Gina Czarnecki è senza ombra di dubbio un’artista consapevole e sensibile. Sia per le tematiche delicatissime che affronta con enorme coraggio, sia per i soggetti e le modalità di analisi e di ricerca su cui ha scelto di lavorare, sia per l’impatto estetico e la fascinazione del suo lavoro. Questa è la sensazione che traspare dai suoi lavori audiovisivi ambientali, confermata e forse addirittura accentuata nel momento in cui si ha il piacere di conoscerla e di intervistarla.

Rappresentata dall’agenzia Forma, la britannica Gina Czarnecki lavora con le modalità e i tempi dell’insallazione, riflettendo su tematiche tanto complesse da trattare quanto difficili, maledettamente difficile da tradurre in opera d’arte: la critica epidemiologica da un lato e dall’altro gli effetti che un virus, un agente esterno, una malattia, una modificazione genetica possono avere sull’elemento corporeo e motorio dell’uomo. Che in questa occasione, dimostra tutta la sua infallibile precarietà e fragilità, la sua bellezza e la sua spontaneità decadente e quasi marcescente nell’epoca del grande sviluppo bio-tecnologico.

Un’analisi e una critica, queste, che però non si fermano ad una “semplice” riflessione sui possibili effetti macroscopici e superficiali di un’eventuale infezione, ma che attraverso studi e ricerche compiuti su testi di Francis Galton e Stephen Corbett e per mezzo di un melting di esperienze, ricordi ed emozioni presenti e passate (la permamenza in quarantena in un ospedale dopo un virus contratto in Africa, i racconti del nonno paterno sulla sua esperienza nei campi di concentramento nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale e gli esperimenti batteriologici da loro condotti) diventano pretesto e strumento per un’analisi “delle affinità e delle differenze delle varie infezioni di natura biologica, delle realtà culturali, politiche ed economiche connesse agli studi su queste malattie e alle economie di Ricerca e Sviluppo utilizzate per il loro trattamento”. Una riflessione, quella dell’artista, che prosegue osservando come “tutto questo sia stato collegato ad un’indagine ancora in corso sulle modalità di riorganizzazione e reazione dei sistemi nel momento in cui nuove entità (per esempio nuovi soggetti, organismi mutanti, infezioni, geni “sintetici”, nuove specie) entrano a farne parte, dando adito ad implicazioni più ampie rispetto a quelle squisitamente tecnologiche e biologiche. Infine, si è riflettuto anche sul modo in cui le comunità evolvono in seguito all’arrivo di nuovi soggetti, per esempio persone in cerca di asilo o lavoratori migranti”.

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Sviluppati in collaborazione con biotecnologi, programmatori, ballerini, sound artists e musicisti, i film e le installazioni della Czarnecki riguardano quindi la relazione che l’uomo ha con la malattia, l’evoluzione e la ricerca genetica. Una relazione complessa e spesso devastante, sia per i soggetti corporei che l’artista decide di mettere in scena nei suoi lavori, attori inconsapevoli del progetto degenerativo ed evolutivo ottenuto mediante raffinatissime tecniche di digital imaging e un lavoro ossessivo di coordinamento audiovisivo, sia per il pubblico che assiste ai suoi lavori, spesso chiamato a un lavoro di riflessione nei confronti dell’opera, stimolato sia a livello percettivo che meccanico. Contagion è per esempio un’installazione interattiva, in cui il movimento stesso delle persone nello spazio scenico, mappato opportunamente, determina l’evoluzione degenerativa del virus della SARS tradotta in un flusso di suoni, colori e immagini astratte. Un’opera che chiede quindi allo spettatore di essere parte attiva del contesto, di assumersi le proprie responsabilità nei confronti di come questi temi si diffondono nella nostra società tramite l’azione dei mass media, tramite le nostre paure, tramite la nostra incapacità di informarci e assumere un ruolo critico. Contagion ha ricevuto il prestigioso Sciart Awards in Inghiilterra, nonchè l’Art and Innovation Programme a Victoria in Australia e il Melbourne City Council Arts Project award. Più in generale, le sue opere sono state esposte nei maggiori musei e nei più importanti festival del pianeta, tra i quali il Natural History Museum di Londra, l’Australian Centre for the Moving Image di Melbourne e l’Ars Electronica di Linz.

Ma precedentemente, il lavoro di Gina Czarnecki si era già preoccupato di queste tematiche, atrtaverso l’opera Infected, in cui il lavoro sul corpo è forse ancora più accentuato, per lo meno in termini estetici. Attraverso la danza, il movimento e il rapporto con il suono, l’occhio dell’artista si concentra con enorme sensibilità sull’esperienza degenerativa del suo soggetto sotto l’attacco di un agente esterno che in questo caso si identifica in un possibile futuro iper-tecnologico. Infected è un film in cui un corpo bio-ingegnerizzato si dissolve infatti da un lato in un flusso omogeneo di forme liquide, ma dall’altro in un lungo percorso claustrofobico, allucinatorio, quasi masochistico suggerito da un corpo sicuramente sofferente nel suo processo di metamorfosi.

Infected è stato quindi il primo passo di Gina Czarnecki nell’esplorazione delle potenzialità espressive di un mondo, quello della danza, dei ballerini, del loro uso del corpo, delle loro movenze, che è risultato perfetto per la sua poetica e la sua capacità di lavorare con le tecniche di digital imaging. Un’esplorazione che si è poi ulteriormente approfondita grazie al rapporto con l’Australian Dance Theatre di Melbourne concretizzatosi con il trittico di lavori Nascent, Spine e Cell Mass: il primo, un film (su musiche di Christain Fennesz) mostrato all’Adelaide Film Festival nel 2005 e poi premiato in tutto il mondo, il secondo un’evoluzione del primo sotto forma di installazione ambientale site-specific di circa 6 metri di altezza commissionata da Forma per il Festival Av06 di Newcastle, il terzo un adattamento da galleria di Spine, recentemente esposto a Palazzo del Pio di Carpi nel contesto dell’evento di new media art Direct Digital. Occasione questa, che mi ha permesso di conoscere Gina Czarnecki e che ha dato il la alla realizzazione di questa intervista…

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Marco Mancuso: Contagion è l’ultimo tuo lavoro, ed è fortemente legato tua esperienza in un ospedale in seguito ad un contagio dovuto ad un virus contratto in Africa e si sviluppa attraverso riflessioni di più ampio respiro riguardo alla fragilità dei sistemi naturali di fronte alla malattia e al concetto di virus in generale. Ebbene, probabilmente qualcun’altro ti ha già posto questa domanda, ma desidererei davvero sapere a quali conclusioni sei giunta per quanto riguarda gli argomenti che hai analizzato nella tua tesi preparatoria al progetto e che in parte ho riportato introducendoti, e come il tuo progetto artistico ti è stato d’aiuto per trovare risposte alle tue domande.

Gina Czarnecki: Il lato negativo che ho constatato nella realizzazione, con l’aiuto di alcuni collaboratori, di opere artistiche molto costose, che coinvolgono e permettono l’intersecarsi di molteplici discipline, è che questo progetto in particolare richiedeva un cospicuo finanziamento. Per questo, dalla concezione dell’idea iniziale (2002), al finanziamento del 2005, fino al completamento del progetto nel 2007, mi sono trasferita in Australia e poi sono ritornata in Gran Bretagna, ho avuto due bambini, ho abbandonato la mia carica accademica e ho intrapreso tanti altri cambiamenti di rilievo nella mia vita, tali che questa situazione, poi, determinò lo sviluppo e la trasformazione delle mie idee durante questo periodo turbolento. Dovevo attenermi in qualche modo a quello che avevo cominciato, tuttavia, in ultima analisi, l’esperienza che ho avuto con epidemiologi e programmatori ha modificato in maniera significativa il lavoro e il mio modo di concepire questi argomenti.

L’Australia è un complesso amalgama di immigrati di diversa etnia, che costituiscono la maggioranza degli abitanti. Greci, italiani, serbi, e così via: tutti considerano il loro paese d’origine come la loro “patria”, sebbene non vi abbiano mai messo piede. Osservare il modo in cui questa cultura ha affrontato la minaccia della SARS mi ha convinto ulteriormente che le antiche tradizioni e i metodi di quarantena rappresentassero gli unici sistemi efficaci, in particolare nei casi in cui il virus muta più rapidamente rispetto al periodo di sviluppo dei vaccini. Questo metodo di contenimento e quindi di controllo della pandemia risulterebbe relativamente semplice in Australia, territorio isolato, molto lontano da altri stati. La disconnessione elettronica costituirebbe poi il metodo di quarantena ideale – voli sospesi, accesso ai conti bloccato e così via. Sono stata davvero fortunata ad aver collaborato con i tre epidemiologi con cui sono entrata in contatto, e naturalmente con Tim Kreger, il mio programmatore per questo progetto. Ho acquisito la consapevolezza che questa disciplina, l’epidemiologia, non focalizza la propria attenzione esclusivamente sulla diffusione della pandemia, ma anche sul comportamento delle persone – l’attività motoria dell’essere umano – ideale per un’opera interattiva fondata sul movimento. Penso che se dovessi trarre una conclusione da tutto ciò, questa sarebbe che la paura della pandemia, come affermato da Stephen Corbett “si rivela più letale della pandemia stessa”.

Questo mi ha condotto, in ultima analisi, alla deduzione che l’attività dei mezzi di informazione può controllare la diffusione della malattia, e che il killer più temibile non è il contagio, ma la paura di essere contagiati. Il propagarsi di questo timore tramite le immagini e il modo con cui esse agiscono su di noi ai livelli del conscio e del subconscio, si insinua nella nostra mente scivolandoci dentro senza fare il minimo rumore, come un bacillo. In questo periodo ho anche realizzato un progetto che fa riferimento all’11 settembre (con che velocità una data diventa un simbolo riconosciuto da tutti!) Contagion è diventato un riferimento alla diffusione biologica, ma anche ai simboli visivi sepolti nelle profondità del subconscio. Simboli che innescano una serie di associazioni e rimandi che la nostra mente crea con grande rapidità, basati sulle modalità con cui le informazioni vengono veicolate, sulla nostra comprensione del lessico, sulla sensibilità alle figure in nero, sulla nostra concentrazione, sulle conoscenze.

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Marco Mancuso: In Contagion sembra esistere una stretta relazione tra l’attività motoria delle persone, la loro reciproca interazione e il loro rapporto con le macchine (e, dunque, con la propagazione del virus): quindi, stando alla tua idea di partenza, vuoi portare le persone a riflettere sul ruolo da ricoperto nel processo di diffusione in quanto vittime di questi processi o in quanto soggetti attivi e consapevoli?

Gina Czarnecki: Volevo indurre le persone a investigare su molteplici livelli. Il primo livello dell’interfaccia consiste nel dipingere come un bambino che trascina il dito in pigmenti di colore diverso per mescolare colori nuovi al fascino di queste divertenti “esplorazioni” della tavolozza. Solo quando le persone entrano in contatto l’una con l’altra o quando si connettono all’agente patogeno possono essere infettate. In questo senso, l’infezione può essere concepita in molti modi: sfiorare un estraneo, anche se solo per un momento, può influenzare la nostra visione della vita, modificarne il corso e le sembianze, in chiave positiva o negativa. Rischiare di venire contaminati o rischiare di non avere contatti: quale delle due scelte è meno probabile che danneggi la salute, a lungo andare? L’interazione con gli altri è anche, in apparenza, una distrazione. A volte, la consapevolezza che abbiamo di noi stessi ci evita di sprofondare nel presente (rappresentato dall’opera). Senza una messa a fuoco totale è difficile individuare le immagini nascoste e i diversi riferimenti che sono come punti da unire – legami che rendono ancora più scure e complesse le strade per la conoscenza. Se percorri queste strade in solitudine vivrai un’esperienza completamente diversa da quella che sperimenteresti se le percorressi con estranei o amici. Bisogna essere in grado di concentrarsi e, anche se inizialmente si interagisce con gli altri, arrivare ad essere sia il partecipante sia l’osservatore, uno strumento nella diffusione o nel contenimento dell'”infezione”. Sotto questo aspetto, l’infezione è rete e cronologia di immagini che, unite, conducono ad un contenuto più ampio e profondo rispetto a quello dell’interfaccia infantile.

Marco Mancuso: In che modo hia lavorato con scienziati ed epidemiologi? Le tue opere (in particolare Contagion ) vengono definite progetti artistici al confine tra arte e scienza. Dal mio punto di vista, il nesso tra arte e scienza (come per la bioarte, la nanoarte o le forme d’arte che utilizzano la biologia o le reazioni chimiche, sistemi di intelligenza artificiale e così via) si ottiene quando gli artisti operano direttamente per trovare un processo tecnologico fondato sull’estetica o sul design, oppure una riflessione intellettuale che si origina da un processo naturale e scientifico. Ci puoi quindi spiegare in che modo ha lavorato sui virus, studiandoli e traducendo i loro effetti in una realtà audiovisiva?

Gina Czarnecki: Osservo i paralleli. Le nuove tecnologie dell’immagine mi interessano molto e le professioni collegate alle pubbliche relazioni si pongono come arbitri dell’autenticità e della realtà. Le immagini pubblicate dalle riviste scientifiche, ad esempio, sono prodotti della tecnologia piuttosto che effettive immagini della realtà, ma noi le consideriamo veritiere. Sono affascinata dalle figure dell’artista e dello scienziato e dalla nostra abilità di parlare di quello che si conosce e di quello che invece non si sa. Ho sempre considerato il corpo umano come la macchina perfetta. Se riusciamo a comprendere i suoi processi, possiamo cogliere dei paralleli con le organizzazioni sociali e i sistemi operativi. Provo un interesse maggiore per chi esprime giudizi sul valore. Spero di non tradurre scienza, credo che questo non sia un buon esempio di collaborazione tra arte e scienza, e inoltre mette in dubbio la nostra concezione di arte. Mi appassionano la definizione, la classificazione, le situazioni limite, le scappatoie e le zone oscure, i sistemi, le strutture, la mediazione e la coreografia nella sua natura biologica. Mi attrae anche l’incredibile rapidità delle scoperte in ambito medico in relazione all’incremento demografico, a che punto si arriverà, chi prenderà le decisioni e su quale base, la relazione tra realtà e finzione, le religioni, il misticismo, la scienza,…

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Marco Mancuso: Quanto sei interessata, con il tuo lavoro e la tua ricerca, a evidenziare un possibile legame concettuale tra arte e ricerca scientifica avanzata, per applicare uno sguardo critico sull’impatto delle nuove scienze sulla società contemporanea? Del resto, è un’operazione questa che gli artisti hanno sempre compiuto nel corso dei secoli…

Gina Czarnecki: È una domanda complessa. A mio avviso esiste un punto d’incontro nel quale si annullano le differenze tra arte e ricerca scientifica. Sono sempre stata interessata all’evoluzione umana e alla biologia, e ciò che faccio è arte: questi due aspetti si incontrano in modo naturale, e accidentalmente questo legame si spezza quando c’è troppa enfasi nella combinazione di arte e scienza. Entrambe sono esplorative ma, nonostante ciò, il valore dell’arte è minato da un sistema di valori a breve termine. Se possiamo valutare l’impatto delle cose dopo 20 anni, allora il potere di alcune opere d’arte dovrebbe essere lo stesso di una scoperta scientifica. Credo che la scienza abbia la necessità di comunicare e di diventare parte della riflessione umana. La scienza deve essere oggettiva, ma la visione che ci arriva dai media ritrae la scienza come una ricerca su fatti compiuti o conosciuti anziché su ciò che ci è ignoto, minando in tal modo la ricerca e il pensiero degli scienziati, proprio come la visione mediatica dell’arte è ridotta al sensazionalismo su certa stampa mainstream . L’impatto delle nuove scienze sulla società contemporanea è ovunque, forse noi possiamo incoraggiare il pensiero verso le possibilità offerte da ciò che non è mediato dalla consapevolezza collettiva. Credo che la maggior parte delle persone che lavorano in questo settore siano appassionate da queste nuove possibilità, ma siano anche preoccupate per chi prende le decisioni e dove ciò possa portare.

Marco Mancuso: In un altro tuo lavoro Nascent , il video formato dai movimenti, i corpi e i gesti dei ballerini evolve fino a diventare un balletto di entità complesse, di creature in movimento. In Cell Mass N2 (che di Nascent è l’evoluzione) queste entità letteralmente evolvono in complesse masse di quasi-cellule, fatte di corpi in movimento che creano nuove forme di vita. Quanto è forte per te il legame tra il corpo fisico (la danza), il corpo virtuale (digitale) e la loro rappresentazione visiva (video)?

Gina Czarnecki: Il corpo è una cosa con la quale abbiamo molta familiarità. Tutti noi ci possiamo relazionare con l’immagine di un altro corpo attraverso il confronto e la riflessione. L’immagine immediata di un corpo e di una seduzione visiva attraverso la bellezza rapisce e seduce, anche se solo momentaneamente. Io sono affascinata dal corpo come meccanismo, del quale cerco le sue funzioni più interne, e dai corpi collettivi in un brulicare di comportamenti. Credo che ciò che manchi al video rispetto alla perfomance sia la reale presenza fisica. La chimica dei corpi, il calore, l’odore e la vitalità. Questo per me è qualcosa che si perde se c’è una grande distanza tra gli attori e il pubblico. Il video deve evocare tutto questo in altri modi, tramite l’immagine; ciò che vediamo, ciò che pensiamo e ciò che avvertiamo. Io gioco molto sul confine della percezione, sulla visione periferica, sulle aree grigie e sui sotterfugi: le aree grigie tra la verità e l’illusione sono aree potentissime che portano alla consapevolezza e alle relazioni nella conoscenza e nella memoria degli individui.

Marco Mancuso: I tuoi lavori creano grandi spazi estetici, paesaggi audiovisivi nei quali gli spettatori sono immersi gradualmente. Normalmente la gente è attratta dalla complessità e dalla bellezza delle tue immagini, e dalle loro relazioni con il suono. Come lavori sul delicato equilibrio tra estetica dell’eleganza, fascino della complessità e potere dei giochi visivi ipnotici?

Gina Czarnecki:  Lavoro duramente per raggiungere questo risultato. Fondamentalmente devo immergere tutta me stessa, perdermi nel tempo, nello spazio e nella dimensione della compenetrazione dei diversi elementi per creare un accordo perfetto. Sono fortunata ad avere persone fantastiche con le quali lavorare, come Christian Fennesz, che quando crea riesce a raggiungere lo stesso spazio della consapevolezza, Ulf Langheinrich, che lavora esattamente come me, immerso e totalmente concentrato. Io non cerco di creare tutto ciò, ma è esattamente quello che emerge. A volte attraverso dei periodi di completa ridondanza, che per me rappresentano delle barriere. Riesco a superare questi periodi attraverso un processo di eliminazione, raggiungendo una semplicità che non è altro che un’altra faccia della complessità. Idealmente, spingere le persone ad essere così immerse come sono io nel fare e nel pensare la visione, serve a permettere alla persone di affrontare il tempo e lo spazio.

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Marco Mancuso: Ho letto che un viaggio in Polonia, che hai fatto da piccola con tuo padre per visitare alcuni campi di concentramento nazisti, ti ha cambiata profondamente e ha esercitato una grande influenza sul tuo modo di fare arte negli anni successivi. Premettendo che questo è perfettamente comprensibile, vorrei sapere qualcosa in più direttamente dalle tue parole. Sembra che la tua attenzione verso le malattie, le trasformazioni degli esseri umani, gli organismi singoli e le cellule, gli effetti che alcuni virus esterni causano sul corpo umano, riveli l’impatto che un agente nocivo esterno possa avere su di noi, creature fragili, in ogni momento della nostra storia. E non importa se questo agente sia un virus, una catastrofe naturale, un congegno tecnologico o un essere umano…

Gina Czarnecki: Questa è una questione complicata, e la mia risposta sarà frammentaria, ma la lascerò Marco a disposizione per rielaborarla o i lettori per congiungere i punti salienti – al momento non riesco ad occuparmene e a consegnarti la risposta in tempo per la pubblicazione, mi piacciono molto le tue domande e mi richiedono tempo per rispondere. Bisogna ricordarsi di vedere sempre il bello. Nonostante il contenuto, cerco di rendere il mio lavoro esteticamente gradevole, e ricorro a questa strategia per sedurre la mente e condurla in un altro spazio da cui affiora un contenuto differente. L’apparenza è importante sotto il profilo tecnico, concettuale e in termini di energia e contenuto introduttivo. È la disumanizzazione degli altri esseri umani che in genere permette agli uomini di torturare, rendendoli indistinguibili l’uno dall’altro, accomunati dalla mancanza di conoscenza: rasati, affamati, vestiti allo stesso modo, sembriamo tutti uguali (una apparenza uniforme e un’apparenza che evoca razzismo, pulizia etnica, ecc …).

Quando era ormai vicino alla fine della sua vita e la sua salute era rapidamente peggiorata, mio padre cominciò a raccontare le sue esperienze nei campi di concentramento, che si era tenuto dentro per gran parte della sua vita. Venire a sapere quello che aveva passato mio padre lasciò anche a me delle cicatrici nelle immagini che visualizzavo nella mente. Se si smonta qualcosa e lo si riduce alle sue componenti, questo diventa un frammento che può essere identificato e misurato. Se si eliminano le vie di mezzo, le cose poi appaiono facilmente divisibili e riconoscibili. Mi sono interessata al processo di identificazione basato su variabili fisiologiche ideato da Francis Galton, in seguito utilizzato dai nazisti per distinguere le razze e poi anche in ambito medico per individuare la “subnormalità”. Se si osserva come vengono effettuate le classificazioni all’interno dei programmi di riconoscimento e come si perviene alla schedatura del “potenziale terrorista”, si evince che i progressi a cui si è giunti in questo campo sono strettamente dipendenti dallo sviluppo tecnologico. Se poi si passa alla decostruzione e all’identificazione delle caratteristiche a livello genetico, si giungerà a definire le probabilità per cui una predisposizione genetica può determinare particolari caratteristiche, ad esempio l’omosessualità e la dipendenza da alcol.

La teoria diffusa dalla ricerca genetica tramite le maggiori testate giornalistiche e attraverso l’opinione pubblica era che queste caratteristiche venivano trasmesse da singoli geni che potevano essere identificati (e quindi eliminati): vede come può precipitare la situazione? Le mie conversazioni con un genetista che riteneva che ogni caratteristica fosse, in ultima analisi, geneticamente determinata mi hanno portato a credere che le aree del nostro DNA situate tra le molecole proteiche fossero “eccedenti” (questa è anche la loro denominazione in ambito medico, aree eccedenti) e di certo, il corpo umano è talmente complesso e ben congegnato che non può non curarsi dei bisogni superflui. Come valutiamo i tratti non definiti nella fisiognomia? Ad esempio, nei processi mentali, quando le ricerche genetiche sono state effettuate su embrioni di pollo e moscerini della frutta?

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Anche se condanniamo le pulizie etniche, il razzismo, le torture e desideriamo che coloro che praticano queste atrocità vengano puniti, siamo allo stesso tempo la prova vivente dei progressi, in ambito medico, delle cure che sono il frutto degli esperimenti sui prigionieri compiuti nei campi di concentramento. Quando la situazione economica peggiora, notiamo che la fiamma del razzismo torna a divampare, attraverso la competizione, il bisogno di sopravvivere nella società, la chiusura dei confini nazionali. Cresce la nostra attenzione nei confronti degli averi degli altri, e da parte loro si intensifica lo sforzo per mantenerli, mentre intanto chiediamo una ridistribuzione dei beni e pretendiamo giustizia (per noi stessi). In pratica, cambiamo le carte in tavola.

Allora, come si può affrontare, a livello mondiale, una riduzione delle risorse e un incremento demografico esponenziale? Nel 1920 eravamo un miliardo su questo pianeta, nel 2020 probabilmente raggiungeremo quota nove miliardi. Se questo tasso di crescita dovesse continuare per i prossimi 100 anni, è chiaro che bisognerà ricorrere a provvedimenti estremi. L’agente patogeno è esterno? Oppure siamo noi che attribuiamo le idee e dunque anche le colpe ad un capro espiatorio che raffigura i nostri pensieri più inquietanti, quelli che non oseremmo mai esprimere? I cospiratori silenziosi, i capri espiatori, … È forse l’esterno impuro e l’interno privo di macchia?.


http://www.ginaczarnecki.com/

http://www.forma.org.uk/artists/represented/gina-czarnecki

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