Roma, 2004. Nasce ZTL – Zone Teatrali Libere una sorta di rete informale di operatori teatrali indipendenti che raccoglie identità e vocazioni molto diverse. Ne fanno parte spazi polifunzionali come Rialto Santambrogio e Angelo Mai, il teatro Furio Camillo, , la compagnia teatrale Triangolo Scaleno Teatro e il collettivo artistico Santasangre, attivo all’interno del Kollatino Underground, ovvero strutture che esprimono un nucleo operativo estremamente vivo.

E’ una molteplicità non facile, sia da rendere leggibile all’esterno, sia nel proprio funzionamento interno. Ed è una struttura flessibile, che ridiscute sempre la propria aggregazione. Questa molteplicità di anime si è manifestata anche nella diversificazione di volta in volta del proprio modo di esprimersi: una nottola informativa, il contributo al convegno Teatrinvisibili la coorganizzazione del convegno istituzionale del Festival Teatri di Vetro, il progetto di produzione ZTL-pro. A unirle c’è lo sforzo di promuovere l’esistenza di artisti e spazi che alimentano la ricerca teatrale, ma anche l’urgenza politica di porre continuamente all’attenzione delle Istituzioni le istanze e le problematiche della cultura indipendente.

Gli spazi e le strutture di ZTL derivano da sempre la propria forza, la propria sensibilità al cambiamento e le proprie risorse dalla disponibilità a farsi attraversare dalla realtà contemporanea. Hanno sempre privilegiato l’aspetto culturale (e in particolare teatrale), la produzione indipendente, sia da un punto di vista materiale che di linguaggi, la sperimentazione estetica, ovvero gli aspetti che rappresentano la spia più precisa e attendibile dei temi che agitano la contemporaneità. A unire i diversi soggetti di ZTL c’è lo sforzo di promuovere l’esistenza di artisti e spazi che alimentano la ricerca teatrale, ma c’è anche l’urgenza politica di porre continuamente all’attenzione delle Istituzioni locali le istanze e le problematiche della cultura indipendente. L’eterogeneità dei soggetti di ZTL rappresenta una molteplicità non facile, sia da rendere leggibile all’esterno, sia nel proprio funzionamento interno. Questa molteplicità di anime si è manifestata anche nella diversificazione di volta in volta del proprio modo di progettare dal 2004 a oggi e ZTL-pro rappresenta il progetto più complesso, ma non l’unico, messo in atto dalla rete.

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Roma, 2008. Nasce ZTL – pro, dallo sforzo della rete ZTL, sostenuto dalla Provincia di Roma e ospitato dalla Fondazione Romaeuropa, di strutturare un sostegno alla fase più nascosta, fragile eppure assolutamente fondante del lavoro spettacolare: la produzione. E’ una pratica consolidata degli spazi indipendenti quella di sostenere le produzioni nella pratica, fornendo spazi, tecnica, assistenza a costo zero, ma anche, indirettamente, costruendo occasioni di visibilità e ponendo e rilanciando continuamente all’attenzione delle istituzioni le istanze dell’intero settore.

La Provincia di Roma decide nel 2008 di destinare una parte dei finanziamenti derivanti dal patto Stato-Regioni al progetto di produzione di ZTL. La Provincia coinvolge anche il Teatro Palladium , gestito dalla Fondazione Romaeuropa, e si definisce un calendario di date per ospitare i debutti delle produzioni. La Provincia riconosce la competenza di ZTL ad individuare le realtà artistiche da finanziare e attraverso una sperimentazione di collegialità tra le strutture della rete si sono individuate 6 realtà artistiche del panorama romano e si è deciso di finanziarne le nuove produzioni attraverso un contributo economico, la messa a disposizione degli spazi per le prove, il debutto al Teatro Palladium e la creazione di un nucleo organizzativo che le assista nella promozione. Le sei compagnie scelte nel 2008 sono state: MK, Andrea Cosentino, Immobile Paziente, Muta Imago, Alessandra Cristiani e Habillè d’eau. I debutti sono avvenuti da febbraio all’autunno 2008 . A questo si aggiungono due contributi (purtroppo molto al di sotto di una produzione) alle compagnie Maddai e Malebolge . Per questo ZTL-pro non può che essere un esperimento, un punto di partenza inevitabilmente parziale, che speriamo possa perfezionarsi e consolidarsi, come speriamo che iniziative del genere si moltiplichino e divengano diffuse e stabili, dando dignità e riconoscimento al lavoro artistico.

Attualmente si sta svolgendo la seconda edizione di ZTL-pro, nonostante il drastico taglio al patto Stato-Regioni, destinato alla Provincia di Roma, abbia determinato una riduzione quasi della metà delle risorse del progetto. Tuttavia, anche grazie alla disponibilità degli artisti, il progetto vedrà il debutto di altre cinque produzioni di artisti romani: Tony Clifton Circus, Lacasadargilla di Lisa Ferlazzo Natoli, NON Company di Alessandro Pintus, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, ZDDNTR. Sabato 14 febbraio in occasione del debutto delle produzioni 2009 con la compagnia Tony Clifton Circus che ha messo in scena “La morte di Babbo Natale”, spettacolo irriverente, un po’ beffardo ma perspicace e provocatorio in un Teatro Palladium stracolmo, ho incontrato una delle organizzatrici del progetto, Francesca Donnini, con la quale mi sono trattenuto per scambiare alcune considerazioni ed opinioni sul lavoro svolto sino a questo momento.

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Massimo Schiavoni: Francesca parlami della situazione teatrale contemporanea nella capitale.

Francesca Donnini: n questo momento a Roma c’è un fermento creativo che credo non sia eguagliato da nessun’altra città italiana. C’è una tale quantità di gruppi e soprattutto una varietà di linguaggi esplorati che è praticamente impossibile tracciarne una mappa esaustiva. Evito volutamente di fare nomi perché non potrei che essere parziale e riduttiva, ma si va dalla danza d’autore contemporanea alla presenza fisica performativa al teatro danza vero e proprio (questo solo per rimanere nell’ambito dei linguaggi corporei). Nell’ambito della parola si va dai nuovi narratori agli attori-autori monologanti ad autori capaci di produrre delle drammaturgie molto complesse e raffinate. C’è poi il teatro dei luoghi, che spesso sfocia nell’installazione, un teatro tecnologico e visivo molto raffinato, un teatro artigianale fatto di piccoli oggetti scelti, di immagini memoriali. E poi moltissimi attori ben preparati, autori di se stessi, che hanno creato un linguaggio riconoscibile e autonomo che tiene la scena con mezzi minimi e tutti essenziali.

Accanto a questa ricchezza di artisti, fioriscono i luoghi. Apro una piccola parentesi: luoghi e spazi non sono la stessa cosa. Uno spazio è qualcosa di riconoscibile, connotato. Uno spazio è qualcosa di fisico. Un teatro, per esempio, è uno spazio. Invece un luogo è qualcosa di vuoto, connotato dai propri contenuti, da ciò che vi avviene e che li riempie. E così ci si è inventati il teatro anche là dove nessuno lo avrebbe immaginato. Spesso si tratta di luoghi estremamente suggestivi (e totalmente abbandonati) che sono stati riportati in vita dall’attività culturale. Per esempio il Rialto è un’ex scuola e, ancora prima, era parte del convento di S. Ambrogio: nelle stesse stanze si avvicendano spettacoli teatrali, reading, concerti, dj set, video, presentazioni di libri, riunioni, installazioni. L’ex-mattatoio è diventato sede di un festival, si fanno spettacoli in una sala di un forte militare dell’Ottocento. Sarà anche un po’ una tradizione romana, iniziata con le famose “cantine” negli anni Settanta, ma è stato determinante che qualcuno si sia preso dei luoghi e li abbia aperti alla città, in modo più o meno legale (ma sempre legittimo). Spesso si tratta di luoghi piccoli, adatti ad accogliere qualche decina di spettatori. Sono luoghi di aggregazione volutamente opposta a quella di massa, televisiva e superficiale. Sono luoghi in cui le persone si scelgono, si riconoscono e anche il rapporto con l’oggetto artistico è assolutamente diverso: molto più intimo, diretto e frontale.

Nella Capitale si registra un paradosso clamoroso: da una parte una creatività selvaggia, assolutamente esaltante e sfrenata. Dall’altra parte la totale indifferenza delle istituzioni che stanno clamorosamente perdendo l’occasione. Prima, sotto Veltroni, Roma è stata un palcoscenico ipertrofico a cielo aperto. I grandi eventi, veri e propri bagni di folla, appiattivano e annegavano tutti gli sforzi degli operatori indipendenti, grandi e piccoli, e li privavano di qualunque riconoscimento. La “direzione artistica” del Comune ha creato momenti di grande visibilità per la città , ma non per gli artisti e non si è preoccupata di creare alcuna struttura stabile a favore della crescita delle giovani realtà, nessun meccanismo di scommessa e ricambio.

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Massimo Schiavoni: Perchè a Roma c’è molta attenzione e apertura per le giovani generazioni e comunque per gli eventi artistici in generale?

Francesca Donnini: Come ti dicevo, bisogna distinguere quando si parla di attenzione: da parte delle istituzioni l’attenzione si manifesta in maniera occasionale, discontinua, e non stanno creando un sistema di avvio di giovani compagnie alla scena. L’attenzione c’è da parte della rete fittissima di luoghi e operatori che si sforzano di andare a vedere e scoprire gli artisti, che parlano con i molti artisti che passano nei luoghi, sono presenti nelle loro sedi, viaggiano per festival e per premi.

Molti di questi operatori sono artisti a loro volta e spesso sono alla ricerca di un incontro proprio con un artista simile o, anzi, estremamente diverso. C’è quindi una circolazione continua, una reciprocità estremamente vitale che ha creato negli anni il consolidamento di una comunità numerosa e agguerrita fatta di artisti, spettatori, giovani critici, tecnici, programmatori autoproclamati. Questa comunità produce continuamente oggetti artistici (dire “spettacoli” è ormai riduttivo) ma soprattutto pensiero. Si alimenta una riflessione continua e a più voci che trova continuamente risorse e modi imprevisti per manifestarsi. A Roma esiste quindi una sorta di presidio permanente che osserva la realtà artistica circostante e traccia una mappa continuamente variabile delle possibilità di agire nella capitale.

Questo universo parallelo ha inventato anche i propri mezzi di sopravvivenza che prescindono necessariamente dal finanziamento pubblico. Questo non significa che manchino rapporti con le istituzioni e a volte si riescono anche a organizzare alcune iniziative intercettando qualche contributo pubblico. La differenza è tra l’occasionalità del contributo pubblico e la continuità della progettualità: la progettualità delle strutture va avanti a prescindere e crea un sistema articolato e permanente che accoglie e accompagna il lavoro artistico in ogni sua fase.

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Come facciano queste strutture a sopravvivere è complesso da spiegare: anzitutto dipendono da un’economia spesso privata (oserei dire “imprenditoriale”) e tramite altre attività (feste, musica, bar, affitto degli spazi) reperiscono le risorse per portare avanti il lavoro artistico. Cercano di sfruttare e ottimizzare al massimo anche le risorse tecniche e professionali (dotazioni luci, audio e video, personale di ufficio stampa…). Si è creata un’economia su piccola scala, totalmente nuova e alternativa rispetto alla “grande” economia dei luoghi tradizionali. I costi sono pochi perché gli spazi sono piccoli e autogestiti, gli spettacoli leggeri, privi di grandi esigenze tecniche, i cachet non esistono o sono minimi.

Questo è il segno anche di un momento storico diverso: fino agli anni Ottanta poteva avere senso pensare a una città come Roma servita da poche strutture culturali forti e specializzate (in teatro, cinema, danza, opera lirica), sostenute fondamentalmente dal finanziamento pubblico, orientate a una dinamica di concorrenza. Con gli anni Novanta diventa più forte l’idea che anche le grandi strutture debbano avere una dinamica da privati, lo Stato si ritrae soprattutto da un punto di vista economico, al principio di concorrenza si sostituisce quello di sinergia tra strutture. Questa dinamica è stata intercettata molto più rapidamente dalle piccole realtà indipendenti che dai colossi della cultura e il principio di messa in rete e di circolazione hanno contribuito alla sopravvivenza di tutti.

Fra l’altro negli ultimi mesi a Roma si registra un fenomeno interessante: si è probabilmente estinto lo slancio più “aggressivo” che, a partire da una spinta aggregativa forte, portava all’occupazione di alcuni spazi abbandonati che diventavano luoghi di socialità condivisa. Adesso prevale uno spirito più moderato e concreto e alcuni giovanissimi operatori, anziché creare spazi nuovi, sta cercando di rivitalizzare alcuni piccoli luoghi storici che da anni avevano perso vitalità. E’ il caso del Teatro Argot col giovanissimo Tiziano Panici, del Teatro dell’Orologio con Fabio Morgan o Maria Laura De Bardi al Forte Prenestino.

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Massimo Schiavoni: Quali artisti e quali spettacoli che hai visto ti sono rimasti impresso e su quali punteresti?

Francesca Donnini: Come ti dicevo all’inizio, non amo fare nomi perché sarei per forza parziale e condizionata dai miei gusti personali. Certamente sono molto convinta della validità delle proposte all’interno di ZTL-pro, ma, ripeto, è una selezione parziale. La rosa da cui siamo partiti era molto più numerosa ed erano tutti ugualmente validi. Scegliere è stato molto duro e siamo sinceramente dispiaciuti per tutti quelli che non siamo riusciti a finanziare.

Posso dirti una cosa che suonerà strana: punto molto sui non-giovani. Nel senso che credo ci siano molti artisti di 35-40 anni che hanno raggiunto una pienezza e una coerenza artistica, ma sono ancora da scoprire per molti operatori e per il pubblico ampio. Finora hanno portato avanti un percorso protetto, ma hanno dimostrato con gli ultimi lavori di poter affrontare la scena nazionale.

Non abbiamo l’ansia dello scouting, dello scoprire prima di tutti, di lanciare la nuova “stella” che nessuno ancora conosce. E’ un meccanismo che appartiene alla moda, all’usa e getta, non al lento artigianato della scena. Punto sul fermento che c’è in questa città. Credo fermamente che sia uno squarcio di futuro già in atto. Penso che la cosa più probabile sia che le grandi strutture dovranno dotarsi di meccanismi più leggeri, diversificati, fluidi, come hanno già fatto spontaneamente le strutture indipendenti.

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Massimo Schiavoni: I progetti futuri?

Francesca Donnini: E’ un momento molto difficile e non si possono fare previsioni. Sicuramente mi auguro che prosegua il progetto ZTL-pro, anche come riconoscimento del lavoro fatto nelle prime due edizioni. Spero poi che le realtà indipendenti continuino a consolidarsi e a mantenere vivo il tessuto culturale della città, dandole uno slancio sempre più europeo.


www.ztl.roma.it

www.teatro-palladium.it

www.rialtosantambrogio.org

www.romaeuropa.net

www.tonycliftoncircus.com

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