Fino a pochi giorni fa è stato possibile visitare l’installazione “The murder of crows” di Janet Cardiff e George Bures Miller nella sala principale dell’Hamburger Bahnhof di Berlino, museo dedicato all’arte contemporanea.

I due artisti canadesi, noti per i loro progetti multimediali, che combinano elementi scultorei, visivi, installativo/sonori e narrativi, collaborano insieme dalla metà degli anni ’90, sviluppando una poetica basata sul gioco tra percezione reale e illusione (vedi anche l’articolo di Barbara Sansone - “Cardiff-Miller: il potere evocativo del suono”, Digimag 23http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=788). L’installazione, originariamente commissionata da Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna per la Biennale di Sidney 2008, in questa occasione è stata presentata all’interno di “works of music by visual artists”. Una rassegna esistente dal 1999, organizzata da “Freunde der gute Musik Berlin”, con la collaborazione della Nationalgallerie e dal 2002 con quella del festival di musica elettronica e contemporanea Berlinese “Märzmusik“.

The murder of crows“, esposta dal 14 marzo al 17 maggio 2009, è un’installazione prevalentemente sonora, composta da prese ambientali, da una voce narrante, da estratti di composizioni musicali e da una parte cantata. Per la sua struttura lineare e per la condizione percettiva in cui vengono messi i fruitori, l’installazione può essere associata ad un audio racconto la cui diffusione avviene grazie a 98 altoparlanti, dislocati nell’enorme spazio della galleria. Il tema presentato è una riflessione sulle paure e sul terrore della società contemporanea, dove la perdita della ragione induce a follie, catastrofi e atrocità.

La messa in scena viene raggiunta varcando una cortina di tende rosse, che separa l’ambiente espositivo dall’atrio del museo, quasi fosse un invito per gli spettatori/ascoltatori a penetrare l’atmosfera costruita dai due artisti. Nella navata centrale della sala principale si percepisce visivamente il fulcro dell’installazione: un piccolo tavolo rosso su cui è appoggiato il cono di un grammofono, partendo dal quale si sviluppano a semicerchio un certo numero di sedute. Alcune sono occupate da altoparlanti, mentre altre sono lasciate libere. Una volta occupate dai fruitori, questi vengono messi nelle condizioni di essere circondati dai suoni diffusi. Le casse audio disposte su più livelli (appoggiate a terra, collocate su sedie, su piedistalli e sospese in aria) seguono la disposizione semicircolare, infittendosi nella zona centrale per poi andare man mano a diradarsi.

.

Questa distribuzione nello spazio sembra rimandare al titolo stesso dell’installazione. “The murder of crows” è infatti un’espressione inglese usata per indicare sia uno stormo di corvi, sia il loro rituale di cantare in cerchio attorno al cadavere di un “compagno”. La relazione tra il titolo e l’organizzazione scenografica dello spazio contribuisce indubbiamente a descrivere la visione funerea dei due artisti sulla nostra società.

Un secondo riferimento, esplicito sia nei contenuti che nella messa in scena, è la stampa “El sueño de la razón produce monstruos” (Il sonno della ragione genera mostri), di Francisco de Goya estratta dalla serie “Caprichos“. Il sonno della ragione viene didascalicamente rappresentato con un tavolo su cui è appoggiato il cono del grammofono, da cui viene diffusa la voce narrante di Janet Cardiff. I mostri generati dal sonno, simbolizzati da Goya con creature della notte che opprimono la figura del dormiente, vengono tradotti dai due artisti con il racconto di tre incubi, la cui scenografia sonora, diffusa dai molteplici altoparlanti, ne rafforza l’impatto emotivo. Analogamente a Goya, Janet Cardiff e George Bures Miller, criticano la società in cui vivono ritraendone la follia, la stoltezza e l’arroganza.

L’audio racconto presenta una struttura lineare: ha infatti un inizio e una fine. L’intera composizione è strutturata attorno al racconto di tre incubi, avuti da Janet Cardiff a Kathmandu, e si chiude con una ninna nanna, cantata dalla stessa artista sulla musica composta da George Bures Miller, quasi fosse un tentativo da parte degli artisti di rassicurare sia se stessi che gli ascoltatori. I tre incubi narrano di industrie della morte, delle atrocità provocate dalla tortura fisica e psicologica in una situazione di prigionia e delle conseguenze delle guerre. Protagonista degli incubi è quindi la stessa Janet Cardiff. Il suo ruolo è quello di osservatrice passiva che subisce emotivamente la violenza dei suoi sogni senza riuscire a reagire. Il suo stato emotivo traspare dal tono assopito e sofferto della voce e viene rafforzato nella narrazione da brevi pause e da respiri affaticati, quasi non riuscisse ad esternare il terrore vissuto.

Le vittime degli incubi sono invece prevalentemente bambini: bambini che alimentano i macchinari di una fabbrica con la propria carne in un’atmosfera piena di sangue, bambini incatenati che marciano come schiavi e che subiscono soprusi e mutilazioni da parte di militari. Nell’ultimo incubo viene a mancare l’elemento umano, di cui ne rimangono solo i segni, le conseguenze delle brutalità descritte: una gamba mutilata dalle bombe esplose, priva del suo corpo.

Gli interventi sonori oltre a rafforzare lo stato emotivo della voce narrante, contestualizzano scenograficamente i singoli sogni. Gli ascoltatori avvolti dai suoni subiscono quindi, sia emotivamente che fisicamente l’installazione.

.

I collages di prese ambientali, oltre a stimolare associazioni prodotte da fonti sonore riconoscibili, a seconda della loro intensità e della loro composizione, rafforzano l’atmosfera del racconto. A volte affiancano la voce narrante, fino a renderla meno distinguibile, come nel caso dell’orchestrazione prodotta dai suoni dei macchinari delle fabbriche il cui fragore sottolinea la pesantezza dell’incubo. Altre volte sono inserti di elementi naturali (suoni acquatici, ambienti marini) che suggeriscono l’intimità dell’esperienza mostrata.

Le composizioni musicali utilizzate nell’installazione sono di di Freida Abtan, di Tilman Ritter, di Orion Miller, di Aleksandr Aleksandrov, di Janet Cardiff e di George Bures Miller. Il loro ruolo è quello di rafforzare la drammaticità dei contenuti, anche se in alcuni casi la loro associazione mi è risultata quantomeno discutibile. Nel caso del missaggio tra “Bad Foot March” (di Tilman Ritter, Orion Miller, Janet Cardiff e Bures Miller) , che pur essendo una composizione originale dal tono ironico, se non irrisorio, resta pur sempre una marcia trionfale militare e “The Sacred War” (di Aleksandr Aleksandrov), una canzone sovietica di lotta contro gli oppressori, scritta nel 1941 all’inizio dell’invasione tedesca, il porre sullo stesso piano i due brani (seppur nell’intenzione di manifestare l’aberrazione della guerra nella sua totalità) mi è apparsa scelta rischiosa se non inopportuna.

Anche all’interno della composizione sonora dell’installazione è possibile cogliere alcuni riferimenti al titolo che le dà il nome. Sulle prese ambientali che per esempio aprono l’audio racconto, si percepisce dagli altoparlanti sospesi in aria il gracchiare di alcuni corvi, quasi fosse un incipit alla prima messa in scena. Il loro lamento diventa più forte a cavallo del secondo e del terzo incubo, dove la loro presenza e il loro numero vengono acusticamente ritratti dai battiti di ali e dalla frequenza del gracchiare, come se numerosi si posassero per dar voce a un tetro canto funebre.

Anche nella ninna nanna che chiude l’installazione è possibile trovare dei riferimenenti espliciti ai corvi: nel titolo “Crows Did Fly (Kathmandu Lullaby)” e nel testo, che invita a rilassarsi e a cercare di dormire, pur sapendo che con la consapevolezza dell’esperienza vissuta, il dormire non è affatto semplice. “Crows did fly /Through the sky /I hear their cries /Strange lullaby /Close your eyes and try to sleep…” La ninna nanna, che si propone di placare gli animi, è una composizione di musica leggera particolarmente dolce, che nei suoi arrangiamenti mantiene un senso di amarezza e di pesantezza.

L’utilizzo dei numerosi altoparlanti per spazializzare il suono, a mio avviso, è stato eccessivo per la riuscita dell’installazione. I fruitori seduti nelle apposite sedie pieghevoli in legno, hanno potuto godere dell’esperienza aurale, mantenendo l’esclusività di quel punto di ascolto e subire fisicamente, come Janet Cardiff ha subito gli incubi, l’intensità di quell’esperienza. Altri fruitori hanno preferito trovare altri punti di ascolto (in piedi, seduti sui gradini, distesi a terra), tuttavia mantenendo quasi sempre la disposizione a semicerchio, rivolti verso il cono del grammofono, rafforzando in questo modo la scenografia proposta dagli artisti.

.

Pochi hanno camminato tra le casse audio o scelto un punto di ascolto distante da quella situazione raccolta. Forse per la dominanza della figura di una voce narrante che guida l’esperienza percettiva degli ascoltatori, espediente necessario per la funzionalità dell’installazione, l’esplorazione della distribuzione sonora tra gli altoparlanti mi è sembrata limitata.

Nelle composizioni orchestrali ogni singola fonte sonora (strumenti e voci) è stata assegnata a una delle casse audio disposte a semicerchio, che richiamavano una possibile associazione alla disposizione orchestrale, ma da brano a brano la relazione tra i singoli strumenti e gli altoparlanti variava. Visto inoltre il grande dispiegamento di casse audio, non sono pienamente riuscita a cogliere il criterio adottato per diffondere i suoni, eccezion fatta per i suoni di uccelli (corvi e gabbiani) diffusi dagli altoparlanti sospesi in aria. Nell’insieme credo che l’efficacia dell’installazione, il suo impatto scenico ed emotivo non avrebbero risentito di una scelta di diffusione più modesta.

Criticabile a mio avviso è anche la scelta del luogo della rappresentazione. Un’ambiente così vasto e luminoso ha creato certo una distanza con l’atmosfera personale e intima proposta dall’audioracconto. Sicuramente un ambiente più intimo e raccolto, come lo era stato lo spazio espositivo di Sidney per esempio, sarebbe stato più adeguato. Infatti il calore determinato dalla presenza del legno, materiale principale con cui era costruito e la presenza di sottili aperture, che permettevano alla luce di penetrare nell’ambiente senza risultare eccessivamente invadente, avevano rafforzato quel senso di raccoglimento e di intimità tanto voluto dagli artisti .

The murder of crows ” risulta essere comunque, una installazione imponente e ben curata. La scelta dei due artisti di mostrare l’abbruttimento della nostra società avvalendosi di argomenti evidenti, raccontati in chiave onirica, l’ho trovata però un po’ superficiale.

Il gioco con le emozioni dei fruitori, rafforzato dalla disarmante innocenza dei bambini coinvolti, non l’ho trovato molto distante dalla spettacolarizzazione delle tragedie che viene normalmente proposta dai media di massa e penso che forse, sarebbe stato più interessante percepire dai due artisti una posizione più critica, piuttosto che una semplice presa di atto, verso la contemporaneità di una situazione di generale e diffusa violenza nella società che ci circonda. 


http://www.cardiffmiller.com

http://www.tba21.org

http://www.musikwerke-bildender-kuenstler.de

www.freunde-guter-musik-berlin.de

http://www.hamburgerbahnhof.de

www.maerzmusik.de

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn