La ricerca scientifica e quella artistica sono state sempre accomunate a più livelli: agli sviluppi dell’una corrispondono gli interrogativi e le sperimentazioni dell’altra, con il comune denominatore del progresso tecnologico.

Analoghi i feedback mass-mediatici, incentrati sempre e comunque sul terrore scientifico e sullo scandalo artistico. In concreto ogni nuova ricerca scientifica solleva sempre dubbi sui margini d’errore che gli sono insiti. Il risultato è sempre il medesimo: la fine del mondo, la trasformazione dell’umano e, in alternativa, la frantumazione etica, morale e religiosa della comunità scientifica. La nascita dei festival scientifici, conferenze, tavole rotonde, rivolte a un pubblico eterogeneo, è una risposta a questo fenomeno di terrorismo mediatico: l’obiettivo è quello di avvicinare le persone alla scienza non attraverso il fascino della paura ma con il piacere del controllo, dell’indagine. Una prima conseguenza è il proliferare di laboratori interattivi, l’esaltazione della dimensione tattile. In fondo, è la distanza che ci intimorisce, quello che possiamo toccare diventa subito amico.

L’arte ripropone ciclicamente lo stesso dejà – vù. Solo poco tempo fa i giornali hanno dato ampio spazio alla notizia relativa al posticipo forzato, con conseguente censura dell’opera, della mostra di Adel Abdessemed alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, ossia presso uno dei poli artistici che propone l’arte di prima linea, contemporanea, libera, sincera. Veniamo così a conoscenza di “uno dei numerosi scandali legati all’arte contemporanea”. E facile sospettare che “i numerosi scandali” artistici riportati dai giornali non siano così dissimili dalle continue “fini del mondo” cui faccio riferimento all’inizio di questo discorso. Subentra il dubbio che lo scandalo sia ancora una volta solo una forma di paura per quel che non conosciamo o che non vogliamo conoscere.

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Se la comunicazione dell’arte e della scienza sono così soggette a un’iperbole di rumore,l’unione di arte e scienza produce spesso fraintendimenti inestricabili, incomunicabilità all’estrema potenza.

E’ giusto per esempio che i festival scientifici propongano eventi di carattere artistico? La robot-arte, la nano-arte, la bio-arte, per citare solo alcune delle tendenze artistiche alternative alla sfera di riferimento, possono aiutare a comunicare il processo scientifico sottostante? Questa volontà di comunicazione scientifica è presente nell’artista? E ancora, la scienza rischia di banalizzare l’arte trasformando il lavoro artistico in un gioco per bambini? Perché mai si parla sempre di arte e scienza, quindi di due sfere collegate ma divise, prendendo a riferimento l’una per influenzare tutti i settori dell’altra (l’influenza della scienza nel teatro, nella letteratura, nell’arte o viceversa l’influenza dell’arte nelle varie sfere delle scienza)? Ha ancora senso utilizzare i manufatti dell’una per spiegare le ricerche dell’altra?

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Quando la comunicazione diventa orizzontale, quando il processo creativo non è più individuale ma collettivo e partecipativo può nascere qualcosa di nuovo, di alternativo alle forme moderne: “Una nuova Modernità sta per emergere, riconfigurata in relazione all’età della globalizzazione…; l’infittirsi delle comunicazioni, dei viaggi e delle migrazioni stanno influenzando il nostro modo di vivere….; il multiculturalismo e l’identità sono stati sostituiti dal concetto di creolizzazione; questo nuovo universalismo è basato sulla traduzione” (Nicolas Bourriaud, manifesto dell’ Altermodernism).

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