Valerio Adami (17 marzo 1935) nasce a Bologna, ma è a Milano negli anni di guerra. I suoi primi disegni sono disegni di rovine: le case devastate dai bombardamenti. L’atelier di Felice Carena, poi l’incontro a Venezia con Oskar Kokoschka e in seguito l’Accademia di Brera con Achille Funi sono stati il suo itinerario di formazione.

Partito da una pittura espressionista influenzata dall’opera di Francis Bacon, si pone successivamente il problema del recupero della figurazione risolta, secondo i moduli della Pop Art americana e in particolare di Roy Lichtenstein, sviluppando una sorta di racconto a fumetti fantastico e ironico dove in interni spersonalizzati si dispongono oggetti banali, assunti come simboli, anche sessuali, della modernità. Nel ’58 inizia quella vita di viaggi che lo porterà a vivere e lavorare in diverse città d’Europa,negli Stati Uniti, in America Latina e in India – e a intrecciare nuove amicizie: lo scrittore Carlos Fuentes, il filosofo Jacques Derrida, i pittori Saul Steinberg, Richard Lindner e Matta, Octavio Paz e Italo Calvino e Luciano Berio, sono parte di questa cerchia intellettuale. Espone i suoi lavori al Jewish Museum di New York nel 1968, al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris nel 1970, quindi al Museo di Città del Messico, di Gerusalemme, al Centre Georges Pompidou nel 1985, a Tel Aviv, a Buenos Aires…

Con il fratello Giancarlo realizza il film “Vacanze nel deserto (1971)“. È membro del Collège International de Philosophie. Nel 1997 crea la Fondazione Europea del Disegno a Meina, sul lago Maggiore. Il suo rapporto con l’elemento sonoro è sempre stato molto stretto e attento, motivo per il quale il suo pensiero sul rapporto tra pittura e suono rimane attuale nell’ambito contemporaneo del rapporto tra suoni e immagini: ascoltiamo quindi da questa intervista, le sue parole.

.

Matteo Milani: Puoi parlarci della relazione con la musica nella tua ricerca pittorica?

Valerio Adami: Quando ero bambino, mia madre mi diceva: “Canta che ti passa.” Vengo da una famiglia dove la musica era parte della vita quotidiana e della vita sociale: mia madre suonava il pianoforte, mio padre il violino, mia nonna il mandolino, mio nonno la chitarra. Non c’era giorno della mia infanzia che non fosse accompagnato da questi riti musicali. Neppure lo scoppio della guerra bastò a minacciare quell’amore per la musica: rivedo ancora, come fosse oggi, quel giorno in cui, sotto i bombardamenti, si decise di trasportare il pianoforte dal terzo piano della casa di via Caravaggio a Milano, dove abitavamo, fin giù in cantina. Mia madre era convinta che la musica ci avrebbe protetto dalla paura.

Nella casa accanto si era insediato il comando della Wehrmacht e quando gli ufficiali seppero che nella nostra casa si davano ogni sera concertini da dilettanti, ci invitarono a rifugiarci durante le notti di bombardamento nella loro cantina, molto più protetta e profonda.

Mio fratello Giancarlo, il primogenito, si metteva al pianoforte, riuscendo a suonare Chopin senza mai avere studiato una nota. Dal canto mio, pur non avendo alcun talento musicale, ho sempre sentito fortissima, fino a oggi, la necessità di accompagnare la mia vita con la musica.

.

Ricordo la passione con la quale, negli anni Cinquanta, leggevo i saggi musicali di Adorno, e con quale accanimento ricercavo la forma della rappresentazione, il mio stile, il mio pensiero pittorico nelle composizioni dodecafoniche, in particolare nelle partiture di Anton Webern… Risale a quel tempo il mio amore incondizionato per la musica che si offre a un ascolto “difficile”, quella che oggi è la musica di Helmuth Lachenmann, di Salvatore Sciarrino.

La mia venerazione per Adorno era però destinata al disincanto; durante un lungo soggiorno in Finlandia, ebbi occasione di ascoltare Sibelius, quel Sibelius contro il quale Adorno aveva tanto inveito, e fu amore a primo ascolto. Dipinsi pertanto, come una sorta di mea culpa, un grande quadro dal titolo Finlandia, che dedicai al meraviglioso poema sinfonico di quello straordinario compositore.

Più tardi, negli anni Settanta, nei miei viaggi in India, scoprii la musica classica dell’India del Nord e da quel giorno i raga scandiscono spesso i miei pomeriggi nell’atelier, mentre dipingo. In studio preparo i colori in anticipo, uno per uno, in un gran numero di mescole, poi li scelgo e li accordo. Chiedo al colore di riciclare le scorie del disegno, procedo come se impiegassi un trattato di armonia, come un compositore che ha bisogno del pianoforte.

.

Matteo Milani: Come nacque la tua amicizia con Luciano Berio?

Valerio Adami: Incontrai Luciano Berio nel 1956, quando creammo insieme la rivista “Incontri Musicali”. Fu grazie a lui che, in seguito, incontrai Bruno Maderna e Cathy Berberian. Luciano è stato uno dei miei più grandi amici, un genio musicale. Portava con sé un talento straordinario, che non gli dava requie: ovunque fosse, in aereo, in viaggio, ospite magari nella mia casa di Parigi, lo ricordo sempre alla ricerca di un tavolo dove poter lavorare. Componeva fino a notte fonda per poi subito ricominciare appena faceva giorno. Ci legava anche una grande passione per il mare, era un grande navigatore, Luciano…

Matteo Milani: Qual è il tuo pensiero riguardante l’astrattezza del fenomeno sonoro, il desiderio di trascendenza dal reale?

Valerio Adami: La musica ha aiutato molto i miei tempi di lavoro. Per ascoltare bisogna pensare nota per nota. Allo stesso tempo, esiste un ascolto che viene anche dal corpo. Gli egizi dicevano che ogni parte del corpo pensa; io direi che ogni parte del corpo ‘ascolta’ Mi piace spesso citare la definizione che Hermann Broch diede dell’origine della pittura. Diversamente dalla tradizione greco-romana, che vuole la pittura nata a Corinto, dal disegno che la fanciulla del vasaio tracciò sulla parete, al lume di candela, seguendo l’ombra del profilo del suo amato, Broch sosteneva che l’immagine pittorica nacque dalla musica: il ritmo di una musica primitiva si tradusse nella forma del tatuaggio, una sorta di danza rappresentata sul corpo. Finché un giorno il tatuaggio si emancipò dal corpo, diventò rappresentazione e diede così origine alla pittura. C’è un momento particolare in cui, disegnando, il disegno “si avvera”, ed è quel momento in cui ci spogliamo di noi stessi e buttiamo via le parole, le definizioni delle cose. Nel disegnare la natura, le cose, la “figura”, l’oggetto del disegno si sposta e il soggetto diventa la nostra stessa intuizione. Forse questa è l’estasi, l’estasi di quella “e” con la quale si conclude la parola ARTE…. A come amore, R come Ragione, T come tradizione, E come estasi.

.

Matteo Milani: Potresti descrivere l’applicazione dei principi musicali contenuti nella  pittura alla concezione e strutturazione dello spazio?

Valerio Adami: Nel 2004, a Napoli, per il Teatro di San Carlo , ho realizzato le scene per “L’olandese volante” ( Der fliegende Holländer ), un’esperienza straordinaria e indimenticabile, un’avventura nel pensiero di Wagner, e soprattutto, nella sua concezione dello spazio musicale, in cui il tempo diventa forma. Quel che ho cercato di fare, in quelle mie scenografie, è stato introdurre il dramma musicale dell’ Olandese volante in uno spazio pittorico, nello sforzo di ricostruire, con gli strumenti del mio stile, la “visione” di Wagner.

Matteo Milani: Il compositore elettronico può costruire oggi mondi sonori senza la necessità di una partitura. E’ necessario codificare l’esperienza uditiva?

Valerio Adami: Gran parte della cultura occidentale, per tacere della tradizione religiosa, si è tramandata grazie alla memoria, senza alcun bisogno di supporto materiale. Penso anche alla musica indiana,ai raga , una musica non scritta, consegnata dal guru al suo discepolo grazie alla condivisione, per lunghi anni, di una vita consacrata all’esercizio della musica e del pensiero musicale. Tramandare una memoria musicale è certo assai più complesso che consegnarla a una partitura scritta. Un vero cimento di pura astrazione….

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn