// “man mano che il mio sviluppo procedeva a suon di frusta, quella porta si abbassava e si restringeva sempre più; mi sentivo più a mio agio, più inserito nel mondo degli uomini …” (1).

La rapida crescita dello sviluppo tecnologico a cui oggi assistiamo ci inghiotta di continuo i nudi piedi appena appoggiati. La via ferrata che ognuno di noi percorre finisce così a trasformarsi in un’arrampicata libera che ci lascia sospesi sopra un varco di domande, incertezze e perplessità. All’infinita montagna di informazioni che continua ad espandersi senza sosta attorno e dentro l’epidermide, si è deciso di rispondere con una progressiva e programmata scissione e specializzazione dei saperi.

La restrizione dell’apertura della tana dalla quale osserviamo il mondo, ha alleggerito la rete di connessioni che dobbiamo trascinare davanti agli occhi di fronte a ogni veduta di qualcuno (aliquis) o qualche cosa (aliquid). Di conseguenza, si tende a scegliersi il proprio nano-frammento del mondo che guardiamo attraverso una prospettiva determinata,accuratamente costruita nel minimo dettaglio, da collezioni di Regole personali e collettive ready-made. Le regole servono a sezionare e dividere il flusso di dati in arrivo. Questo processo di parcellizzazione serve a creare un taglio nel quale ci si incastra il proprio corpo per fornirgli una stabilità illusoria alla quale aggrapparsi.

L’attuale passione per il riduzionismo può essere percepita come una naturale risposta all’incremento della complessità. Questa attitudine si rintraccia anche nell’immaginario collettivo contemporaneo con i suoi standard di perfezione e pulizia che ci vengono amministrati giornalmente in forme di comunicazione mass-mediatica (per esempio attraverso la patinatura dell’immagine pubblicitaria), ma che ultimamente riemergono anche nei discorsi accademici e scientifici dai quali affiora una notevole aspirazione al controllo assoluto e alla consapevolezza razionale.

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«Compressione, semplificazione, eliminazione di tutte le ingombranze» sono alcune delle parole maggiormente ripetute ad una recente conferenza scientifico-artistica alla quale ho assistito. Si parlava di fisica, dati e software ma ad ognuno che contiene ancora un qualche residuo della dottrina della somiglianza, questi termini non potevano risuonare del tutto slegati dalla sfera sociale e dai meccanismi della biopolitica. Il fatto che questo qualcuno celebrasse cosi atrocemente «l’immateriale», «l’eleganza» e « la simmetria» (2) può essere interpretato come un ulteriore segnale del revival di virus pro-dualistici e pro-eugenetici a cui oggi assistiamo. (3)

La lectio magistralis si è conclusa in maniera stupefacente: con l’estrazione di una siringa che iniettava vapori di calmante. L’improvvisa e imbarazzante introduzione dell’icona del “Buddha sorridente” che serviva ad annunciare il gran finale in cui si celebrava l’energia che tiene unite le particelle per le quali A=A, ovvero «l’amore», mi ha fatto soffiare via l’ultimo tendaggio che separava la dimensione del Reale dall’assurdo mondo del grottesco.

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“Ma lei chi è? Non è del castello, non è del villaggio. Lei non è nessuno. Anzi lei purtroppo è qualcosa, è uno straniero.” (4)

Voglio usare la figura dello straniero in senso assolutamente metaforico: lo straniero come chi sta al-di-fuori dell’al-di-qua o come chi non si può o non si vuole identificare con una funzione determinata. Nella filosofia della differenza chi non-appartiene diventa un essere-altro che viene spesso percepito come un non-essere a cui viene tolto il diritto-di-diventare-qualcuno. Come tale viene considerato come una presenza senza volto e senza un nome.

“Chi «appartiene» può dire: «Ergo sum». Per il momento, però, io «non sono». «Buon giorno», si presenta un uomo nell’opera giovanile di Kafka Colloquio con l’ubriaco , «ho ventitré anni, ma sono ancora senza nome». Non sum . E questo «non sum» rimane immutato durante tutto il colloquio, poiché il colloquio è soltanto un monologo, in cui la funzione dell’interlocutore si limita a non prendere nota di ciò che il parlante dice, a fraintenderlo, in breve a trattarlo come se fosse aria.” (5)

Un «non sum» aggira una facile analisi da laboratorio e alla categorizzazione normativa. Il suo non-essere-alcunché lo rende ambiguamente non-controllabile. « Chi viene » diventa parte del mondo. Chi pero nell’ignoto non « si perde » ma « si trova » affronta con difficoltà Il processo di « venire-al-mondo ». Il venire-al-mondo significa diventare qualcuno. Diventare qualcuno porta sicurezza la dove visto la complessità del mondo odierno non è più possibile immaginare un solido aggancio sul quale sventolare i prestigiosi stracci del proprio Essere limitato. Ecco perché ritengo che l’aspirazione a « diventare qualcuno » sia inadeguata, necessariamente fasulla e addirittura potenzialmente temibile.

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“Sono stato impiegato come bastonatore, dunque bastono.” (6)

Chiunque abbia mai seguito un processo di guerra può avere provato una sensazione di déjà vu di fronte alla lettura di una giustificazione talmente assurda, essendo proprio questa l’argomentazione che gli imputati preferiscono usare per esprimere la loro innocenza nei confronti dei crimini commessi. Dal loro ragionamento emerge una ceca e assoluta subordinazione alla funzione che gli è stata affidata che non prevede nessun spazio intermezzo tra la comunicazione dell’ordine e la sua esecuzione. L’eliminazione dell’intervallo previsto per la considerazione e rielaborazione del messaggio ricevuto testimonia una mancanza di libera scelta. Chi non possiede o non usa questo spazio intermedio di digestione d’informazioni si trasforma in una persona astratta simile ad una marionetta pendente che non usufruendo di alcuna libert à di scelta non possiede nemmeno nessuna responsabilità per i propri atti. Da questo passaggio emerge la pericolosità di una netta identificazione di sé con la propria professione. Ecco perché spesso “un uomo è un messaggero e nient’altro che questo […] Questo « nient’altro che » […] ha il suo modello nella realtà moderna, in cui l’uomo agisce solo nella sua speciale funzione, in cui egli « è » la sua professione.” (7)

L’inversione di questa posizione consisterebbe in una consapevole decisione di « divenire nessuno » . La flessibile condizione del divenire permette di stare continuamente in un movimento di transizione che trasforma l’arrivo finale in un arrivare perpetuo senza arrivo. Chi « diventa qualcuno » e si immedesima pienamente con l’etichetta che gli viene attribuita (o che si auto-attribuisce) decide di sottomettersi ad un intervento di automutilazione nel quale i chirurgi del riduzionismo eseguono l’amputazione di tutti gli arti fantasmi di cui « il paziente » dispone. Attraverso questo processo di «compressione, semplificazione, eliminazione di tutte le ingombranze», il paziente viene trasfigurato in un’entità purificata e perfettamente conforme agli standard del mercato.

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Ogni arrivo significa rilassamento, staticità, « morte » . Di conseguenza non mi sorprende affatto che spesso le persone che sono « diventate qualcuno » (coloro che hanno raggiunto un arrivo solido) rincorrano l’immortalità. Dall’altro lato, chi è nessuno, un «non sum» che non si identifica con un ego statico, « vive » costantemente. Egli non sogna l’eternità ma apprezza la fuggevolezza dell’attimo.

Ho sempre provato una certa repulsione alla domanda « Ma allora cosa vuoi diventare? » alla quale non ho mai saputo dare una risposta univoca e del tutto definitiva. Questa domanda impone il ragionamento che una persona «non esista» affinché non gli venga assegnato un preciso e (semi)permanente incarico da svolgere. Solo nel momento che una persona « diventa qualcuno » ha diritto di avere un nome. Chi « possiede un nome » può nel campo della sua professione dichiarare e fare ciò che desidera, basta che proietti simultaneamente una pubblica immagine di se in versione «politically-correct». Non dovrebbe sorprende perciò che frasi come “Ich bin ein Singularitarian” (8) o “Macchine senza memoria e senza desiderio: ecco mi piacerebbe che fosse questa la nuova entità postumana” (9) affiorano nei testi di celebri artisti, teorici e scienziati contemporanei senza causare perplessioni o critiche collettive.

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In parallelo a tutto ciò si è diffusa la tendenza di presentare « l’artista » , specialmente quello che opera nell’ambito arte-scienza-tecnologia, come una figura che incorpora il modello di «uomo completo» o «uomo universale» (10). L’attribuzione di tali caratteristiche speciali traccia l’ancora presente giacenza della deforme percezione romantica dell’artista– eroe che non manca certo di presunzione e megalomania.

Queste sono le ragioni principali per le quali apprezzo chi decide di preferire « fare cose » al « diventare una cosa ».

Note:

(1) F. Kafka: Relazione per un’accademia, Garzanti, Milano, 1989, p.110

(2) L’esempio dell’indiscutibile forza della simmetria è stato peraltro giustificato con l’esempio «scientifico» di un esperimento nel quale si è accertato che la donna «viene» più di frequente se ha di fronte a se un partner sessuale con una costituzione del viso simmetrico. Esempio che è stato subito arricchito da un supplemento che sostiene che il numero di orgasmi sale (sempre nel caso della donna) non solo in base alla simmetria del viso ma anche in base alla capienza del conto corrente del partner.

(3) Qui mi riferisco sia al desiderio di attribuire alla realtà (digitale, virtuale, energetica, razionale, …) una presunta immaterialità, sia al fenomeno del transumanesimo il quale recupera il pensiero eugenetico. Si tenga presente come «l’immateriale» sia, come idea o segno semiotico, intrinsecamente legato al pensiero dualista.

(4) F. Kafka: Il castello, Mondadori, Milano, 1969

(5) G. Anders: Kafka. Pro und Contra: Die Prozess-Unterlagen, München, 1951; tr.it. Kafka. Pro e contro, Quodlibet, Macerata, 2006, p.42

(6) F. Kafka: Il processo, tr.it. di E.Pocar, Mondadori, Milano, 1969, p.395

(7) G. Anders: Kafka. Pro e contro, Quodlibet, Macerata, 2006, p.74

(8) “Ich bin ein Singularitarian” è il nome del capitolo 7 nel libro del tecnologo americano R. Kurzweil: La singolarità è vicina, Apogeo, Milano, 2008.

Seguendo la teoria psicoanalitica di Freud potremmo dire che l’uso impulsivo di questa frase può essere considerato, per la chiaramente visibile componente ideologica incorporata nel tono di queste parole, come un esempio di lapsus freudiano. Questo fenomeno psicologico esprime dei pensieri inconsci che vengono normalmente repressi dai vigili meccanismi di difesa della coscienza. Si può ritenere perciò che il lapsus di Kurzweil abbia evidenziato l’inconscio desiderio di assoluto dominio che pervade ogni corrente tecno-utopista.

(9) Stelarc, 1994; l’esempio mi è stato suggerito da T. Macrì: Il corpo postorganico , Costa & Nolan, Genova, 2006, p.152

(10) Si faccia attenzione all’uso della parola «uomo» come paradigma planetario del Essere.

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