche, non potranno certo ricoprire per loro stessa natura lo sfondo in cui è collocato il loro essere… Abbiamo imparato che esplorando il mondo esterno con i metodi delle scienze fisiche non arriviamo ad una realtà concreta piuttosto ad un oscuro mondo fatto di simboli che questi metodi sono inadatti a penetrare.”

La realtà è qualcosa di più di “letture istruttive” o di equazioni differenziali, di conseguenza dobbiamo affidarci ad altri mezzi di discernimento e dotarci di modelli complementari: ad esempio prendendo spunto dall’artista le cui tecniche di comprensione non sono limitate dal bisogno di quantificare analiticamente ma piuttosto dalla volontà di sintetizzare poeticamente. Le piene implicazioni della non-località potrebbero essere fuori dalla nostra portata, rimane il fatto che gli artisti che si avvalgono delle moderne reti di telecomunicazione sono capaci di evocare aspetti del fenomeno. Ecco come l’arte riempie i vuoti del nostro approccio scientifico alla comprensione del mondo.

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