Bálint Bolygó, di origine ungherese ma residente a Londra, classe 1976, è apparentemente un artista impegnato con la scienza. La sua storia familiare sembrerebbe confermarlo, nato da genitori scienziati, Boligó stesso dichiara di aver avuto questo mondo come punto di riferimento iniziale per i propri esperimenti e per la propria crescita culturale. Parlando con Balint però si scopre che, benchè la matematica, la fisica e la chimica, siano stati punti di riferimento significativi per lo sviluppo di una personale poetica, nel percorso della sua attività artistica non vuol creare oggetti e sculture che siano scientificamente rilevanti, bensì esplorare quello spazio mentale che avvicina arte e scienza e da sempre le rende uniche e unite.

La scienza, dunque, si rivela nel fare artistico dando origine ad oggetti, sculture, installazioni e visioni ricche di fascino e di mistero, in cui luce, colore e geometrie vincono la diffidenza dello spettatore, offrendogli un’immersione in una realtà magica e onirica che indaga la processualità, lo scorrere del tempo e l’emergere delle forze naturali dietro la mano e la mente dell’uomo.

Tra le opere relativamente più datate, Pendulum (2001) o Lissajou Light Drawings (2001-2004), sono macchine/pendolo costruite per generare disegni e grafie con un moto armonico. Un’opera come Ekka JP2000 (2001) è invece una macchina che sviluppa un processo concettualmente più complesso: un gommone dotato di motore che spruzza pittura in grandi cerchi concentrici senza soluzione di continuità e seguendo le leggi della più assoluta casualità; una macchina per improbabili segnaletiche stradali e un marchingegno per un’evoluzione urbana dell’action painting.

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Nelle macchine di Bálint Bolygó si confrontano diverse teorie scientifiche ed artistiche; le ambientazioni immaginifiche che egli crea acquistano maggiore forza visiva ed emozionale quando entrano in contatto con l’azione dello spettatore che può attivare pendoli, corde, puleggie, determinando così parzialmente il moto e il prodotto delle opere, che ogni volta restituiscono una nuova interpretazione di forme, colori e luci. Più recentemente, Mappings (2005) crea un mondo di sfere e cartografie di volta in volta differenti, e Trace (2008) indaga il significato della rappresentazione umana generata dalla tecnologia, reintepretandola attraverso un processo meccanico.

Silvia Scaravaggi: Partiamo da una delle tue ultime opere: Epicycloid [Laser Theremin] (2009). Stai lavorando attorno al live human interaction? È un tema importante per te? È nuovo nel tuo percorso o sei sempre stato interessato a questo aspetto?

Bálint Boligó: Epicycloidoscope in un certo senso prende avvio da un lavoro precedente in cui mi baso sull’interazione umana affinché avvenga qualcosa di visivo. Così ho capito che non sempre il pubblico interagisce con i nuovi oggetti nel modo che inizialmente ti aspetti, ed è qualcosa che realmente mi interessa. Le mie opere cercano sempre di coinvolgere lo spettatore in qualche modo, anche quando si tratta di spingere semplicemente un pendolo o dar vita a degli eventi con sensori di movimento. Penso che gli umani abbiamo un meccanismo costruito all’interno che si basa su tutti i sensi – incluso il tatto – quando si confrontano con un nuovo oggetto o una scultura. L’esplorazione attraverso la curiositá umana è un percorso che sto cercando di avviare.

Silvia Scaravaggi: Quali sono le idee principali che sviluppi nelle tue opere?

Bálint Boligó: L’esplorazione del tempo con oggetti tridimensionali – o con sculture time-based – è un elemento che evidente in tutti i miei lavori. Il processo e, naturalmente, il tempo che il processo stesso richiede, sono componenti che cerco di mostrare come parte dell’opera o dell’oggetto.

Silvia Scaravaggi: Quanto vuoi controllare il funzionamento delle tue macchine e il risultato di ogni processo?

Bálint Boligó: Il processo che sta dietro alla costruzione e al controllo delle macchine che creo è davvero interessante. Come per ogni macchina ho in mente un’azione o un obiettivo specifico quando la costruisco, così ognuna ha solitamente delle varianti o inaccuratezze che mostrano i limiti del sistema. La mia attività esplora il nucleo di significati che si situa tra quest’urgenza di “controllo” e il margine sufficiente affinché l’inaccuratezza o un “incidente felice” si manifestino. È semplicemente impossibile ripetere alcuni fenomeni, anche se il risultato proviene da un processo meccanico. L’esplorazione di questa zona tra ordine e caos è davvero accattivante.

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Silvia Scaravaggi: Quanto ha a che fare la tua attività con l’idea di consapevolezza?

Bálint Boligó: Penso che ci siano diversi livelli di consapevolezza durante la costruzione delle mie opere. Le fasi iniziali di concezione, innovazione, ingegneria e fabbricazione delle macchine sono tutte connesse a decisioni consapevoli e sono scientificamente metodiche. Una volta che il meccanismo prende forma, si avvia un processo più liberatorio nell’interazione con le macchine. Le visioni artistiche di spazio, composizione, linea e colore rappresentano tutte elementi affrontati inconsciamente. L’esplorazione della casualità e della possibilità che alcuni imprevedibili fenomeni accadano possono spesso essere il risultato di un passaggio mentale che si oppone a nozioni preconcette.

Silvia Scaravaggi: Avviene uno scontro tra conoscenza e controllo, nel fare esperienza delle tue opere?

Bálint Boligó: Penso sia più un dialogo tra le due cose. La conoscenza è qualcosa che la gente naturalmente associa alla scientific art, e senza dubbio la mia attività è in questo senso evocativa. Nonostante le estetiche del mio lavoro possano riferirsi a questa sfera, le mie opere non sono apparati scientifici, o modelli dimostrativi da laboratorio. La funzione dei miei meccanismi è di controllare alcuni aspetti della creazione delle immagini, sia che si tratti di proiezione di incisioni, di disegni o disegni di luce. Questo controllo è flessibile, talvolta è interamente demandato alla macchina e la presenza dell’artista è nascosta.

Silvia Scaravaggi: Puoi descrivere il modo in cui usi, invece, tempo e luce nel tuo lavoro?

Bálint Boligó: Mi sono interessato all’utilizzo di luce e tempo fin dal mio progetto a Firenze di esposizione fotografica prolungata (Florence Light Drawings, 2002). Ho utilizzato un puntatore laser e un pendolo costruito artigianalmente, per creare disegni laser sulle sculture di Firenze. Più recentemente ho utilizzato questi due elementi negli oggetti e nelle installazioni. La luce, in qualsiasi momento dato, è un fenomeno temporaneo; un cambiamento delle condizioni di luminositá puó generare un’esperienza completamente diversa di uno spazio. Così come molte delle mie macchine da disegno generano i disegni stessi come prodotti dello scorrere del tempo durante il processo di realizzazione, così i miei light works costituiscono una serie di momenti unici che spesso non si possono ripetere e che sono realmente unici in qualsiasi tempo. Questo rende interessante il lavoro con la luce, considerando anche che esso ha una maggiore risonanza con il tema della memoria e con le emozioni associate ad essa.

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Silvia Scaravaggi: Quanto la tecnologia puó cambiare il modo in cui lo spettatore vede le cose, con riferimento delle tue opere?

Bálint Boligó: Sebbene io utilizzi la tecnologia all’interno dei miei lavori, non considero tecnologico quello che faccio. Cerco di restare informato attraverso il web e la stampa, ma non desidero usare gli ultimi prodotti della ricerca per il gusto di usarli. In un certo senso, il mio lavoro approccia la tecnologia da una prospettiva più vaga. Cerco di utilizzare le estetiche delle tecnologie passate, usualmente associate con il Novecento più che con l’attualitá. Penso che la tecnologia odierna abbia miniaturizzato ogni cosa in piccole scatole che sembrano poter fare qualsiasi cosa pensabile, e che questo abbia lasciato le persone completamente isolate dalla tecnologia. Ci si puó immaginare che un computer generi qualsiasi cosa senza che ci si chieda da dove proviene. Non possiamo vedere gli elettroni muoversi attorno ai circuiti e ci sono sempre meno parti in movimento nei nostri gadgets. Non ci poniamo più domande, semplicemente accettiamo queste realtá. Vedere un semplice pendolo disegnare un diagramma matematico potrebbe essere frutto del lavoro di un computer; in questo senso la tecnologia del passato diventa fortemente significativa in contrasto con la nostra era informatica. Cerco sempre di rivelare la tecnologia che sta dietro ai miei lavori, rendendola accessibile e trasparente, così che non sia una scatola a fare qualcosa, ma un oggetto che puó essere esplorato visivamente e opere che rivelano la realtá che sta alla base del sistema.

Silvia Scaravaggi: L’arte puó farci comprendere meglio il mondo in cui viviamo?

Bálint Boligó: Qualsiasi cosa che ci faccia realizzare che siamo vivi e che cosa significhi vivere nel nostro ecosistema, puó contribuire ad una miglior comprensione del mondo. Credo che l’arte – insieme alle altre discipline – faccia questo.


www.balintbolygo.com

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