Per circa due settimane, dal 3 al 19 Luglio scorsi, il Manchester International Festival ha commissionato e prodotto la performance Marina Abramovic Presents.. curata dall’artista Serba appositamente per il festival. In occasione della performance, gli spazi della Whitworth Gallery di Manchester sono stati completamente svuotati di tutte le opere d’arte e messi al servizio della performance art, evento quasi unico nel mondo dell’arte contemporanea.

Nata nel 1946 a Belgrado Marina Abramovic inizia la sua carriera negli anni ’60 come pittrice e successivamente, agli inizi degli anni ’70, passa alla performance art. Sin dagli esordi è evidente il desiderio dell’artista di comunicare direttamente con il pubblico creando una sinergia che costituisce un elemento fondamentale per la riuscita delle performances. I suoi primi lavori sono caratterizzati dall’estrema pericolosità e violenza delle prove attraverso le quali la Abramovic spinge all’estremo i propri limiti mentali e fisici, raggiungendo uno stato di trance che prescinde il senso di consapevolezza del dolore.

Un esempio è il ciclo di dieci performances dal titolo Rhythm‘, durante le quali l’artista attraverso l’uso di coltelli e altri oggetti di tortura rischia più volte la propria vita. La fase intermedia della carriera della Abramovic vede la collaborazione con l’artista Ulay (Uwe Laysiepen) e si conclude nel 1989 con il progetto finale The Great Wall Walk, un cammino della durata di novanta giorni sulla Grande Muraglia Cinese. I suoi ultimi lavori sono invece caratterizzati dalla ricerca della purificazione e introspezione mistica, legati agli studi sullo Sciamanesimo, il Buddismo Tibetano, e le filosofie Sufi e Tantriche. Una costante dei lavori della Abramovic, che ritroviamo durante le diverse fasi del suo percorso artistico, è l’energia che nasce dall’interazione tra l’artista e il pubblico trasformando quest’ultimo in elemento partecipativo e non mero spettatore passivo.

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Marina Abramovic Presents… inizia alle sette della sera e prevede la durata di quattro ore ed ai partecipanti viene espressamente richiesto di fermarsi fino alla fine dell’evento. All’ingresso della Whitworth Gallery noi spettatori (circa 250) siamo invitati ad indossare un camice bianco da laboratorio: il tempo si ferma, l’esperimento ha inizio. Successivamente veniamo accompagnati in un’enorme sala della galleria e prendiamo posto su dei piccoli sgabelli, l’atmosfera è pervasa da un senso di inquietudine e tensione comune.

La prima parte della performance, The Drill‘ prevede un’ora di de-programmazione e ri-programmazione del pubblico ad opera della Abramovic, che in questa occasione assume il ruolo dello shamano, la quale per iniziare ci fa bere molto lentamente un bicchiere d’acqua. Attraverso una serie di esercizi di rilassamento e concentrazione l’artista, dall’indubbio carisma magnetico, ci prepara ad affrontare al meglio le restanti tre ore che prevedono quattordici performances ad opera degli artisti presenti dislocati nelle varie sale della Whitworth.

A questo punto siamo liberi di esplorare, assistere, partecipare la performance di Kira O’Reilly, artista di origine Irlandese, è quella che su tutte ha attirato di più la mia attenzione. Kira precipita lentamente dalla tromba delle scale, nuda – indossando solo dei guanti da guida – , in silenzio, controllando i gesti fino a rendere il movimento quasi impercettibile. L’artista Italiano Nico Vascellari, in un sottoscala colpisce ripetutamente due enormi pietre, producendo un suono costante e violento che si trasforma in un loop ossessivo, molesto, quasi apocalittico, che ci accompagna fino all’uscita dalla galleria. Ivan Civic con Back to Sarajevo…After 10 Years… ritorna idealmente nella sua città natale arrampicandosi in un muro sul quale vengono proiettate scene della città, stralci di interviste a persone che ormai non ci sono più, una sorta di diario visivo che racconta una Sarajevo in guerra.

Amanda Coogan, Irlandese, si lancia ripetutamente su un enorme materasso, urlando e gemendo in preda all’estasi quasi fosse posseduta da demoni. Alastair MacLennan, artista Scozzese, crea un’installazione con scarpe di ogni tipo e misura sistemate sul pavimento ed un enorme tavolo imbandito con terra, carta, fili di cotone e la testa divisa in due di un maiale. Il Russo Fedor Pavlov-Andreevich, del quale è visibile solo la bocca, chiede ai membri del pubblico di nutrirlo, dargli da bere o intraprendere una serie di altre azioni attraverso una piccola finestra: The Glory Hole; e per chi si rifiuta di assecondare le sue richieste, le conseguenze non sono proprio piacevoli.

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Questi sono solo alcuni esempi di quello che accade durante ‘l’esperimento’, naturalmente la valenza artistica di alcune delle performances è discutibile, ma senza dubbio l’evento nella sua globalità è un’esperienza unica, indimenticabile, che accompagna lo spettatore al centro della performance art, abbattendo ogni distanza tra artista e audience. Paradossalmente dopo le quattro ore trascorse all’interno della galleria, durante le quali il tempo, le azioni e lo spazio si dilatano, una volta spogliati del camice da laboratorio e riappropriatici delle nostre identità la routine scandita dai ritmi delle azioni quotidiane risulta alquanto surreale. 


http://www.mif.co.uk/

http://www.mif.co.uk/events/marina-abramovi-presents%E2%80%A6/

http://www.guardian.co.uk/culture/video/2009/jul/06/marina-abramovic-manchester-festival

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