7 maggio 1959; siamo all’Università di Cambridge, presso l’annuale Sir Robert Rede’s Lecturer. Un fisico e scrittore inglese tiene una conferenza dal titolo “The Two Cultures” con la quale attribuisce molti problemi politici, ambientali e culturali mondiali del tempo alla rottura di comunicazione che è avvenuta tra la scienza e le discipline umanistiche.

Il nome del relatore è Charles Percy Snow, “Baron Snowper l’esattezza, e la sua famosa definizione delle “due culture”, tanto semplice quanto controversa, diventerà un topos dei dibattiti culturali ed epistemologici della seconda metà del Novecento. Sono passati cinquant ‘ anni da quell’ intervento e l ‘anniversario non è sfuggito alle riviste scientifiche del mondo anglosassone: New Scientist, Financial Times, Telegraph, hanno sottolineato la forza propulsiva della formula di Snow che se da un lato si è rivelata subito troppo dicotomica, dall’altra ha attivato una serie di importantissimi dibattiti pedagogici ed epistemologici tra i modi di produrre scienza ed arte.

Stefan Collini, professore di letteratura e storia delle idee alla University of Cambridge, nonché curatore di una pubblicazione che raccoglie tutti gli interventi dell’autore, ha precisato in un articolo sul New Scientist
http://www.newscientist.com/article/mg20227066.700-science-and-art-still-two-cultures-divided.html?full=true che il vero nemico di Snow non erano tanto gli intellettuali umanisti, ma la iperspecializzazione dei linguaggi scientifici che, sebbene anche per Snow fosse inevitabile, non doveva andare a detrimento di un certo bilinguismo, inteso come la capacità degli scienziati di trasmettere i saperi alla società e dei letterati di interessarsi e di scrivere su temi scientifici.

Photo: HULTON-DEUTSCH/CORBIS

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Charles Percy Snow ha voluto valorizzare la scienza di fronte a una tendenza isolazionista che ha contraddistinto gli intellettuali, categoria utilizzata in modo deliberatamente vago, ma così come ha sottolineato la rivista Nature nell’editoriale “Doing good, 50 years on” (n.459, n.10 del 07/05/09) è necessario comprendere le intenzioni che hanno animato l’intervento sulle “Due culture” e quelli successivi di Snow. Una di queste intenzioni era sicuramente la possibilità di affrontare e di mettersi al servizio del problema della povertà, soprattutto da parte di persone illuminate come dovrebbero essere i protagonisti delle “due culture”. Nel suo saggio del 1964, “With good fortune”, Snow infatti scriveva “we can educate a large proportion of our better minds so that they are not ignorant of … the remediable suffering of most of their fellow humans, and of the responsibilities which, once they are seen, cannot be denied.”

La rivista Nature ha estrapolato questo passaggio per rivendicare l’attualità di uno degli stimoli che Snow voleva trasmettere alla scienza: se da una parte la scienza andava difesa da attacchi svilenti delle discipline umanistiche, dall’altra doveva accoglierne le modalità dialettiche, la consapevolezza, la profondità storica e di rappresentazione dei propri risultati che sono proprie dell’arte e della letteratura.

E’ questo l’orizzonte della “Third Culture”, il ponte tra le due culture auspicato proprio da Snow nella lettura del 1963, intitolata “The Two Cultures: A Second Look“. Secondo l’autore, tra il versante degli scienziati e quello degli umanisti, sarebbe emersa una nuova cultura altamente comunicativa di letterati che avrebbe potuto trattare temi scientifici.

E’ proprio su questa terza cultura che molti giornalisti, soprattutto divulgatori scientifici, si sbizzarriscono oggi, attualizzando le tesi di Snow alle nuove pratiche di blogging, di fotografia e cinematografia artistica applicata a temi scientifici, oppure di progetti coordinati da istituzioni di cui si è parlato anche in un articolo precedente su Digimag
(http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=393), fino a giungere alle iniziative in campo privato come quella dell’imprenditore editoriale John Brockman, che nel 1991 con il suo saggio “The Third Culture” ha lanciato il sito Edge, dove tuttora tenta di convogliare le energie intellettuali di scienza e arte verso studi empirici comuni.

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Le osservazioni di Baron Snow, provocatorie e ambigue per molti versi, hanno centrato un paradigma centrale della filosofia della scienza: l’uomo (ri)costruisce il proprio mondo in costanti antropologiche. Ad esse appartengono i prodotti della scienza, ma anche le immagini, le metafore e i linguaggi che possono variare nel tempo e variare la stessa concezione dell’uomo e che per questo devono essere sottoposte a giudizi etici ed essere tesi a mete ideali, come quelle dell’aiuto verso i paesi con un'”aspettativa di vita minore”, termine peraltro spesso utilizzato come parametro scientifico dallo stesso Snow.

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