Claudio Rocchetti è ormai da qualche anno uno dei musicisti elettronici più attivi e interessanti del panorama nazionale ed europeo: sia a causa del suo lavoro di ricerca sul suono, come elemento non solo emotivo e compositivo, ma anche materico sugli strumenti analogici ed elettronici, nelle sue potenzialità tecniche, improvvisative ed espressive sia in studio che dal vivo, sia a causa della fitta rete di collaborazioni e partecipazioni attivita in modo proficuo sull’asse Bologna-Berlino.

Ho avuto la possibilità di ascoltare e “vedere” Claudio Rocchetti più volte dal vivo negli ultimi anni, sia da solo (in quella che è forse la versione più esposta, potentemente fragile ed umorale, della sua musica), che nell’ambito dei suoi 3 progetti paralleli: Olyvetty, progetto di improvvisazione audiovisiva dal vivo in collaborazione con il video artista Riccardo Benassi, nati dalla culla di Netmage e di Xing, 3/4 Had Been Eliminated in collaborazione con Stefano Pila e Valerio Tricoli, quello che nel corso di questa intervista Claudio definirà il suo “progetto di ricerca di un nucleo sonoro solido ed eterogeneo”, capaci di muoversi con equale disinvoltura dai contesti dell’arte contemporanea a festival ai centri sociali purchè si possa suonare con la dovuta cura e attenzione, e infine In Zaire, in collaborazione con il duo G.I.Joe.

Proprio da quest’ultimo progetto nascono le radici di questa doverosa intervista: In Zaire sono infatti l’ultimo progetto sviluppato da Claudio Rocchetti in termini puramente cronologici. Non ancora usciti con alcuna pubblicazione ufficiale, prima della data dello scorso 18 Aprile al Cox di Milano all’interno dell’evento Exploding Cave, In Zaire non avevano nemmeno avuto moltissime occasioni per suonare insieme su un palco, a quello che mi risulta. Non so se è stata la freschezza di un progetto nato da poco, non so se invece la classica alchimia che si crea a volte tra musicisti diversi, non so se l’abilità tecnica del 3 elementi (chitarra e batteria dai G.I.Joe ed elettronica da Rocchetti) o il progetto che ne sta alla base, forse la somma di tutti questi elementi; sta di fatto che In Zaire si son rivelati indiscutibilmente la sfida più azzeccata e la scoperta curatoriale più riuscita di tutto Exploding Cave.

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L’aggiunta dell’elemento visivo al concerto di In Zaire, curato da Virgilio Villoresi, ha aggiunto quel tocco di ricerca sull’immagine, di unicità nel lavoro di ricerca delle fonti e di operatività analogica live del tutto unico che contraddistingue del resto tutta la produzione dell’ancora giovane regista e video artista toscano. Considerando che Claudio Rocchetti e Virgilio Villoresi, pur essendo amici di lunga data e pur rispettandosi vicendevolmente, non avevano avuto un minuto per provare una vera risultante audiovisiva dal vivo, il live che ne è scaturito è stato sorprendentemente uno dei migliori momenti di sinestesia audiovisiva e di ricerca estetica a cui mi è capitato di assistere negl ultimi anni, un flusso di suoni e immagini mai banale per quasi quaranta minuti di performance.

Un live di vera improvvisazione, totale, sia sul suono che sulle immagini che sulla loro integrazione, una confluenza di talenti e di intenti che, contro il generale scetticismo che circonda questo genere di “operazioni” curatoriali basate sull’accostamento e sull’improvvisazione, dimostra come forse i linguaggi sinestetici del rapporto suono-immagini debbano iniziare a spostarsi verso nuovi campi di indagine, meno precostruiti da software o tecnologie digitali. E che per lo meno in termini sonori, paiono dettati dalla non faclie compenentrazione di suoni elettronici, digitali ed elettrici. Claudio Rocchetti questo sembra averlo capito da tempo, così come del resto un sembrano averlo capito ormai in molti, un numero che inizia ad essere per lo meno sufficiente per costituire un “movimento” nazionale che a mio avviso rappresenta una delle cifre stilistiche più originali prodotte dal nostro paese negli ultimi anni.

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Marco Mancuso: Innanzitutto vorrei sapere di più circa la tua formazione e la tua attività attuale. Quando hai scoperto quindi l’elettronica e quali sono i tuoi progetti che stai portando avanti in questo momento, sia il tuo progetto solista che le tue collaborazioni come Olivetty, 3/4 Had Been Eliminated e ora In Zaire

Claudio Rocchetti: Come per molti della mia generazione ho inziato suonando in varie formazioni hardcore (basso e chitarra), intorno ai tredici anni, e fino a vent’anni. Poi ho smesso completamente di suonare per un bel po’, continuando ad organizzare concerti ed altre cose, ma senza prendere in mano nessuno strumento. Più o meno a venticinque anni ho scoperto il djing, a Bologna, ed espandendo la tecnica al giradischi ho finito col riappropriarmi degli strumenti con cui avevo iniziato. Tutto è stato fluido e senza nessun tipo di progetto: come ora, scopro un genere, una tecnica, e la inglobo alla mia esperienza, ma senza traumi o scelte radicali, viene tutto assimilato e sedimentato col tempo. In questo senso si muovono anche le mie collaborazioni e i vari progetti. E’ un fluire da un musicista all’altro, da una sonorità all’altra, dove il precedente è necessario al futuro, e dove l’ultimo mette in nuova luce il primo. OLYVETTY è la necessità di rappresentare un’altra dimensione e di usare linguaggi sconosciuti; 3/4HBE è il progetto più longevo, la commistione di caratteri diversi e la ricerca di un nucleo solido eppure eterogeneo, mentre In Zaire è il funk congelato nella contemporaneità, il ritmo tribale dei nostri giorni.

Marco Mancuso: Quali sono le differenze nel tuo approccio artistico, nel tuo metodo di lavoro e in fondo nella tua ricerca musicale tra questi tre progetti? In altri termini, cosa ti spinge a ricercare da un lato la collaborazione con un video artista (Benassi come Olyvetty), dall’altra la collaborazione con musicisti come Pilia e Tricoli (per i 3/4HBE) e i G.I.Joe? Cosa ti danno, o cosa dai tu a loro?

Claudio Rocchetti: Il mio approccio base rimane intatto attraverso tutte le collaborazioni; l’elemento interessante è che è propri il mio stesso stile ad essere forgiato da tutte le varie collaborazioni. Oltre ad imparare da ogni incontro, cerco sempre di imporre il mio sguardo trasversale sullo stile personale degli altri musicisti, sottolineando ed incoraggiando quelle che mi sembrano le peculiarità degli altri. Per esempio, il cantato e la forma canzone (anche se snaturata) nei 3/4’s, il riff ossessivo e il tribalismo per In Zaire. Poi ovviamente la scelta del mio spazio, dei materiali su cui lavorare ecc, è diversissima all’interno dei diversi progetti, ma credo che la cosa fondamentale sia proprio questo desiderio di ascolto e di messa in scena delle singole particolarità.

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Marco Mancuso: Il tuo approccio al modo di fare musica è sicuramente molto fisico: da un lato utilizzi strumenti elettronici e analogici, quindi lontani dall’immaterialità digitale, dall’altro sembri ricercare una vera e onesta tensione fisica nei confronti dei tuoi strumenti. Pensi che questo tuo modo di approcciare la musica, questa tensione evidente soprattutto dal vivo, sia frutto del tuo “essere artista”, di come sei tu e della tua passione, o pensi che in fondo ci sia anche una volontà di ricerca nelle possibilità espressive dei suoni analogici/elettronici rispetto a quelli digitali?

Claudio Rocchetti: E’ una commistione tra il mio percorso di cui raccontavo prima (hc/metal/noise) e la volontà di non piegarsi all’ormai classico live sperimentale di questi giorni (computer o macchine digitali). Il fatto stesso di suonare con elementi che non sono strumenti, principalmente registratori e riproduttori analogici, mi costringe a portare le macchine al loro limite, di spingerle al di là delle loro possibilità. Durante il live cerco il punto di rottura degli strumenti e del collasso, ci giro intorno e tento di ritrarmi all’ultimo. Non sempre ci riesco, a volte il concerto finisce semplicemente perché una parte si rompe o perché io stesso non ce la faccio più fisicamente.

Marco Mancuso: Questa tua fisicità sta diventando un po’ la tua cifra artistica, soprattutto nel momento in cui diventa azione spettacolare sul palco. Un atto sicuramente performativo che si traduce nella lotta di tavoli con Benassi negli Olyvetty o nell’orgasmo sonico cui contribuisci sia nei 3/4 che negli In Zaire. Quanto è importante in tutti i tuoi progetti l’aspetto performativo/teatrale/ecologico e come ti rapporti con gli altri elementi (e ovviamente con il pubblico) sul palco? 

Claudio Rocchetti: In effetti, la componente fisico/spettacolare è una delle costanti dei miei live, anche se con i 3/4’s è molto trattenuta, con Olyvetty si risolve in un duello e con In Zaire è più assimilabile ad una trance esplosiva. Direi che è un elemento insieme agli altri sia quando è trattenuto, implosivo, sia quando è focalizzato nello scontro diretto oppure quando viene indotto dal ritmo e dalla forza della performance.

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Marco Mancuso: Come lavori dal vivo? Ti ho visto in occasioni diverse e con progetti diversi e sul palco sei sempre circondato da strumenti di vario tipo. Non sembri avere un approccio standard ai live e nemmeno sembri avere una struttura suddivisa volta per volta per progetti diversi; al contempo immagino che ci sia una preparazione da parte tua al momento performativo che si distingue nei vari progetti e si evolve mano a mano che accumuli esperienza sul palco. Ecco, di quali strumenti ti circondi, cosa ami suonare e secondo quali percorsi di improvvisazione (e non) ti muovi nell’arco di una performance live?

Claudio Rocchetti: Tutto è iniziato con i giradischi. Solo due piatti (senza vinile) e un mixer. Feedback, elementi ritmici trovati intorno al corpo dei piatti, spazio e concretismi creati con il mixer, ecc. Da un punto di partenza così scarno ho iniziato ad aggiungere un pedale, poi un microfono e via via altre cose, ma al tempo stesso andavo anche togliendo elementi. Per cui anche in questo caso si può dire che la mia strumentazione è il frutto di un lento processo di sedimentazione. Gli strati superficiali sono gli strumenti più recenti, e funzionano da elementi “solisti”, mentre quelli più vecchi, i giradischi e il mixer, sono la mia backing band.

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Marco Mancuso: Il live di Cox di In Zaire, conferma direi l’ottimo stato di salute di un certo tipo di musica italiana che si traduce in una commistione di generi ed esperienze che passano dal prog, al free jazz, al post-rock al live impro all’elettronica. Una scena che grazie anche ad alcuni elementi chiave, tra cui gruppi come Zu, Ovo, 3/4HBE8 per citarne alcuni, etichette come la Wallace e la Bowindo, sia sta facendo conoscere e apprezzare anche a livello internazionale. Ecco, come percepisci questo momento, da quali origini pensi che provenga e soprattutto pensi che possa costituire un germe ancora in evoluzione?

Claudio Rocchetti: Non so se in Italia esiste veramente una scena, anche se posso dire che esiste sicuramente un sentire comune e una voglia di fare che in realtà mi sembra molto più interessante di una “semplice” scena. Ci sono davvero molte persone che, a mio vedere, possono identificarsi in un passato comune nel DIY e nell’hc, ma che oggi operano in situazioni e ambienti molto diversificati. Esistono connessioni e legami tra generi e luoghi che fino a pochi anni fa erano semplicemente agli antipodi: per esempio etichette come Second Sleep, Holidays, Troglosound hanno le loro peculiarità riconoscibili e potrebbero sembrare molto differenti, ma sono frutto di un sentire molto simile che le porta ad incrociarsi continuamente e a collaborare. Lo stesso si può dire per luoghi come l’Xm24, Codalunga, il Dauntaun, sono tutti nati da situazioni differenti e hanno problematiche e storie differenti, ma fanno tutti parte di questo germe che si sta evolvendo e che sta ancora mutando. 


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