“Blender is the free open source 3D content creation suite, available for all major operating systems under the GNU General Public License“. Dietro questa sintetica definizione che apre il sito ufficiale del software free e open source Blender, non si cela solo un programma per la modellazione 3D, ma un’autentica filosofia di lavoro, oltre che una comunità di utenti sviluppata lungo le direttrici partecipative che le nuove tecnologie aprono in diversi settori. Blender, che sarà protagonista di un interessantissimo workshop nel periodo di warm up del prossimo Hackmeeting di Milano di Giugno, presso l’Università Statale Bicocca

Sopravvivere sul mercato? Non costare nulla.

Questa sembra la quadratura del cerchio trovata da Ton Roosendaal, olandese e creatore di Blender, la cui storia parte a metà degli anni novanta, quando il programma fu sviluppato e poi messo in commercio senza esiti soddisfacenti dalla compagnia di Ton, la Not a Number. La compagnia però fece crack, un fallimento che in questo caso non chiude i giochi ma da il via a una storia inaspettata.

Venne così creata la Blender Foundation, con il compito di promuovere lo sviluppo del programma, e venne parallelamente lanciata nel 2002 la campagna “Free Blender”, che in poche settimane raccolse 100.000 euro, cifra sufficiente per permettere di riscattare il programma dai vecchi finanziatori della NaN e renderlo open source.

Così, oggi tutti sulla Rete sono liberi di utilizzare Blende, anche commercialmente gratis, di distribuirlo e modificarlo, mentre attorno al software è cresciuta una comunità strutturata nella blendernation.com, nella blenderartist.org, cui và inoltre aggiunto un Istituto con base ad Amsterdam che gestisce la parte commerciale e lo sviluppo degli open project.

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Cortometraggi e videogiochi.

Animazione 3D, effetti visivi e giochi sono il campo di utilizzazione di Blender, che prova a misurarsi con giganti a pagamento come Autodesk Maya, arrivando a togliersi qualche soddisfazione, come per esempio l’essere utilizzato nella fase di previsualizzazione dell’animatica nel blockbuster Spiderman 2. Il cuore delle iniziative blenderiane rimangono comunque gli Open Project, dove team temporanei di artisti assoldati come free lance lavorano attorno a progetti singoli con un duplice scopo: sviluppare qualcosa di creativamente valido e migliore ulteriormente il software.

Ad oggi sono tre gli open project portati a termine. “Orange” e “Peach” che hanno prodotto due brevi animazioni 3D, Elephants Dream nel 2006 e Big Bucks Bunny nel 2008, e “Apricot”, che è stato utilizzato per sviluppare Yo!Frankie, videogioco disponibile sempre dal 2008. È invece di questi giorni il lancio della call per creare il team che lavorerà al progetto Durian, un corto 3D dalle atmosfere fantasy che coinvolgerà anche il fumettista olandese Martin Lodewijk.

Una comunità importante ma di contorno.

«Lavorare a Big Buck Bunny è’ stato logorante, faticoso, bello e costruttivo. Una delle esperienze più interessanti che mi siano capitate.» Questo il giudizio di Enrico Valenza, illustratore free lance di lunga data che da alcuni anni si cimenta anche con la computer grafica. I primi passi mossi usando proprio Blender, perché gratuito.

Dopo aver partecipato alle ultime settimane di lavorazione di Elephants Dream, Valenza entra a far parte del “Peach Project” con l’incarico di Lead Artist. Sei mesi di lavoro per produrre in tempo record 8 minuti di animazione 3D, con personaggi ‘funny and furry’ sulla falsariga del successo planetario di produzioni come Ice Age. Una fatica che ha visto il lavoro del team premiato all’Holland Animation Film Festival e che ha aperto ad Enrico Valenza le porte per altre importanti collaborazioni, come quella ancora in corso con la società romana di effetti visivi Spark Digital Entertainment.

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Rimane un po’ sullo sfondo il ruolo della comunità nello sviluppo degli open project. «A volte abbiamo chiesto aiuto per codici da implementare o per decidere il titolo finale del cortometraggio scegliendolo per votazione fra una rosa di titoli papabili» rivela Enrico Valenza, «ma in effetti prendevamo comunque noi le decisioni finali».

Per quanto possa essere aperto e partecipativo, sono comunque sempre richieste un buon numero di competenze per maneggiare blender, senza contare che come ogni esperienza artistica, l’uso dello strumento in se non garantisce un buon risultato. A titolo personale ricordo quando l’uscita di Elephants Dream fu accompagnata da un tam tam di voci che faceva all’incirca così: ‘ecco il primo film di cui potrete cambiare il finale se non vi piace!’. Provate voi a scaricarvi Blender e a lanciarvi nell’avventura di modificare l’open movie: probabile che vi passi prima la voglia. 


http://www.enricovalenza.com

http://www.blender.org

http://blenderartists.org

http://www.elephantsdream.org

http://www.bigbuckbunny.org

http://durian.blender.org/about

http://www.yofrankie.org

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