Premessa

Questo testo presenta il background teorico che ha ispirato la nascita del psybody design, un work-in-progress formulato per la prima volta all’inizio del 2008. Psybody design verrà presentato pubblicamente a novembre 2009 alle conferenze Multiple Ways to Design Research (Lugano, CH) e Consciousness Reframed X – Experiencing Design, behaving media (Monaco di Baviera, D).

1. Il corpo immagine

Il corpo si sta virtualizzando … Onnipresente e radiante, ci impesta dalle pubblicità e dallo schermo dove la sua IMMAGINE scolpita (in materia digitale) emana vibrazioni del superego – quell’”ideale dell’io”che secondo Freud non solo gestisce i nostri modelli comportamentali ed etici ma che, grazie al suo collegamento con l’Es, funziona anche come un’oscena agenzia di controllo che recapita bersagli offuscati dal pathos. I diktat che ci vengono imposti contengono ordini di scala ultraterrena (o in termini aggiornati transumana) che l’agenzia rilascia per farci aggomitolare su noi stessi nonché per deriderci quando nonostante tutti i nostri sforzi non riusciamo ad eccederli.

Riporto ora un recente episodio che può, nonostante la sua apparente trascurabilità, suggerirci degli spunti per un discorso “d’occasione” sulla concezione contemporanea del corpo. Il mattino successivo a una notte di lavoro mi è capitato di fare la spesa. Uscendo dal supermercato, la commessa mi ha salutato dicendomi: “Come stai? Non hai dormito vero?” . Dopo un mio leggero scuotimento della testa con il quale confermavo la sua intuizione, lei aveva concluso: “Il viso non mente …” . Dopo aver provato un lieve imbarazzo di fronte a tale denudamento, cercai di comprendere meglio il motivo della mia reazione: non è solo il viso a non mentire ma l’intero corpo, il quale funziona come una mappa che fornisce delle indicazioni riguardo al luogo che viene lì riportato. Su questa mappa corporale viene trascritta la memoria personale (conscia ed inconscia) dello psicocorpo: le nostre basi genetiche, le esperienze, ma anche i traumi e gli accidenti nei quali siamo inciampati, ferendoci durante lo sgocciolamento della propria vita.

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“Il viso non mente …” Cosi come il corpo non mente. Mentre noi invece vogliamo mentire! Vogliamo nascondere i segni che il fruscìo della vita ci infligge sul corpo e nella psiche. Sogniamo di sfumare o persino di annichilire la cartografia attraverso la quale il nostro corpo comunica chi siamo. Desideriamo poterci mostrare sempre «in forma», sempre in accordo con l’ eidos ( e?d?? ) (1) che ci siamo costruiti e con il quale ci individuiamo. Quando veniamo colti dall’imprevedibile e sensibile esistenza del nostro essere materia viva non totalmente controllabile, ci sentiamo a disagio, perché il nostro corpo biologico tende ad apparirci obsoleto e inadeguato quando confrontato con le purificate immagini (in)corporee riportate nei media. Queste mediate RAPPRESENTAZIONI spettrali incorporano le tre Grazie del capitalismo – Bellezza, Gioventù e Ricchezza – le stesse tre (dis)Grazie che dominano nel mondo della moda.

La moda è un simbionte che ha come partner il regime capitalista. Questa simbiosi mutualistica produce reciproci benefici. Entrambi gli organismi generano un sostegno morale ed economico bilaterale: se il capitalismo ha impiantato i germi della moda, la moda ha ricambiato il favore attraverso un’azione di propaganda dei valori capitalistici. Così il sistema moda da un lato pratica e promuove una suddivisione gerarchica che definisce «la differenza» in termini di determinismo biologico ed economico. Dall’altro lato invece la moda ostacola la creazione del «diverso» perché assorbe ogni provocazione e la depotenzia tramite i suoi meccanismi di standardizzazione. Questo processo di standardizzazione verrebbe in ambiti diversi chiamato MERCIFICAZIONE; dei corpi e delle cose. Sono il linguaggio pubblicitario e la moda i veri creatori dei nuovi modelli del corpo, o meglio dell’immagine corporea. Queste IMMAGINI gloriose del corpo, modellato da angelici pixel digitali e appiattito in «eleganti» bit informatici, vengono a prendere il posto un tempo riservato al complesso corpo glorioso artaudiano, fatto di carne cruda infestata da flussi di liquidi ed energia.

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2. rimPianti di conservazione

“Nessuno ci aveva ancora pensato, a migliorare la materia di cui sono fatte le cose, ti cambiano le lampadine del forno del cazzo ma la materia non la cambiano mai, questo ci vorrebbe, che distruggessero questa roba senza proporzione e ci mettessero dell’altro al suo posto. Dovrebbe tutto occupare meno spazio. Meno ci sei meno ci senti …” (2)

Queste frasi esemplificano perfettamente l’angoscia che dopo l’avvento dei fenomeni di industrializzazione e mercificazione proviamo verso il corpo. La sensazione di antiquatezza corporea è dovuta sia all’invasione di immagini nella società contemporanea che a quella che Günther Anders chiama «mancata reincarnazione industriale», ovvero il malessere umano di fronte alla sua mancata trasformazione in «prodotto in serie». Il prodotto seriale dispone sempre di una matrice – una forma ideale dalla quale si possono produrre infinite riproduzioni del modello. La possibilità di ricambio del prodotto industriale garantisce alle merci una longevità che diventa teoricamente estendibile all’infinito. E’ per questo motivo che anche una banale “lampadina del forno del cazzo” può sembrarci più degna di ammirazione rispetto alla fragile materia organica, la quale rimane, almeno per ora, più difficile da rimpiazzare e tenere in vita.

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Il malaise che proviamo oggi nei confronti del corpo non si accontenta di comprimersi su se stesso ma cerca la propria redenzione attraverso l’uso della tecnologia, la quale ci permetterebbe di sostituire l’arretrato psicocorpo umano con un cybercorpo postumano; un cybercorpo che negli scenari più estremi (quelli concepiti da Hans Moravec e ripresi poi dalla corrente transumanista) diventa in toto virtuale in modo da potersi riversare, tramite un upload mentale, dentro un computer.

Osservando tali sviluppi tecnoscientifici non posso non notare come gran parte di questo filone cerchi di recuperare e impiantare sulla Terra la visione platonica del mondo iperuranio, quel luogo «oltre la volta celeste» dove solo “l’essere che realmente è, senza colore, senza forma e invisibile, che può essere contemplato solo dall’intelletto timoniere dell’anima e intorno al quale verte il genere della vera conoscenza, occupa questo luogo.” (3)

Quali mancanze o timori cela la vergogna che attualmente nutriamo verso lo psicocorpo? Se scendessimo nei tunnel sotterranei dell’Iperuranio, nonché di tutto il pensiero dualista, capiremmo che dietro ai pianti sull’antiquatezza del corpo brilla il perverso desiderio di immortalità, o meglio la solita paura della morte.

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3. Lo stato schizoide

Nemmeno il campo dell’arte non rimane immune al rifiuto dello psicocorpo. Citando l’artista e performer australiano Stelarc, “lo psicocorpo non è né robusto né affidabile, il suo codice genetico produce un corpo che spesso funziona male e si affatica velocemente, consentendo solo ristretti parametri di sopravvivenza e limitando la sua longevità. La sua chimica, fondata sul carbonio, genera emozioni obsolete. Lo psicocorpo è schizofrenico.” (4)

Una delle molte critiche che avrei da fare al discorso di Stelarc, è che lo psicocorpo non può essere a priori definito come «schizo». Nonostante ciò, non nego che lo psicocorpo possa, in base al contesto in cui esso si muove, essere stimolato a diventarlo o che possa tendere a riportare dei sintomi simili all’alienazione mentale provata da uno schizofrenico. Nel suo capolavoro sul postmodernismo, Fredric Jameson osserva come tale stato di spaesamento cognitivo sia profondamente legato alla dimensione politica, sociale e culturale del tardo capitalismo. Jameson recupera la definizione della schizofrenia formulata da Lacan per descriverla come “un’interruzione nella catena significante” che rende instabile l’assegnazione di un senso. Ciò provoca una percezione del mondo frammentata che pietrifica lo schizofrenico all’interno di “un’esperienza di significanti puramente materiali o, in altre parole, di una serie di presenti puri e irrelati nel tempo.” (5)

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La difficoltà con la quale oggi concepiamo e portiamo a compimento delle azioni sovversive dipende in parte dalle sensazioni di congelamento temporale sollecitate dall’attuale inondazione di immagini. Le immagini possiedono una qualità particolare: quella di sospendere la nostra esistenza concreta tramite l’incitamento alla contemplazione passiva o all’interazione virtuale in mondi di alteRealtà paralleli. In questo modo veniamo distolti dallo hic et nunc a cui siamo legati fisicamente, ovvero, dallo spazio sociale dove la nostra esistenza è situata. Di conseguenza, cominciamo a trascurare i rapporti: con i corpi carnali che ci circondano, con il territorio nel quale ci muoviamo e con i modelli economici con i quali ci scontriamo.

La problematica di una condizione psichica «schizoide» diventa notevole nel momento in cui la moltitudine di significanti linguisticamente non identificati diventa troppo ampia per rendere possibile un «linguaggio comune» che permetta una comunicazione e condivisione di informazioni efficiente. Come ci fa notare Hannah Arendt, “gli uomini nella pluralità, cioè, gli uomini in quanto vivono, si muovono e agiscono in questo mondo, possono fare esperienze significative solo quando possono parlare e attribuire reciprocamente un senso alle loro parole.” (6)

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4. Psybody design: dall’estetica dell’immagine all’etica del linguaggio psicocorporale

“Tutti i termini che scelgo per pensare sono per me TERMINI nel senso proprio della parola, vere terminazioni, risultati dei miei [parola illeggibile nel manoscritto di Artaud] mentali, di tutti gli stati che ho fatto subire al mio pensiero. Sono davvero LOCALIZZATO dai miei termini, e se dico che sono LOCALIZZATO dai miei termini è perché non li ritengo validi nel mio pensiero. Sono davvero paralizzato dai miei termini, da un susseguirsi di terminazioni. E per quanto in quei momenti il mio pensiero sia ALTROVE, posso solo farlo passare per quei termini, per quanto contraddittori, paralleli, equivoci possano essere, pena in quei momenti il cessare di pensare. […] Mi trovo al punto di non essere più a contatto con la vita, ma con tutti gli appetiti dentro di me e la titolazione insistente dell’essere. Mi resta una sola occupazione: rifarmi.” (7)

Da queste intuizioni di Antonin Artaud emerge la scoperta di come il linguaggio rappresenti dei limiti per la nostra esperienza del mondo e di noi stessi. Valori questi, che nella dialettica artaudiana assumono sempre il significato di CORPO, inteso come «localizzazione» di tutta la nostra esistenza. Attraverso la concezione di un «corpo senza organi», Artaud voleva prima di tutto riconsiderare la carne dei nostri corpi in tutta la sua gloria e intensità ma anche sottolineare l’importanza dello strato virtuale che viene a priori legato ad un corpo. Nei suoi Messaggi rivoluzionari dice : “L’organismo non è affatto il corpo, il corpo senza organi, ma uno strato sul corpo senza organi, cioè un fenomeno di accumulazione, di sedimentazione che gli impone forme, funzioni, collegamenti, organizzazioni dominanti e gerarchizzate, trascendenze organizzate per estrarne un lavoro utile.” (8)

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Dopo tali considerazioni siamo pronti a comprendere come tutte le perplessità rivolte al corpo abbiano in realtà poco a che fare con il suo «essere materiale» ma derivino soprattutto dal suo «divenire virtuale». Detto in altre parole, il problema non risiede nel corpo (nella maniera in cui esso è costruito) ma nella sua significazione socio-politica che è determinata dal linguaggio. La tanto elogiata riprogettazione del corpo non serve a nulla senza che si ripensi e ricostruisca il luogo dove abita il corpo carnale, ovvero la società e le relazioni di potere che la delineano. Più che di una ricostruzione della materia di cui siamo fatti, abbiamo bisogno di una presa di coscienza della PRESENZA del proprio corpo, inteso come superficie di significazione situata nell’In-Between tra materialità psico-organica, considerazione (bio)politica e rappresentazione linguistica. Una presenza corporea che non sia a priori mutilata dal «Corpus Domini della potestas » ma che venga valutata nella sua potentia , ovvero nelle sue non-ancora-realizzate possibilità messegli a disposizione.

Fuori da queste considerazioni, nasce l’idea del psybody design: un’o perazione di d étournement della moda di carattere situazionista che, come tale, non ha come obiettivo la creazione di una nuova forma di moda (9) ma conduce ad una totale negazione del suo sistema, o meglio ad un superamento della moda e dei modi di produzione capitalistici che la definiscono. Attraverso uno spostamento dell’attenzione dall’impatto visivo dell’immagine corporea all’impatto che la presenza del corpo ha sulla società, il «psybody» si oppone alla pratica di mercificazione del corpo e apre uno spiraglio per un «rifarsi» linguistico (trans)corporale.

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(1) forma, immagine, modello ideale.

(2) A. Pesavento: (inedito)

(3) Platone: Fedro

(4) Stelarc: Da strategie psicologiche a cyberstrategie: prostetica, robotica ed esistenza remota , in Pier Luigi Capucci (a cura di), Il corpo tecnologico , Baskerville, Bologna 1994

(5) F. Jameson: Postmodernism , Duke University Press, 2007; tr.it. Postmodernismo , Fazi editore, Roma, 2007, p. 44 Si specifica che Jameson usa l’esempio della schizofrenia in senso metaforico; per descrivere quella che secondo lui rappresenta la dominante condizione cognitiva nel postmodernismo e che non può essere direttamente collegata con la schizofrenia clinica.

(6) H. Arendt: The human condition ; 1958, tr.it. Vita activa. La condizione umana , Saggi tascabili Bompiani, 1999, p. 4

(7) A.Artaud: Al paese dei Tarahumara e altri scritti, p.42

(8) A.Artaud: “L’anarchia sociale dell’arte”, in Messaggi rivoluzionari , p.165

9) Poiché ogni versione di una moda «diversa» non produce nessun resoconto che sia veramente alternativo. Un esempio di queste prassi è il cosiddetto conceptual fashion design praticato per esempio da H. Chalayan, M. Margiela, M.Yasuhiro e J. Cope, la cui « ri-scrittura della moda» segue il paradigma del prodotto depurato dalla sua caratteristica maligna. Se dovessi applicare una critica mcluhaniana a questo modello, direi che il problema non risiede nel contenuto del messaggio ma nel mezzo (il sistema moda) attraverso il quale un determinato messaggio viene esternato. Si potrebbe dire perciò che la moda « concettuale » rappresenti una moda più sobria, innovativa e «intellettuale»? Forse. Però pur sempre di moda si tratta … Pur sempre un «esclusivo» sistema verticistico basato sull’ESCLUSIONE e che favorisce il mantenimento dello status quo sociale.

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