A Torino si trova il PAV, parco d’arte vivente, nato su quella che prima era un’area industriale, una industria metalmeccanica per sospensioni di auto. Piero Gilardi, uno degli iniziatori del progetto, ex-presidente del parco, lo definisce come: “un cantiere ininterrotto, un intreccio dialogico di esperienze aperto alle alterità innovative, in omologia con i sistemi viventi della biosfera”.

Il PAV è un luogo in evoluzione, una sede espositiva, un “parco d’arte contemporanea, come territorio artistico in via di sviluppo e non un contenitore che si accontenti solo di ospitare progetti ed esposizioni” che “si struttura e definisce con la processualità del vivente, piante, animali, persone e attraverso le relazioni che si formano tra essi” (dal sito web del PAV).

Il PAV è costituito da una vasta area verde che accoglie all’interno una struttura in legno. Tale struttura ospita le mostre e le attività del parco. Accanto alla mostra permanente, che raccoglie, fra le altre opere, una interessantissima serie di installazioni interattive dello stesso Piero Gilardi, c’è la temporanea Greenhouse (winter)curata da Claudio Cravero, dove sono esposte le opere di tre artisti italiani: Giuliana Cuneaz, Filippo Leonardi e Dario Neira.

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Il PAV ha organizzato, durante quest’ultimo weekend di Febbraio, un workshop (pressoché gratuito!) tenuto dallo stesso Dario Neira (classe 1963, vive e lavora a Torino, vincitore nel 2005 del premio della fondazioni Oscar Signorini 22º edizione, dedicata alla bioarte) che ha visto coinvolte una ventina di persone fra artisti, studenti, operatori di settore, ed ha costituito un’occasione unica per approfondire l’opera dell’artista e le problematiche riguardo alla bioarte. “JHON 1,14 project “ è la prima delle tre opere di Neira che si incontrano visitando il PAV. E’ un’installazione dai tratti asettici e minimali, formata da uno schermo, un poster e degli espositori.

In quest’opera l’artista parte dalla frase biblica “il verbo si fece carne” e la ribalta in “la carne si fece verbo” proponendosi di scrivere statement usando come supporto fisico e materiale la pelle umana. Neira espone la documentazione raccolta per la ricostruzione della pelle in vitro, “procedura impiegata comunemente nella pratica medica per il trattamento dei grandi ustionati”. L’artista tenta di ottenere un ritratto dell’uomo che unisca l’apparato fisico, rappresentato dalla pelle, e l’apparato psichico, rappresentato dalla parola.

Il progetto è quello di coltivare in vitro lembi di pelle umana, che potranno poi essere ritagliati attraverso fustelle sterili in acciaio. Le fustelle sono anch’esse esposte al PAV e costituiscono la seconda installazione di Neira: “Hollow Punch”. “La pelle”, spiega Neira “è necessaria alla vita, senza pelle si muore. Le ustioni di 3º grado sono incompatibili con la vita se la superfice è estesa”. Il trapianto di pelle è uno dei pochi interventi ad essere chiamato “salvavita”: “si innesta inizialmente nel soggetto una pelle da donatore che viene rigettata dopo circa 2 settimane. Questo primo intervento non è una misura definitiva ma è fondamentale per dare ai medici il tempo necessario a coltivare in laboratorio la pelle del paziente che verrà poi impiantata senza problemi di rigetto.”

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Non capita spesso di pensare all’importanza fondamentale della nostra epidermide, ma essa svolge una lunga serie di funzioni biologiche e non: protegge il nostro corpo dall’ambiente esterno, ha funzioni secretorie e costituisce la sede del tatto. A livello psichico, sottolinea Neira, la pelle è fondamentale per lo sviluppo cognitivo: soggetti che hanno deficit tattili presentano problemi di sviluppo molto più gravi di persone non vedenti o non udenti dalla nascita. La pelle, e più specificamente il tatto, costituiscono il mezzo che fornisce la prova sensoriale che gli oggetti (e la realtà stessa) che ci circondano esistono fisicamente, che non siamo solo psiche immersa in un mare di suoni e immagini e gusti. Il tatto è il modo più diretto per esperire l’altro, per avere la prova inconfutabile che esso esiste fisicamente, sia essere vivente o inanimato.

Per Dario Neira, la pelle assume importanza metonimica: il dettaglio dell’epidermide, spoglio da riferimenti sulla zona corporea utilizzata e da riferimenti di genere, fornisce accesso al nucleo vero dell’uomo, ad una visione priva di pregiudizi, di preconcetti, di interpretazioni, di tutti quei meccanismi automatici di riconoscimento e giudizio a cui è portato ogni essere umano di fronte al nuovo ed in particolare all’altro. Attraverso la pelle, si arriva alla sacralità dell’uomo e del suo corpo. Ed è su questa pelle e con questa pelle (come in “Skinscapes”, o nei “Portraits”) che Dario scrive parole e frasi per cercare di creare ritratti che includano soma e psiche in un tutt’uno significante.

L’importanza che riveste la parola per l’artista è riassunta in un’altra sua opera ” G.C. Lichtenberg ” una lightbox sul quale è riportata una frase del fisionomista di fine ’700 che anticipa di decenni la psicologia moderna: “Parla, affinché io possa vederti”. E’ quindi attraverso la parola che l’uomo si rivela.

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L’altra opera esposta è un’installazione site-specific, ospitata dalla corte interna del PAV: “Flip off (MANCOZEB)” ed è di una semplicità e forza disarmanti. Il “Mancozab” è una molecola che si è guadagnata l’appellativo di “prezzemolo degli anticrittogamici”: è un funghicida che si ritrova in moltissimi cibi che mangiamo ogni giorno. “E’ stato ritrovato anche in bottiglie di vino da 50 euro”, spiega Neira.

Il problema del Mancozeb è che causa il cancro, in particolare quello alla prostata, oltre che pesanti disfunzioni tiroidee. Neira ha formato la scritta “Mancozeb” sui muri della corte interna del PAV, usando una serie di cerchietti di platica colorati di diametro variabile. Quei simpatici cerchietti dai colori allegri sono in realtà tappini utilizzati per i contenitori di chemioterapici. ‘Flip off’, titolo dell’installazione, è semplicemente l’indicazione su come aprire il flacone riportata sul tappo. Quando Dario mi fornisce il dettaglio, rimango a bocca aperta.

Il workshop organizzato dal PAV (cui io stessa ho partecipato) ha costituito un’occasione di confronto e approfondimento coinvolgente e molto interessante. Giovedi’ sera Dario Neira, affiancato da Claudio Cravero, hanno condotto il pubblico in un “inner focus” all’interno del percorso artistico di Dario, attraverso quelli che sono alcuni esempi significativi dei suoi punti di riferimento artistici e filosofici. Partendo da Pasolini per arrivare a Kieslowski, passando per Mona Hatum e Giovanni Penone, Dario ha fornito una serie di suggestioni e di spunti di riflessione alla luce dei quali interpretare il suo lavoro.

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Si arriva a discutere di bioarte e dell’uso artistico delle biotecnologie citando Jens Hauser, che definisce così l’art biotech: “la bioarte è l’arte che indaga il vivente non più attraverso la sua rappresentazione ma con la presenza (del vivente nell’opera)”. Ma cos’è il vivente? E fino a che punto si è liberi di manipolarne le caratteristiche a scopi artistici? La discussione sulla bioarte porta necessariamente all’etica fino alla religione, come sottolinea lo stesso Neira durante il workshop.

Il workshop continua i giorni seguenti con un’analisi ancor più profonda dei lavori di Neira venerdì pomeriggio, dove viene presentato, fra gli altri, il video “red”, fino ad arrivare alla giornata di sabato, durante la quale noi partecipanti veniamo chiamati a riflettere sull’importanza centrale della parola tramite la selezione di un testo per noi particolarmente significativo. Gli stimoli sono moltissimi e vari e attraverso la guida di Neira, si creano sinergie fino ad arrivare alla sintesi di un unico testo.

Red” rientra in quella categoria di opere che difficilmente si staccano dalla retina: è un video di pochi minuti in cui sullo schermo si susseguono immagini disturbate in toni di grigio che preparano lo spettatore all’entrata nell’inquadratura di un liquido rosso pulsante. L’audio è disturbato e rumoroso ed accentua il senso di inquietudine. Se Dario non rivelasse di cosa si tratta, rimarrebbe nell’aria solo un senso di disagio, che diventa profondo con la rivelazione (a mio avviso doverosa) del soggetto del video. E’ la ripresa di uno schermo usato in sala operatoria durante particolari interventi chirurgici: il medico vede cosa sta facendo solo grazie allo schermo e attraverso di esso; tutto si svolge all’interno del corpo del paziente. Ogni tanto può capitare che una “emorragia interna dilagante” di cui non si e’ in grado immediatamente di riconoscere la causa invada lo schermo: il medico diventa cieco all’interno del corpo del paziente. In quel momento sconvolgente il medico deve prendere decisioni rapide ed efficienti per arginare l’emorragia, senza poter nemmeno capirne la causa.

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Elena Gianni: Dalle tue opere sembra che la tecnologia per te rappresenti uno strumento importante ma comunque alla pari con molti altri: non sottolinei con enfasi l’utilizzo delle biotecnologie come capita nel caso di molti altri artisti. Qual’è quindi il tuo rapporto con la tecnologia?

Dario Neira: Per me le tecnologie, e nel caso specifico, le biotecnologie sono uno strumento di cui faccio uso per esprimermi. Per me è sono importanti perché funzionali al mio lavoro. Al contempo, la tecnologia rappresenta una dimensione oggettiva. La macchina fornisce dati oggettivi utili per rivelare un punto di vista alternativo al nostro, di umani, perennemente filtrato dal bagaglio culturale, esperienziale, psicologico. Le tecnologie quindi permettono un approccio sistematico alla realtà effettuale.

Dal mio punto di vista, comunque, le biotecnologie rimangono fondamentalmente un materiale, e dicendo questo non voglio sminuirne l’importanza: per me i materiali rivestono un ruolo fondamentale nella costruzione/realizzazione di un’opera. Ma comunque faccio fatica a pensare di utilizzare un unico materiale per esprimermi, non potrei usare lo strumento tecnologico come unico mezzo con cui realizzare le mie opere.

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Elena Gianni: Le tue opere spesso hanno la forza dello shock. Durante la conferenza di giovedì sera hai citato Artaud sottolineando che “bisogna portare in scena uno shock emotivo per coinvolgere”. Nelle tue opere c’è quindi una precisa volontà di provocare reazioni forti?

Dario Neira: In realtà no. Nel senso che rispetto a quello che potrei fare, ho molta attenzione a non offendere e cerco sempre di trattare il materiale che uso con rispetto, evitando più che posso il truculento. Nella creazione delle mie opere non ricerco lo shock emotivo: semplicemente porto in scena il mio panorama quotidiano, quello che mi trovo di fronte nella mia vita di ogni giorno come medico. Gauguin dipingeva le Thaitiane perché era quello che vedeva. Io ho lavorato otto anni in oncologia, sono stato a contatto con la sofferenza ogni giorno. Non c’è bisogno, a mio avviso, di infliggere ulteriori sofferenze al corpo, come nel caso della bodyart, con l’intento di suscitare reazioni forti nel pubblico. La sofferenza sta nel quotidiano ed è già parte della nostra natura. Quindi, anche se le mie opere sono sicuramente forti e d’impatto, i miei lavori non partono con l’idea di estremizzare questo shock, anzi, cerco di trattare il materiale con cui lavoro con riguardo e senza estremismi di questo tipo. Prendi ” red ” ad esempio: li’ si vede del sangue in effetti, ma visivamente compare solo come una macchia di colore rosso. Se al pubblico non è svelata la provenienza di quelle immagini, non si ha la certezza di cosa esse realmente rappresentino né se effettivamente siano solo forme astratte o oggetti reali. 


www.parcoartevivente.it/pav/index.php

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