Sul sito ufficiale del progetto Debian si può leggere: “Debian è una associazione di persone che ha come scopo comune la creazione di un sistema operativo libero. Il sistema operativo che abbiamo creato si chiama Debian GNU/Linux, o semplicemente Debian. Un sistema operativo è l’insieme dei programmi di base e altri vari strumenti che permettono al computer di funzionare”.

Debian è quindi principalmente una comunità (nata ormai nel 1993) che vede migliaia di sviluppatori sparsi per il mondo uniti dalla devozione per il software libero. In altre parole Debian è una sistema a sviluppo aperto che si basa sulla partecipazione volontaria di milioni di utenti attivi che entrano passo dopo passo nella community, caratterizzati da delle regole e sistemi di votazione per deliberare su determinate decisioni da prendere per lo sviluppo ottimale della piattaforma.

Questa comunità nel corso degli anni ha deciso di definire i termini di questa dedizione all’interno di un vero e proprio contratto sociale, il Debian Social Contract, per cui l’utente che lo accetta deve essenzialmente utilizzare nel suo sistema Debian solo pacchetti di software libero: Debian ovviamente consente l’utilizzo ache di pezzi di software non libero, anche se in quel caso l’utente non riceverà più l’assistenza dalla community di Debian.

Diversi sono gli strumenti operativi che vengono utilizzati per garantire efficienza e continuità nello sviluppo: innanzitutto Debian supporta 12 differenti architetture hardware e ha quindi portabilità su differenti piattaforme (pc, cellulari, palmari…), inoltre Debian supporta circa 23.000 componenti software e pacchetti di programmi di vario tipo. Essenzialmente Debian è un sistema stabile: a volte c’è un singolo manteiner che verifica la qualità di uno specifico pacchetto, ma altre volte c’è una vera e propria equipe di lavoro che assicura la quality insurance del prodotto finito.

Esistono differenti distribuzioni GNU/Liunux basate sull’archivio Debian (Ubuntu è la più conosciuta) e alcune di essere hanno la possibilità di arricchire alcune componenti software, nel rispetto di quelle che vengonono denominate Debian Software Guidlines: queste, sono diventate poi la base e il punto di partenza della open source community e prevedono innanzitutto che un software per essere utilizzato in Debian deve essere ridistribuibile, poi che un software per essere utilizzato in Debian deve avere codice sorgente aperto e modificabile, e ancora che deve essere rispettata l’integrità del codice sorgente dell’autore, che non ci devono essere discriminanti di alcun tipo contro persone o gruppi, che non ci deve essere nessuna discriminante contro i campi di applicazione e che infine a licenza deve essere specifica di un certo software e non estendibile.

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Un modello sicuramente interessante da analizzare e conoscere. Un progetto che ha portato ad un sistema operativo che non ha eguali al mondo per la vastità del suo archivio software e delle architetture hardware supportate, e che garantisce l’installazione di solo software libero. In questa intervista approfondiamo gli aspetti importanti del progetto con Stefano Zacchiroli, sviluppatore di Debian e ricercatore presso l’Università di Parigi 7, ospite di uno degli incontri più interessanti del warm up dell’Hackmeeting 2009 dal titolo Peer to peer economies, tenuto presso la Facoltà di Scienze Politiche di Milano lo scorso 18 Giugno e presentato da Adam Ardvisson, docente di sociologia della globalizzazione, con la partecipazione anche di Magnus Erikson del Pirat Bureau e Davide Biolghini dei DES-distretti di economia solidale.

Loretta Borrelli: La comunità Debian è nata nel 1993 con lo scopo di scrivere un sistema operativo che fosse interamente composto da software libero. A distanza di 16 anni qual è il bilancio di questa esperienza? Come hanno inciso l’evoluzione del free software e il passaggio da una comunità di pochi hacker a migliaia di sviluppatori in tutto il mondo?  

Stefano Zacchiroli: Il bilancio del progetto Debian è sicuramente positivo. È positivo da un punto di vista dei “prodotti” rilasciati (ovvero le molte release del sistema operativo Debian GNU/Linux). È positivo da un punto di vista comunitario che, come osservate, ha portato ad una comunità di soli sviluppatori di un migliaio di persone geograficamente sparse in giro per il mondo e di milioni di utenti e contributori. Ancora di più è positivo da un punto di vista dell’ecosistema del software libero. Debian offre infatti il più vasto archivio di software pacchettizzato e di architetture hardware supportate. Tale archivio ha permesso a centinaia di distribuzioni GNU/Linux di basare i proprio prodotti sull’archivio Debian beneficiando del lavoro svolto da Debian negli ultimi 16 anni. L’esempio più recente e famoso è indubbiamente Ubuntu, ma parimenti ci inorgogliscono le distribuzioni derivate locali, come ad esempio gnuLinEx, che offrono software libero a cittadini di nazioni specifiche nella loro lingua madre. Il basarsi su Debian permette a tutte le distribuzioni derivate di concentrarsi su necessità specifiche e di affidarsi a Debian “legacy” per gli aspetti più generali. Idealmente, tutti ci guadagnano: Debian aumenta la sua base di utenti e può ricevere “patch” proveniente da sviluppatori che altrimenti non avrebbe avuto moto di raggiungere e coinvolgere.   L’aumento del numero di sviluppatori ha contribuito al cambiamento di dinamiche del progetto che verosimilmente (io sono sviluppatore dal 2001, non dal lontano 1993) all’inizio erano differenti. In particolare Debian deve oggi riconoscere che la forza lavoro all’interno del progetto va e viene, come è normale che sia in una “grande azienda di volontari”. Nel tempo abbiamo quindi da un lato introdotto meccanismi di Quality Assurange per accorgerci di quando alcuni sviluppatori si allontanano dal progetto anche se non lo hanno segnalato esplicitamente e quindi di pacchetti che non stanno ricevendo le attenzioni che meritano. Dall’altro abbiamo gradualmente inserito la pratica del lavorare in team che rende più efficace il lavoro e cerca di massimizzare le sinergie tra sviluppatori con interessi affini; sinergie che non è scontato trovare altrimenti in un progetto di queste dimensioni.  

Loretta Borrelli: La comunità Debian è talmente dedita al software libero che ha pensato fosse utile formalizzarla in un documento. Per questo è stato scritto il Contratto Sociale. Come tutti i contratti sociali vi solo all’interno delle prescrizioni etiche circa i comportamenti da tenere all’interno della comunità e all’esterno. La cosa che colpisce è che viene definita da voi come una dichiarazione di devozione al free software. Pensi che questi due aspetti siano compatibili tra loro come sfumature di uno stesso concetto?  

Stefano Zacchiroli: I due aspetti sono assolutamente compatibili, al punto di essere interpretabili come un unico concetto: il contratto sociale di Debian rappresenta la dedizione alla filosofia del software libero. Il software libero — al di là dei tecnicismi con i quali ci si deve scontrare per definirlo più o meno precisamente — è ciò che noi distribuiamo (nient’altro), assieme agli utenti è la nostra priorità; il software libero è ciò al quale noi contribuiamo “restituendo” le migliorie che apportiamo; infine (forse l’unico punto che può essere visto come “regola di comportamento interna”) il software libero è ciò che internalizziamo nel nostro modo di lavorare non nascondendo i nostri problemi.   Anzi, alla prova degli anni il contratto sociale è risultato forse mancante di qualche regola di comportamento all’interno della comunità, ma ciò non è sorprendente: il contratto sociale è un “contratto” tra il progetto e la sua comunità. Le regole interne al progetto che non riguardano la comunità richiedono altri strumenti, se proprio si vogliono delineare.  

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Loretta Borrelli: Negli ultimi anni si è visto un aumento dell’utilizzo del free software da parte del mercato. Questo particolare interessamento potrebbe essere considerato come la naturale predisposizione del mercato a fagocitare idee o è solo l’attestazione della validità di un modello di sviluppo?  

Stefano Zacchiroli: Mi piacerebbe potere rispondere che sia la validazione, da parte del mercato, di un modello di sviluppo, ma penso che non siamo ancora a questo punto. Ritengo che la diffusione sia per ora solo una validazione qualitativa dei prodotti del software libero che con prodotti quali Apache, per citarne un caso emblematico, si sono mostrati superiori alle loro alternative proprietarie.   Ci sono molti altri vantaggi del software libero per gli “acquirenti” quali un minore TCO (Total Cost of Ownership), minori rischi di lock-in da parte dei fornitori, ed una (potenziale) maggiore disponibilità sul mercato di fornitori di servizi su un software specifico. Purtroppo però non c’è ancora la consapevolezza di questi vantaggi e troppo spesso il software libero arriva nelle aziende solo perché “è gratis”. Sono certo che la consapevolezza degli altri vantaggi arriverà, così come aumenteranno gli attori sul mercato capaci di sfruttare le peculiarità del software libero.  

Loretta Borrelli: All’interno del panorama di crisi economica mondiale credi che esperienze come quelle di Debian possano essere di esempio anche per contesti differenti da quelli del free software?  

Stefano Zacchiroli: Ci sono caratteristiche del software libero che difficilmente sono replicabili in contesti lontani dall’informatica. Ad esempio, lo sviluppo distribuito su scala mondiale è difficilmente applicabile in contesti nei quali il risultato finale è la produzione di prodotti materiali, mentre si adatta perfettamente allo sviluppo di prodotti immateriali quali il software. Di certo, il progetto Debian fa riflettere sul fatto che le risorse, scarse in tempi di crisi, non sono tutto: Debian è partito come un sogno di pochi, grazie alla volontà e null’altro di molti è diventato ciò che è oggi.   Nell’ambito specifico del mercato del IT (Information Technology), sistemi come Debian danno la possibilità di inventarsi attività economiche che in periodi di crisi risultano più attrattive che in altri periodi. Ad esempio, le migrazioni a sistemi operativi liberi risultano molto più interessanti ora, quando il peso sul bilancio di piccole aziende delle licenze di software proprietario è significativo, che non un anno fa.  

Loretta Borrelli: La comunità Debian sembra essere strutturata in modo impeccabile. Vi è un leader che cambia periodicamente, un sistema di votazioni. Si dibatte e si risolvono di volta in volta argomenti specifici. Tuttavia gran parte dello sviluppo avviene tra persone che possono anche non essersi mai conosciute. Una società a tutti gli effetti, ma disseminata nel mondo. Come riuscite a mediare l’interesse della democrazia con l’efficienza dello sviluppo?  

Stefano Zacchiroli: Per rispondere servono alcune premesse. Ci sono tanti modi di “conoscere” le persone, gli sviluppatori di un progetto come Debian si possono conoscere anche senza essersi mai incontrati di persona: discutono, scherzano e a volte litigano come capita a tutti, solo che lo fanno usando strumenti quali mailing list o chat. Inoltre, sempre più frequentemente, gli sviluppatori Debian si incontrano di persona in conferenze (come DebConf) o campi di lavoro su temi specifici, spesso sponsorizzati negli spostamenti da utilizzatori Debian di rilievo come pubbliche amministrazioni o grandi compagnie (che non ringrazieremo mai abbastanza per la modalità con la quale ci aiutano!).   All’interno di questo gruppo di persone, che quindi si conoscono, può comunque capitare di avere diverbi inconciliabili. Inconciliabili perché siamo persone entusiaste e quindi abbiamo opinioni forti, oppure perché semplicemente l’evoluzione del mondo del software ci presenta nuove sfide che non avevamo preventivato (nuove licenze, nuovo codice da “liberare” come il firmware, etc.). In quei casi si ricorre ai meccanismi di gestione del dissenso previsti nella costituzione di Debian, uno dei quali è il voto. Non c’è quindi inconciliabilità, ma certo usiamo strumenti quali il voto come ultima risorsa, quando altri modi di raggiungere il consenso non hanno funzionato.

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Loretta Borrelli: Debian è basato su Kernel Linux e GNU. L’ultima versione stabile è la 5.0. Quali sono per te in tutta sincerità i pro e i contro di questo sistema operativo?  

Stefano Zacchiroli: Non penso sia di peculiare interesse valutare i pro e contro di una specifica release (dato che ne escono continuamente da parte di distribuzioni diverse), piuttosto è interessante delineare i pro e contro tipici di Debian, ovvero il suo “stile”. I pro principali di Debian sono la vastità del suo archivio software (poco meno di 30’000 pacchetti installabili nella corrente versione in via di sviluppo) e delle architetture hardware supportate; una tale estensione non ha pari in altre distribuzioni. Assieme a tale archivio Debian offre stabilità nel tempo con lunghi periodi di supporto di sicurezza e cicli di release che si aggirano intorno ai 18 mesi. Oltre, ovviamente, alle garanzie (per chi la desidera) che solo software libero sarà installato e di indipendenza da scelte di mercato che una distribuzione di soli volontari non sarà mai costretta a fare.   Il rovescio della medaglia della stabilità, forse il principale contro di Debian, è la necessità di attendere fino a 18 mesi per avere un “nuovo” software ben integrato nella propria installazione. Sono ora disponibili meccanismi per mitigare il problema, quali archivi come backports.org, ma chiaramente non offrono la stessa stabilità che è il marchio di fabbrica di Debian. 


http://www.debian.org/

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