Una monografia pubblicata recentemente dal V2_ di Rotterdam insieme a Nai Publishers, propone al pubblico internazionale un corposo approfondimento sul compositore, artista concettuale e regista teatrale olandese Dick Raaijmakers.

Si tratta di “Dick Raaijmakers. A monograph”, curato da Arjen Mulder (editor ed autore di numerosi volumi pubblicati dal V2_ tra “Understaning media theory”, uno dei libri forse più puntuali sui media studies, del 2004) insieme a Joke Brouwer. La monografia è una traduzione in inglese del volume già pubblicato in olandese nel 2007 sempre dal V2_. Si tratta davvero di una grande opportunità per chi si interessa degli sconfinamenti tra arte, suono e tecnologia per entrare nel contesto dei Paesi Bassi e ricostruire, attraverso la storia delle operazioni legate a performances e visual arts realizzate da Raaijmakers dal 1965 ad oggi, una rete di relazioni e contesti che spiegano, facendo da background, gli orientamenti artistici olandesi degli ultimi 25 anni, in particolare nell’area delle culture digitali.

Il volume non è forse la prima monografia pubblicata in Olanda sul pioniere della musica elettronica e d’avanguardia nato a Maastricht ed attivo dagli anni Sessanta a L’Aia, ma è sicuramente il primo volume importante che raccoglie la documentazione e ricostruisce un percorso cronologico della sua ricerca, in particolare nell’ambito dei progetti realizzati nel campo di arti visive e teatro, come gli stessi Mulder e Brouwer sottolineano nell’introduzione.

.

Nato nel 1930, Dick Raaijmakers è riconosciuto come uno dei fondatori della musica elettronica negli anni Cinquanta ma anche come artista multimediale ante litteram, specificamente per le sue installazioni intermediali, che facevano uso di musica, danza e immagini in movimento, nonchè per le sue composizioni e teatrali in bilico tra performance ed arti sceniche. Dalla metà degli ani Cinquanta al 1960, Raaijmakers ha lavorato come ricercatore alla Royal Philips Electronics di Eindhoven, storico laboratorio che per conto dell’allora non ancora multinazionale dell’elettronica, ha condotto e supportato negli anni Cinquanta e Sessanta le sperimentazioni incrociate di freaks della tecnologia, artisti e musicisti, diventando di fatto il motore di progetti pionieristici al confine tra installazione visuale, musicale ed ambientale.

Tra questi va ricordato, un po’ fuori sincrono rispetto ai festeggiamenti per il cinquantenario che cadevano nel 2008, il “Poème Electronique” di Edgar Varèse, realizzato in occasione dell’expo internazionale di Bruxelles del 1958 per il Philips Pavillon. Dal 1963, Raaijmakers ha aperto il suo studio di ricerca sulla musica elettronica, per poi diventare, fino al 1995, professore di Musica elettronica e contemporanea al Conservatorio dell’Aia.

Ma il suo nome è anche legato ad eventi oggi entrati nella storia e nella leggenda metropolitana. A lui ed al duetto dei Electrosoniks, fondato per gioco insieme a Tom Dissevelt, si deve infatti la prima hit di electro pop della storia della musica, “Song of the Second Moon” (http://www.youtube.com/watch?v=MSoAzONw-a4&eurl=http://video.google.it/videosearch?q=Song+of+the+Second+Moon&oe=utf-8&rls=org.mozilla:it:official&cl) realizzata nel 1957 con il nome di Kid Baltan, poi definita niente di meno che da David Bowie come “una canzone che ha orientato la mia vita di ascoltatore”. Ed è ancora David Bowie che qualche mese fa ha fatto chiedere al V2 una copia del volume, contento di poter avere tra le mani una monografia che raccogliesse l’opera omnia dell’artista.

.

Ma la storia forse più divertente risale agli anni Sessanta ed al “making of” di un film di fantascienza. Secondo la cronaca dei tempi, una sera il telefono squilla nella casa del compositore, che tendeva a preferire un’esistenza ritirata, lontana dal jet set ed a possibili noie provenienti dal mondo esterno, per garantirsi il lusso di una vita pacifica completamente dedicata alle sue macchine ed alle sue idee. Raaijmakers alza la cornetta ed all’altro capo la voce del suo produttore gli propone di partecipare come compositore a un film del quale si stava per aprire il set. Un film di fantascienza di un allora ancora giovane regista. Ma quella sera il nome del regista non suggerì proprio nulla a Raaijmakers , che risponde a questa irruzione inattesa del mondo esterno nella quiete del suo laboratorio, declinando decisamente l’invito per mancanza di tempo ed anche perché era stanco di fare colonne sonore. Il nome del regista era Stanley Kubrick, ed il film era “2001 Odissea nello spazio”. E così quarant’anni dopo possiamo ricordarlo anche come l’uomo che disse no a “2001 Odissea nello spazio”, e che nello stesso tempo che contribuito a creare l’immaginario futuristico della Fantascienza con la sua musica.

I curatori del volume, per conto dell’Istituto per i media instabili di Rotterdam, hanno lavorato per anni nell’archivio di Raaijmakers , a L’Aia, raccogliendo vecchi testi e descrizioni dei lavori, fotografie, corrispondenze, bozze che documentano le varie fasi di sviluppo dei progetti e soprattutto disegni e partiture, che l’artista ha usato come modello primario di sviluppo dei suoi lavori. Pagine e pagine di segni geometrici simil-partiture dove però il linguaggio musicale viene sostituito da successioni di segni e sequenze di simboli che avvicinano incredibilmente il musicista agli artisti suoi contemporanei che negli stessi anni Cinquanta lavoravano nell’ambito dell’Informale proprio sul segno.

.

Dopo una breve introduzione in cui Mulder e Brouwer spiegano il perché di un lavoro di ricerca del genere in particolare in relazione al presente, il libro, ricco proprio in apparati grafici, testi manoscritti e fotografie, propone in ordine cronologico una serie di schede sui principali lavori di Raaijmakers nell’ambito di quella che potrebbe essere definita la sua performance allargata: un palco, attori e ballerini, macchine che producono musica, animazioni a cavallo tra cinema tradizionale ed astratto. Corpo, suono, movimento, luce e immagine costituiscono «il vero lavoro artistico dei proprio tempi, che entra nello spazio vuoto del mondo e diventa trasparente, nel senso di “non serrato” ed “aperto”», scrive lo stesso Raaijmakers in uno dei suoi numerosi testi teorici, “The great plane” del 1992. «L’osservatore attento può entrare in questo opera d’arte aperta senza lasciare il suo punto di osservazione – prosegue l’artista. – Non deve girare intorno al lavoro, perché è lo stesso lavoro gira davanti agli ocche dell’osservatore. La vera arte sblocca lo spazio: crea lo spazio».

Un volume quasi didascalico, che propone come parte più importante e centrale proprio la descrizione dei lavori, talvolta con l’aiuto delle traduzioni in inglese di testi critici scritti da Raaijmakers stesso. La seconda parte del volume, insieme a un’ampia bibliografia ragionata ed un biografia dell’artista, conclude il percorso con una serie di testi critici di musicisti e storici, unico apporto veramente teorico a un volume corposo ed importante. Tra questi il testo di Frans Evers, psicologo, educatore avanguardista e studioso delle relazioni sincroniche tra suono e immagine.

Se l’Olanda degli ultimi vent’anni ha sviluppato un contesto di ricerca fertile e prolifico nel campo di arte, tecnologie, musica e media, ampiamente sostenuto peraltro dal punto di vista economico e di politica culturale dalle istituzioni locali, è soprattutto perché dagli anni Sessanta ad oggi Raaijmakers ha fatto ricerca, sperimentato, prodotto e scritto nel suo studio dell’Aia. E’ proprio Evers a sostenerlo anche di persona durante una lunga chiaccherata su Raaijmakers avvenuta proprio mentre stavo lavorando alla recensione del libro.

.

Nel 1990 Evers ha fondato e diretto proprio con Raaijmakers l’Interfaculty Image & Sound all’Aia , un dipartimento attivo fino al 2007 che nasce dalla collaborazione del Royal Conservatory e della Royal Academy d’arte della capitale olandese, come innovativo progetto educativo mirato a formare artisti che avrebbero lavorato nel territorio in cui ricerca visiva e musicale si fondono. Un centro di studi in cui l’insegnamento della musica è affiancato a quello delle arti visive, supportato da studi teorici che mettono a fuoco proprio l’interazione sinestetica tra suono e immagine, la sua caratteristica ambientale, spaziale, quasi architettonica in grado di coinvolgere sensorialmente lo spettatore.

Per quasi vent’anni il dipartimento, che oggi si chiama ArtScience ed è diretto dall’artista e curatore Joost Rekveld, ha formato a L’Aia generazioni di artisti, compositori e producers che gravitano nell’area dei media, nell’uso sperimentale e creativo delle tecnologie, nell’unione sinestetica tra suono e immagine, nella costruzione di ambienti nei quali l’intermedialità del processo creativo opera un coinvolgimento fisico e sensoriale dello spettatore. Basta fare qualche nome per ricollegare il contesto a progetti e persone, e per capire come mai i Paesi Bassi sono lo zoccolo duro della sperimentazione tra arte e tecnologia, in un contesto culturale tradizionale in cui industrie come la Philips ed artisti come Raaymakers hanno operato uno spostamento dell’attenzione proprio su questi temi, attraverso il sostegno alla creatività la prima ed attraverso l’educazione il secondo.

.

Dai Telcosystems, Gideon Kiers e Lucas van der Velden (direttore anche del festival Sonic Acts), allo stesso Joost Rekveld, Edwin Van der Heide (anch’egli professore dell’Interfacoltà), al fondatore e curatore di Club Transmediale Schuurbiers e a Boris Debackere: un’intera generazione di artisti, curatori, organizzatori dell’area del Benelux oggi attivi nei contesti principali per i nuovi media in Europa sono passati per l’Interfaculty fondata da Raaijmakers ed hanno imparato a pensare audiovideo, a lavorare in contesti collettivi e laboratoriali, a immaginare per i sensi. 

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn