Soundclusters e’ un ensemble di quattro robots (violino, viola, cello e percussioni) creati dall’artista multidisciplinare Roland Olbeter, che si ‘suonano’ attraverso un midi controller. Su commissione dei festival Faster than Sound (UK) e Sonar (ES), i due ‘sonic adventurers’ Tim Exile (Warp) e Jon Hopkins (Domino) hanno collaborato con Olbeter (già attivo in passato come set designer sia per alcune opere di teatro interattivo che per importanti performance di Marcelì Antunez Roca, tra cui Afasia da cui la strumentazione del Soundclaster è stata ricavata), e alla composizione di nuovi lavori per questa inusuale band meccanica, creando cosi’ le premesse per una esperienza unica di co-operazione musicale live tra uomo e macchina, nonchè per uno spettacolo esaltante. 

Non si tratta sicuramente del primo esperimento in questo senso, dalle orchestre meccaniche Futuriste alla musica robotica di ultima generazione che va a braccetto con le più recenti scoperta nell’ambito dell’intelligenza artificiale e dei controlli generativi, passando attraverso le esperienze del centro Ircam di Parigi per citare il più famoso, tante sono state nel corso dei decenni le contaminazioni tra elementi meccanici e robotici e strutture compositive (dal vivo e non) da parte dell’uomo.

Certo, indubbiamente ancora non era successo che questo tipo di sperimentazioni prendessero piede all’interno del mondo della musica elettronica: in questo senso la performance Soundclaster riporta nel campo della robot music alcune tematiche tipiche dell’elettronica da concerto (o da djset) come la composizione live, la capacità di controllare i preset, l’abilità nell’usare strumenti software e tools differenti, la coerenza artistica e musicale per realizzare un set di lunga portata solido e coerente, possibilmente non noioso, eccessivamente accedmico o, peggio ancora,fine a se stesso.

Non è semplice, nè per chi assiste live alla performance, nè per chi cerca delle sue registrazioni sulla Rete, comprendere a fondo il funzionamento tecnico e la complessità compositiva che ne sta alla base, come i due performer interagiscono tra loro e con le strumentazioni robotiche a loro disposizione, come si sono preparati e come improvvisano dal vivo. Dopo le trascinanti performances avvenute proprio lo scorso 18 Giugno al Sonar di Barcellona, in un MACBA gremito di pubblico attento, partecipe ed entusiasta, abbiamo incontrato i due artisti per capirne un po’ di più ponendo loro qualche domanda….

Img: courtesy by Sonar

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Giulia Baldi: Com’e’ nata questa storia?

Tim Exile e Jon Hopkins: L’iniziativa di portare al pubblico nuove composizioni per gli strumenti di Olbeter è una coproduzione Faster than Sound e Sonar, due dei migliori festival d’avanguardia d’Europa… Noi siamo stati invitati a collaborare direttamente dai direttori artistici.

Giulia Baldi: Non credo sia un caso che abbiano pensato proprio a voi: avete entrambi backgrounds di studi classici (pianoforte per hopkins, violino per exile – n.d.r.) ed esperienze con strumenti elettronici e digitali… Ma questa anche per voi deve essere stata una esperienza nuova. Com’è stato comporre per strumenti meccanici e robotici, da dove avete iniziato?

Jon Hopkins: Io ho avuto un weekend intero per scoprire questi incredibili strumenti e qualche giorno per comporre. Personalmente non sapevo davvero cosa aspettarmi, ho semplicemente iniziato a suonarli e ascoltarne i suoni, manovrandoli da un controller midi.

Giulia Baldi: John, il tuo è stato un set ambient per robot, come ambient/minimal sono alcune altre tue composizioni, create però con macchine elettroniche… Qual è stata la particolarità di comporre per questi strumenti?

Jon Hopkins: Direi l’impatto visivo, la possibilità di vederli creare i suoni, di vedere quali movimenti meccanici producono le diverse sfumature di suono, e di poter creare anche in base a questo tipo di stimolo…

Giulia Baldi: E per te Tim, com’è andata? Il tuo set è stato iper-sperimentale, groovy e punk allo stesso tempo… Come ti sei reinventato compositore per robot?

Tim Exile: Io ho iniziato a programmare per gli strumenti di Olbeter in anticipo. Avevo in mente di creare una composizione interattiva, e l’ho fatto. Durante il set, iniziavo al computer, da cui partivano istruzioni ai robots, e proseguivo rielaborando quel che gli strumenti riinviavano al computer. Avrai notato che sul palco avevo uno stand con dei faders… è utilizzando questi faders che cambiavo la composizione.

Img: courtesy by Giulia Baldi

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Giulia Baldi: Quindi la tua composizione è ideata in studio ma poi rielaborata dal vivo?

Tim Exile: Io in realtà non ho davvero preparato una composizione, l’ho generata in tempo reale. E’ quasi come se il computer fosse il compositore, e io un suggeritore. E i miei suggerimenti sono anche piuttosto vaghi: possono essere una nota, una chiave… ma il tutto è piuttosto wild! Prima di lavorare sui veri strumenti, però, ne avevo creato un modello digitale in collaborazione con il team di Olbeter.

Giulia Baldi: Sono necessari skills, capacità o conoscenze particolari per suonare questo tipo di strumenti?

Jon Hopkins: Non saprei. Nel mio caso, dal punto di vista della composizione, ho pensato solo a come suonavano, senza pormi altre questioni. Forse per pigrizia…Ho solo sperimentato quel che accadeva quando li accendevo e ho lasciato che i suoni mi guidassero nella scrittura. La pigrizia può essere considerata unoskill ?!

Giulia Baldi: Direi di sì… Se è utile per trovare la via più breve per raggiungere la meta, perché no!? Comunque… Io sono portata a pensare che non sia un caso che la collaborazione sia stata pensata con due musicisti che hanno una preparazione classica. Anche se nel vostro caso è probabilmente passato del tempo dall’ultima volta che avete suonato uno strumento secondo i canoni accademici, quel patrimonio di conoscenza probabilmente vi influenza ancora…

Jon Hopkins: Si, è probabile, a livello subconscio. Io penso spesso che non faccio più nessun uso di quello che ho imparato, ma quando poi sono di nuovo esposto alla musica accademica, classica o  contemporanea, che conosco (come Stockhausen, che è uno degli autori che mi ha interessato di più), allora mi torna in mente quel che ho studiato.

Giulia Baldi: E quali sono invece le vostre motivazioni, artistiche e personali? Cosa vi spinge oggi a fare musica e, per esempio, a collaborare con questo o quell’artista?

Tim Exile e Jon Hopkins: Bè, la mia risposta dipende da quanto profondamente vuoi andare ora…

Giulia Baldi: Ma, no… dipende da quanto profondamente vuoi andare tu!

Tim Exile: Allora…Personalmente, al momento io sono realmente preso dalla ricerca di possibili connessioni attraverso la tecnologia. Per quanto possa sembrare scontato, per me è sempre più interessante. In particolare, mi stimolano le possibilità di risposta  in tempo reale. Anche se quella che ho creato con i robot non è una connessione realmente chiara, perché è piuttosto tecnica, ed è piuttosto difficile per il pubblico capire immediatamente cosa io stia facendo sul palco, mi piace l’idea che la gente… che chiunque, con quei miei 8 faders,  può suonare quei robot, che chiunque può provare a creare una composizione.

Img: courtesy by Roland Olbeter

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Giulia Baldi: Però il fatto che chiunque può suonare uno strumento non diminuisce l’importanza dell’ispirazione e delle idee…

Tim Exile: Si, ma direi che siamo in un epoca in cui il processo musicale è stato completamente separato dalla conoscenza della musica. Come l’idea del musicista non è più quella di una sola persona che crea dal nulla, così qualcuno che sa solo programmare può progettare uno strumento e qualcuno che non è detto debba essere necessariamente un musicista può suonarlo e mettere in scena uno show, e così creare una esperienza musicale condivisa con il pubblico.

Giulia Baldi:Tu stai dividendo le funzioni e i momenti mentre, al contrario, a me fai venire in mente l’idea di ‘uomo rinascimentale’, cioe’ di artista che è anche scienziato, tecnico, filosofo e comunicatore. Mi sembra ci sia una reale volontà di comunicare con il pubblico nelle tue performances, e una incredibile capacità di intrattenere, basata su conoscenze tecniche e sensiblità artistica… Ma passiamo al futuro: quali direzioni creative e professionali pensate di prendere nel prossimo futuro?

Jon Hopkins: Credo di voler proseguire, e approfondire, la direzione che ho preso nel mio ultimo album, armonizzando alcuni elementi classici come cori o quartetti d’archi con bassi molto pesanti e percussioni, mischiandoli insieme, forzandoli quando è necessario… Questo c’è gia in parte nel mio lavoro, ma voglio andare oltre, voglio fondere elementi che normalmente sono separati, trovando un modo per farlo dal vivo… E mi piacerebbe passare un paio di mesi all’estero per concentrarmi e sperimentare.

Tim Exile: Al momento sono sempre più entusiasta all’idea di lavorare dal vivo, ma vorrei rendere la tecnologia più potente e meno visibile. Voglio veramente essere in grado di esprimere sempre più con il mio corpo, ed essere sempre meno bloccato dietro una macchina. L’interazione con il pubblico è la cosa più esaltante, e mi sembra ancora una frontiera inesplorata. Ci sono alcuni che hanno sperimentato, ma non è ancora stato fatto niente in realtà…

Jon Hopkins: Un giorno magari ci sarà una tuta che permetterà di comporre con i movimenti del corpo…

Giulia Baldi: Esperimenti in questa direzione se ne vedono già da anni, soprattutto in Giappone, ma i risultati, dal punto di vista  creativo ed espressivo non sono ancora memorabili…

Tim Exile: Si, è così, l’idea c’è e anche alcune capacità tecniche sono state sviluppate, ma per ora si creano solo rumori o dissonanze. Per la produzione di qualcosa che suoni davvero bene, e che sia davvero esteticamente interessante, le integrazioni da fare sono ancora numerose.

Img: courtesy by Roland Olbeter

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Giulia Baldi: Interessante sarebbe anche, un giorno, poter fornire strumenti simili al pubblico…

Tim Exile: Decisamente, sarebbe meraviglioso… e infatti è nella lista! Ci sono artisti che lo stanno già sperimentando, penso ai Matmos e alla loro performance con WII controllers. Sta già avvenendo tutto, si tratta solo di proseguire e continuare a sperimentare!

Giulia Baldi: Bè, per concludere in simpatia potreste farvi una domanda a vicenda…

Tim Exile e Jon Hopkins: Facciamo una jam?

Giulia Baldi: Sarebbe totale!

Jon Hopkins: In realtà l’abbiamo già fatta, mentre provavamo… io ero al piano e Tim alle macchine

Giulia Baldi: Ma è accaduto davanti ad un pubblico?

Jon Hopkins: No, e sfortunatamente abbiamo anche provato a registrare ma per via di un (mio) errore tecnico non ci siamo riusciti… Non abbiamo nulla, sono stato un disastro.

Tim Exile: Ora ho io una domanda per te: verresti a riprendere e registrare una nostra jam?

Giulia Baldi: Mmmh, dove si firma?!


www.olbeter.com

www.myspace.com/timexile

www.jonhopkins.co.uk

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