Il 5 giugno presso la galleria Mario Mazzoli di Berlino è stato inaugurato Paths, l’ultimo progetto di Paolo Inverni, artista audiovisivo piemontese. L’esposizione di Paths, curata da Daniela Cascella e prodotta dalla neonata galleria berlinese, rimarrà aperta fino al prossimo 18 luglio.

La mostra, molto delicata nelle atmosfere è un viaggio nel tempo, un tuffo nell’intimità, un percorso a ritroso nei luoghi della memoria. Seppure si parta da materiale autobiografico non si crea una distanza con i fruitori, ma anzi, grazie a diverse modalità di approccio, si innesca un meccanismo di riconoscimento e vicinanza, che tuttavia lascia aperte diverse chiavi di interpretazione.

Nell’atrio della galleria una sequenza di sei fotografie di dettagli di luoghi diversi ci introduce ai percorsi di Inverni: quattro installazioni collocate in ambienti distinti. Paths in due parti, Recollection e A possible path.

Paths, la prima che si incontra, propone un’atmosfera rarefatta. Lo scorrere del tempo, i vuoti della memoria, vengono evocati in maniera impalpabile. Un video mostra immagini dei tre luoghi della memoria scelti. Proiettato in trittico, in origine una pellicola in otto millimetri, è accompagnato da tre versioni distinte, tra loro sovrapposte, della composizone Winter Couplet di Steve Roden.

Questa installazione si completa con quella presentata nella stanza opposta, dove più punti di ascolto in cuffia permettono di ascoltare comodamente sei tracce audio registrate nei sei luoghi presentati all’ingresso. Lì è possibile consultare alcune copie del libro/diario contenente il testo introduttivo di Daniela Cascella, una raccolta di immagini dei luoghi scelti, le note introduttive ai singoli luoghi e alle esperienze lì vissute scritte dall’artista sotto forma di diario e un CD audio. Il CD raccoglie le tracce diffuse in cuffia.

‘paths’, 2009 (detail), artist’s book with audio cd

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Nello spazio adiacente Recollection mostra gli stessi luoghi di Paths con l’utilizzo di sei visori – con un’immagine statica ciascuno – di sei lettori CD e di dodici piccoli altoparlanti di cartone. Fotografie dell’archivio di famiglia in diapositiva, affiancate a suoni della memoria ricercati nel presente – frammenti di prese ambientali- sono quasi fotogrammi di un’ideale film mnemonico della sua vita.

Nella piccola stanza di fronte viene invece diffuso in loop il video A possible path. Una piacevole conversazione con Paolo Inverni, che ringrazio calorosamente per la disponibilità, è stata occasione per approfondire le tematiche artistiche e i contenuti di Paths.

Valeria Merlini: Nei lavori presentati, contraddistinti da un forte carattere narrativo, è possibile notare che ti sei avvalso di diversi media per la loro realizzazione. Il loro utilizzo mi è parso funzionale al progetto e per nulla invasivo. Ciò secondo me ha rafforzato la delicatezza, l’intimità del progetto.   Quanto la tua formazione in scienza della comunicazione e l’esperienza nel settore documentaristico incide sul tuo processo creativo?

Paolo Inverni: Nei miei lavori non parto mai dal tipo di supporto ma dalle storie che voglio raccontare, per questo uso formati diversi. Cerco di trovare delle storie che mi interessano, per questo motivo produco pochi lavori.

Sono quindi fortemente orientato sul contenuto. Non sviluppo una tecnica legata all’artigianato specifico, quindi al fare, cerco invece una storia e cerco di capire il linguaggio e il medium migliore da adottare per veicolare la storia nel modo che desidero, rispettando la storia stessa. In primo luogo, più che rispetto allo spettatore, il fruitore, c’è il rispetto verso la storia che voglio raccontare. Voglio che quella storia riesca a mantenere le sue caratteristiche intrinseche.

Sono un collezionista di libri, di dischi, di semi, colleziono tutto. La testualità è un tema che mi interessa parecchio, per il discorso di lettura interiore, di intimità e anche per l’importante ruolo che la lettura lascia al lettore/ fruitore. In tutto quello che faccio cerco di lasciare delle anse narrative in cui lo spettatore possa metterci del proprio.

Cerco spunti e storie in modo trasversale. Per esempio questo lavoro si avvale di sei brani musicali altrui; oppure un nuovo lavoro che verrà pubblicato fra poco, probabilmente curato da Daniela Cascella, è nato dal ritrovamento ad un mercatino delle pulci di una trentina di lettere d’amore, scritte negli anni ’40 da una donna ad un uomo. A me interessa perché nel caso di anse narrative, di buchi narrativi gestiti in fase di autorialità, manca completamente la controparte, manca completamente il punto di vista dell’uomo.

Altre volte lo spunto nasce tout court da cose mie. Cercando le storie, le cerco spesso nell’ambito del mio contesto come è il caso di Paths .

‘paths’, 2009 (still from video) 8 mm film transferred on dvd-video, color, 3 channel sound, 8 min 59 se

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Valeria Merlini: In Paths ripercorri i luoghi della tua memoria (Pian del Re, lo stabilimento balneare Paradiso a Sanremo, la Grotta di Rio Martino, il casolare di famiglia a Oropa di Savigliano, il Parco Colletta di Torino e la casa dei nonni a Savigliano), rivivi i tuoi ricordi e ti riconfronti con i luoghi a distanza di molto tempo. A questi hai abbinato brani musicali composti da Steve Roden, William Basinski, Akira Rabelais, Christina Kubisch, Painting Petals On Planet Ghost, Nuno Canavarro. A cosa è dovuta la scelta? Puoi dirci qualcosa di più sulla relazione tra i luoghi e i brani?

Paolo Inverni: I luoghi avrebbero potuto essere altri, ma di fatto sono sei luoghi possibili, importanti della mia vita. La stessa cosa vale per i brani. È chiaro che facendo un ascolto attento della musica da una quindicina di anni, essendo tra l’altro un collezionista, avrebbero potuto essere altri. Diciamo che è stata una scelta che ho fatto a pelle, a sensazione. Mi è venuto da fare così e così ho fatto.

L’unione fra la scelta, quale luoghi e quali brani è stata fatta a priori. Invece il match fra l’uno e l’altro è stato fatto lì in situ. Io mi portavo sempre dietro tutti e sei i CD. Non necessariamente li registravo tutti e sei, ma li avevo a disposizione, proprio perché non volevo che l’emotività del progetto fosse imbrigliata in una griglia fatta a priori che raffreddasse il tutto.

Sul luogo facevo fisicamente risuonare e ascoltavo. Cercavo di avere una buona attenzione e di dire questo funziona, questo è un buon dialogo. Questi due elementi stanno davvero dialogando insieme oppure ognuno va avanti per i fatti propri senza ascoltare l’altro? Quel lavoro è stato fatto in situ. In alcuni luoghi mi sembrava che i dialoghi che funzionassero fossero più d’uno. Per quanto riguarda ad esempio il brano di Steve Roden, tutte e tre le sue registrazioni mi avevano convinto e quindi le ho utilizzate tutte. In altri casi me ne convinceva solo una.

Mi interessava avere quel margine di umanità, di tempo reale, di esperienza sul luogo che mi permettesse di fare un match realmente emotivo. Quindi in quel senso, non è stato fatto a priori. Invece per quanto riguarda il discorso scelta a posteriori, perché come dicevo nei luoghi capitava fare più registrazioni, mi sono tenuto buono il fatto di farla a casa. Raramente l’idea che mi ero fatto sul luogo è stata poi smentita dall’ascolto a casa.

Per tre dei sei brani ho usato l’intera lunghezza del brano (Painting Petals On Planet Ghost, Nuno Canavarro, Akira Rabelais), per quanto riguarda gli altri tre (Steve Roden, Christina Kubisch, e William Basinski), dato che usano suite di 40 minuti, ho realizzato un estratto facendolo in tempo reale, intervenedo sul ghettoblaster e sulla registrazione nel luogo. Infatti le varie takes hanno durate molto differenti. A volte il fade out lo facevo durare due minuti perché emotivamente mi veniva così, altre volte mi veniva da chiudere in modo più brusco. Mi interessava l’aspetto esperienziale: sono qua in questo momento e faccio questa cosa.

Il principio usato è quello della rilettura (remix, parafrasi). È il fatto che puoi benissimo partire da materiale anche non tuo e interiorizzarlo in un modo tale per cui è come se lo fosse. Non parlo di diritti legali, parlo di emotività, di sentirlo.

‘a possible path’, 2009 (still from video), dvd-video, color, 2 channel sound, loop

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Valeria Merlini: In questo tipo di operazione quanto è importante la caratteristica acustica propria del luogo scelto? La tua scelta dei luoghi è stata spinta anche da questo aspetto?

Paolo Inverni: Con Daniela ci siamo confrontati sin dalle fasi di ideazione e di strutturazione teorica del lavoro e ci siamo chiesti più volte questa cosa.

Io credo che la scelta di luoghi, che sono oggettivamente affascinanti di per sè dal punto di vista sonoro, non sia stata consapevole, ma credo che ci possa essere stato a livello inconscio una scelta di quei luoghi anche per quello. Per esempio, il ricordo di Pian del Re era molto legato al suono, mi ricordavo sicuramente il posto dal punto di vista visivo ma ne avevo una nitida idea anche dal punto di vista sonoro.

Esattamente la tua domanda me la faccio da solo applicata ai brani. Col senno di poi ho scelto dei brani che hanno una tessitura larga, che permette un dialogo. Anche in quel caso non l’ho fatto consapevolmente, ma avevo in mente una griglia di massima del lavoro. È stata una scelta inconscia, naturale e emotiva. Ho scelto dei brani che amo e che oggettivamente hanno delle caratteristiche, che permettono di avere degli spazi bianchi che possono essere riempiti.

Valeria Merlini: Il progetto Paths è sia un libro di natura diaristica che un’installazione

Paolo Inverni: Perché sono due formati che si sovrappongono parzialmente, che permettono di veicolare lo stesso nucleo di ricerca e lo stesso feeling in modi differenti, con tutte le specificità del caso.

La natura diaristica del libro ho cercato di sottolinearla nella progettazione dell’oggetto libro. Va detto che ci siamo dovuti confrontare con i costi, per cui è chiaro che il libro che volevo io è quello realizzato in cinque copie, rilegato a mano. Però anche nella edizione economica ho voluto mantenere il segnapagina per richiamare il format del diario personale. Nell’installazione della prima stanza, il trittico, c’è lo stesso nucleo di ricerca, lo stesso nucleo d’indagine, lo stesso concept però organizzato in modo differente.

In quel caso abbiamo un solo brano di Steve Roden, registrato in tre luoghi diversi: un parco di Torino a destra, Pian del Re al centro e casa dei miei nonni a sinistra. In postproduzione ho sovrapposto e sincronizzto le tre registrazioni in modo tale che coincidesse il brano di Steve Roden originale contenuto nelle tre registrazioni. Quindi creando questo pan pot sonoro fra un luogo e l’altro. Cambiano i suoni intorno, ma cambia anche la pasta del brano. Lo stesso pan pot sonoro lo ho seguito anche nel visivo. L’immagine segue i passaggi sonori. Il montaggio quindi è stato dettato al contrario.

Il lavoro è stato girato in 8 mm , perché la pellicola mi dava modo di metaforizzare lo scorrere del tempo: attraverso il baluginare sulla lampada, attraverso il trecking irregolare, attraverso la sporcizia sulla pellicola. Più in generale, mettendo in sequenza i tre schermi, abbiamo molto più bianco che immagine. Proprio perché c’era l’idea di rappresentare tutto ciò che c’è, oblio e dimenticanza, rispetto a cui ogni tanto si staglia un’immagine e si fa nitida.

‘paths’, 2009 (detail), artist’s book with audio cd

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Valeria Merlini: Personalmente ho trovato nelle prese ambientali l’elemento di congiunzione tra Paths e Recollection, che pur avendo molti elementi in comune sono stati sviluppati in maniera diversa.

Paolo Inverni: Assolutamente. Il suono è lo stesso materiale e nucleo di materiale di ricerca organizzato differentemente. In Recollection c’è un incontro concreto fisico tangibile tra presente e passato. Il tratto dominante di quel lavoro era proprio il fatto di volere creare un progetto con dei contenuti intimi, che creasse un’intimità fisica con lo spettatore. Lavorare su delle immagini e su dei suoni piccoli e sotto voce è proprio questo: invitare lo spettatore ad avvicinarsi ad entrare nell’immagine.

Recollection è un lavoro a sé stante rispetto a Paths , ma in realtà vi è legato. Nel senso che nasce dallo stesso nucleo di ricerca e di esperienza.

I sei luoghi sono gli stessi, ma il rapporto fra presente e passato è differente. Se in Paths non abbiamo né suoni né immagini del passato, abbiamo luoghi del passato attualizzati all’oggi attraverso immagini scattate oggi (quelle del libro), e riregistrazioni effettuate oggi, in Recollection abbiamo un incontro/scontro fisico fra presente e passato. Abbiamo un’immagine del passato e suoni ambientali registrati oggi.

Più in generale Recollection è una metafora di quello che è il processo della memoria. Abbiamo una convivenza di tempi e di luoghi differenti nello stesso spazio e in alcuni momenti anche una loro confusione. Esattamente come capita nella memoria. Inoltre, essendo sia i player che i visori per diapositive alimentati a batteria, tendono a spegnersi. È lo stesso principio della memoria: se non ti prendi cura della memoria questa va perduta. La memoria non va da sé, ci deve essere uno sforzo per mantenerla in vita, esattamente come questo lavoro.

Anche l’utilizzo dei box di cartone per le casse audio non è casuale, è un po’ la metafora dello scatolone di quando uno trasloca, dello scatolone in cui si stipano i ricordi. In Paths invece gli scatoloni raccolgono le memorie di due anni di lavoro, mi dava piacere il fatto che fossero lì, come una costruzione da “mattone su mattone” .

‘recollection’, 2009 (detail), 6 slide viewers, 6 slides, 6 cd players, 12 speakers, 6 audio-cd

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Valeria Merlini: Il video A possible path presentato nell’ultima stanza, ritrae i tuoi passi, mentre cammini nella neve fresca. Nella prima parte è possibile intravedere parte del corpo grazie all’ombra proiettata sulla coltre innevata, mentre successivamente il fuoco diventa il movimento dei tuoi piedi. Lo sforzo nel fare la camminata è presente nel ritmo creato dal tuo respiro. Rispetto alle delicate atmosfere incontrate fin’ora, è possibile coglierne una più fisica, più dura, seppur ambientata in uno dei luoghi già incontrati. Sembrerebbe quasi di discostarci dal tema della memoria.

Paolo Inverni: A possible path , è un video che è nato nel momento in cui andavo a Pian del Re ad effettuare una delle registrazioni. Originariamente non è nato come lavoro, ma come una raccolta di materiale. Successivamente mi è sembrato che potesse avere una dignità di lavoro a sé stante. Il suo nome vuole sottolineare il fatto che quello è un percorso possibile.

In questo progetto mi interessa molto il rapporto fra umano e naturale. Nel senso che ci sono più tipi di tempo interni al lavoro: innanzi tutto i passi, poi il fiato – e quello riguarda l’aspetto umano – e poi l’ombra, che è l’incontro della persona e delle sue intenzioni con l’ambiente fisico. Quindi, anche questo è legato a Paths . Addirittura dal punto di vista logistico nasce come suo back-stage.

Qui l’idea era di mostrare quel rapporto che si crea tra un qualcosa di quasi mistico – o comunque l’idea di un qualcosa che si deve fare – e un qualcosa di molto fisico e tangibile, fatto anche di fatica. E questo vale per ogni tipo di ricerca da quella umana, a quella personale, fino alla ricerca scientifica.

Il messaggio di A possible path è prendetevi il tempo per fare le vostre ricerche, non abbiate paura di sprecare tempo – quello che assolutamente non è tempo sprecato, ma all’apparenza lo è -. Il tempo è per essere perso, è proprio quell’uscire dai canoni temporali convenzionali, per quanto possibile. È chiaro che è un’utopia, perché la vita di molte persone e l’organizzazione pratica non lo permettono, però almeno tendere a quella cosa lì. Il non aver paura di spendere tempo in qualcosa che non è tangibile e che all’esterno viene considerato come una pazzia. Al nostro tempo, con questa gestione del tempo puntuale e pungente, anche leggere un libro all’apparenza è una perdita di tempo. 


http://www.galeriemazzoli.com

http://www.paoloinverni.it

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