L’incredibile influenza del cinema di Derek Jarman viene considerata un bagaglio imprescindibile per ogni ricerca in merito ai nuovi linguaggi visivi a partire dalla fine degli anni ’70, in poi. La sua capacità di sopravvivere, di rimanere in piedi, all’interno di quella vogue di cineasti indipendenti, fuori dai canali principali di produzione del cinema, lo ha reso una sorta di divinità vivente (Holy Derek), un superstite di una generazione che ha rivolto ogni energia e attenzione sulla ricerca visiva, e sulle sue modalità di rappresentazione.

I suoi film sono l’esempio di una perseveranza che non ha avuto termine se non con la prematura scomparsa dell’artista, avvenuta agli inizi degli anni ’90. I primi lavori in pellicola arrivano relativamente tardi all’interno della sua produzione artistica, che si stava muovendo verso la pittura, anche con un discreto successo (da ricordare la sua personale del alla Lisson gallery). All’età di 28 anni, dopo un’esperienza come scenografo per il regista visionario inglese Ken Russell, Jarman realizza il suo primo film (Studio BankSide, 1975 ), una sorta di documentario-testimonianza di quello che era la sua abitazione-studio, sulle rive del Tamigi a Londra, nella zona di vecchie fabbriche e magazzini che in quegli anni stava diventando una sorta Green Village dell’East inglese, il Bank Side.

L’introduzione del super8 tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 ha determinato un cambiamento epocale nella sperimentazione delle immagini in movimento. L’influenza di questo supporto meriterebbe una storiografia a se, una diffusione che attraversa ininterrottamente quattro decadi del secolo scorso. Esso è stato l’iniziazione per la maggior parte dei registi di nuova generazione e la massima espressione per quegli artisti visivi che hanno trovato nella plasticità di un supporto di matrice quasi pittorica, la via per proseguire una serie di ricerche visive, intorno alla voracità del tempo.

Extract from Blue, Director: Derek Jarman, 79 min. 1993. 35mm, Courtesy of Basilisk Communications

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Derek Jarman rappresenta forse la punta di una generazione di artisti che hanno spinto al limite le proprietà pittoriche di questo supporto, oltre i confini della pittura e del cinema, in un terreno ibrido, altamente evocativo, che spinge più verso la poesia che la raffigurazione. In The art of mirror, uno dei primi film di Jarman, delle misteriose figure eseguono una sorta di rituale riflettendo la luce attraverso un piccolo specchio, in direzione dello spettatore. Ogni uomo raffigura un personaggio di una pièce teatrale, tra la tragedia, il rituale di iniziazione alchemico, di cui la luce sembra lo strumento-simbolo principale.

Qui sono presenti gli elementi che saranno emblematici in tutta la poetica di Jarman, sia nei film cosiddetti sperimentali, sia in quelli più istituzionali: la maschera, il rito come espressione in una comunicazione collettiva attraverso i simboli e la cultura “queer”, omosessuale del travestimento. Jounrey to Avenbury, Ashden’s Walk on Sun, appartengono alla categoria di film spaziali-ambientali, in cui la presenza umana viene sostituita da una visionarietà del paesaggio e dell’astrazione prodotta dall’allontanamento dal reale. Il luogo di ripresa, la campagna inglese, le rocce lunari di Jounrey to Avenbury, i globi stellari di Ashden’s Walk on sun, immagini recuperate di civiltà del passato, quali quella egiziana, sono i soggetti di questi lavori, indagini intorno alla genesi del mito, dentro una civiltà pre-umana, quasi divina. La forte rielaborazione delle immagini è dovuta ad un complesso e lungo lavoro di post-prodizione, anche se sarebbe più corretto dire di “ri-produzione”, in cui alle immagini originali vengono sovrapposte in continue dissolvenze altre immagini, virate da dei filtri colorati, che creano un corpo stratificato, complesso e indefinibile. Ogni inquadratura è il prodotto di una serie di sovrapposizioni mirate al dissolvimento dell’immagine originaria e alla distruzione della superficie delle apparenze prodotte del medium cinematografico. Jarman si spinge oltre la già forte identità pittorica del supporto a 8mm, lo disabilità di ogni riferimento, lo riforma e lo stratifica come un quadro, di campiture di colore ( di immagini su immagini ). Egli crea una sorta di modello pittorico-cinematografico su cui basare tutta la sua produzione. In questi film ambientali, come nell’altra serie di film mitologici-visionari, il processo visivo non muta, anzi funge da leive-motive nella realizzazione dei suoi films.

Accanto a queste due tipologie ne esiste una terza, determinata a chiudere il cerchio di una mitologia della rappresentazione. I film biografici, così definiti, ma forse impropriamente assimilati al biografismo del cinema, molto più vicino alla documentazione o all’agiografia, sono dei ritratti in movimento di personaggi cari a Jarman, di cui l’autore ne restituisce un’immagine personalissima. Essi sono dei momenti rivelatori che vivono sopra l’immagine degli soggetti ritratti. Una costellazione di miti e figure che appartengono ad un universo altro rispetto a quello dell’autore, ma che vengo assimilati nel suo universo espressivo, come modelli paterni a cui aggrapparsi e dentro i quali identificarsi.

Extract from Derek (2008), Director: Isaa Julien, 78 mins, Colour Digital Video, Sound

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Esiste un testamento che racchiude questa fase della produzione di Jarman, un lavoro centrale, che chiude in un’unica struttura tutti questi films. In The Shadow of the Sun è la summa di tutta un’epoca di produzione visiva sperimentale, realizzate con questo supporto, un film vero e proprio, sia in durata (tutti i film un super8 di Jarman non superano la lunghezza di un mediometraggio), che nelle parti che lo costituiscono. Per la prima volta il suono diventa fondamentale quanto le immagini, e non un supporto per la maggioranza dei casi assente come nei film precedenti (qui la collaborazione col gruppo sperimentale dei Trobbling Glister, di cui Jarman realizzerà una sorta di proto-video clip, Tg Psychic Rally in Heaven). In The shadow of the sun, Jarman raccoglie i principali lavori svolti fino a quel momento e li monta in un enorme collage visivo, un percorso in cui convergono l’universo visivo dei lavori mitologici-visionari, i paesaggi onirici dei film ambientali e biografiamo intimo e affettivo dei film ritratto.

Per chi volesse conoscere meglio questo grande autore e per tutti coloro che già lo amano e lo apprezzano, segnaliamo un film/documentario diretto da Isaac Julien lo scorso e prodotto dalla musa di Jarman, Tilda Swinton presente ella stessa nel lungometraggio. Il film raccoglie moltissimo materiale d’archivio e interviste mai viste, da non perdere. 


http://www.isaacjulien.com/films/

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