Christophe Bruno , di cui Digimag ha già parlato sul numero #25 con una mia intervista (www.digicult.it/digimag/article.asp?id=836), è uno dei net.artisti più conosciuti a livello internazionale. Lucido, ironico, dissacrante, affronta da sempre questioni legate alla mercificazione e al controllo del linguaggio da parte del mercato tardo-capitalista, dalla “società dello spettacolo” a “l’era dell’accesso”.

Il suo “Google Adwords Happening” , performance virtuale in cui riuscì a far apparire annunci poetici e surreali tramite il sistema adwords che tutti ormai conosciamo, risale al 2002 e gli valse una menzione d’onore ad Ars Electronica l’anno seguente. “Come perdere soldi con la tua arte” , questo il sottotitolo, andava a colpire e sovvertire il nodo dolente su cui spesso si trova imbrigliato il mercato dell’arte contemporanea, continuamente alla ricerca di strategie di vendita nella spinosa “epoca della riproducibilità tecnica” in stadio ormai avanzato. Google lo censurò – ci spiegherà perché in questa intervista – e i suoi annunci riuscirono a rimanere online solo 24 ore, ottenendo comunque 12.000 visualizzazioni. La parola clonata, svuotata, monetizzata. La parola controllata, indotta, falsificata. Benvenuti nel ” capitalismo semantico “, ultimo stadio di una società che sembra vampirizzare ogni nostro pensiero, sogno, desiderio.

“Dadameter”, il suo ultimo grande progetto attualmente esposto nello spazio virtuale della galliera Jeu de Paume a Parigi (www.jeudepaume.org/?page=article&sousmenu=107&idArt=788&lieu=9), ci mette davanti in modo satirico una “decadenza dell’aura del linguaggio” - come recita il sottotitolo dell’opera, in chiaro omaggio a Walter Benjamin – elaborando una cartografia delle parole immagazzinate nella Rete in tempo reale per misurare la nostra distanza da Dada. E’ stato infatti Raymond Roussel, eccentrico scrittore amato da dadaisti e surrealisti, ad ispirare l’artista. Le sue opere teatrali, costruite interamente su giochi combinatori che scoprono il lato ambiguo, evocativo e ludico della parola, sembrano in qualche modo precedere una meccanizzazione del linguaggio che acquisterà ben altri significati a distanza di un secolo. “From Dada to Google” , senza passare dal via.

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Il progetto, assai complesso, ha visto circa 6 anni di gestazione e ha richiesto la costruzione di un motore software specifico. Cristohpe Bruno è stato aiutato in questo dal matematico e programmatore Valeriu Lacatusu , suo collaboratore anche per “Logo.Hallucination”: un software, questo, capace di analizzare l’intera banca dati del linguaggio presente in Rete e di selezionarlo secondo parametri di omofonia e appartenenza allo stesso campo semantico. Più precisamente si tratta di Google Similarity , ovvero quante volte una coppia di termini compare nella stessa pagina nelle ricerche di Google.

Il risultato è una Dadamap che visualizza e interpreta con sguardo satirico il nostro linguaggio – solo in lingua inglese, per l’esattezza – secondo un criterio di distanza da Dada.

Ovvero: quanta energia, evocazione, ambiguità, poesia è rimasta nel linguaggio pay per click dei nostri tempi? Quanto ci rimane ancora prima di essere definitivamente risucchiati dalla noia universale che non lascia spazio neanche all’ironia? Di ” Dadameter” e dei suoi risvolti concettuali e politici abbiamo parlato direttamente con Christophe Bruno.

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Giulia Simi: Puoi raccontarci com’è nato il progetto di Dadameter? Da cosa è partita l’idea?

Christophe Bruno: L’idea del progetto risale al 2002, dopo la performance intitolata “Google Adwords Happening” , in cui realizzai che le parole, i nostri atomi primari, erano diventati una merce: ogni parola di ogni linguaggio ha un prezzo fluttuante nel mercato globale del “capitalismo semantico”. Compresi subito, che le dinamiche economiche alla base di tali strutture aziendali globali, fossero quelle di costruire delle cartografie del pensiero capaci di prevedere il nostro comportamento come consumatori e ottimizzare così il sistema dell’Adwords.

Decisi quindi di provare a vedere se fosse possibile costruire queste cartografie, ma a quel tempo era troppo difficile perché richiedeva strumenti matematici e di calcolo piuttosto complessi. Più tardi ho incontrato un matematico e programmatore, Valeriu Lacatusu, grazie a cui il progetto è divenuto possibile.

Ma è solo nel 2006 che ho avuto l’idea di collegare questo concetto alla nascita di Dada, attraverso la figura chiave di Raymond Roussel. La meccanizzazione della produzione letteraria sviluppata da Roussel nel campo dell’omofonia e dell’equivoco, echeggiava il tentativo di “taylorizzazione del discorso” che Google aveva intrapreso nel campo del significato.

Ho cominciato così a chiedermi cose bizzarre tipo “qual è la densità del dadaismo nel nostro linguaggio”? La dimensione della regione del linguaggio dove l’omofonia e l’equivoco sono importanti potrebbero in qualche modo fornire una misura della nostra distanza da Dada. Ecco, così è cominciato il progetto.

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Giulia Simi: Come spieghi bene nella tua video intervista per Jeu de Paume (http://jeudepaume.nfrance.com/~k1096/index.html), la meccanizzazione del linguaggio (concetto fondamentale in gran parte dei tuoi lavori) è passato da una produzione letteraria, in Dada, ad una monetaria, in Google. Cosa pensi sul futuro del linguaggio?

Christophe Bruno: Dadameter ha come sottotitolo “indice globale della decadenza dell’aura del linguaggio”, e in effetti la mia sensazione è quella che nel tardo capitalismo ci sia stato uno spostamento paradigmatico verso la questione del linguaggio. Il quadro generale a me sembra il seguente: negli anni ’60 c’è stato uno spostamento dall’oggetto verso le relazioni e il flusso, secondo il concetto della “trasfigurazione del banale”, che ha preceduto il passaggio verso “l’era dell’accesso”. Il linguaggio, così come è immagazzinato nel web, non è altro che la codificazione di tutte le relazioni umane esistenti e questa struttura panottica è divenuta parte di un dispositivo di sorveglianza globale e di post-controllo. Questa decadenza dell’aura del linguaggio, o “zombificazione” del discorso, può essere visto anche come decadenza dell’aura del relazionale, e c’è una connessione paradossale tra il “testo globale” e l’aspetto performativo del discorso. Il futuro del discorso deve essere capito in questo contesto di articolazione globale tra spettacolo e post-controllo, tra un assoluto feticismo del relazionale che controbilancia la decadenza della sua stessa aura.

Vale la pena notare, in questo senso, il fatto paradossale che quando il mio “Google Adwords Happening” venne censurato non fu perché il mio linguaggio era troppo privo di senso o oltraggioso, ma perché non avevo niente da dire (il click through rate della mia adwords poesia era troppo basso e quindi metteva in pericolo il mercato del linguaggio).

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Giulia Simi: Google è spesso direttamente o indirettamente presente nei tuoi lavori, così come molti altri progetti di net.art. In effetti possiamo forse affermare che oggi Google è praticamente un sinonimo di web. Ma è stato veramente Google ad uccidere l’utopia del web? Cosa sarebbe il web senza Google?

Christophe Bruno: L’utopia del web è stata uccisa quasi subito, poco prima che scoppiasse la famosa bolla di internet, prima dell’avvento di Google. Google è stato uno dei più importanti attori nel passaggio dal primo al secondo web e quello che Google ha ottenuto non è la morte dell’utopia del web. Al contrario, loro erano nati nel contesto di quell’utopia e hanno cercato di farla rivivere, usandola e snaturandola al fine di raggiungere lo stato ultimo della mercificazione. In effetti l’ecologia del linguaggio libero promosso da Google non è che il cuore della loro dinamica economica.

Giulia Simi: Questo progetto ha richiesto un lungo e complesso processo di elaborazione. Alla fine, grazie anche a Valeriu Lacatusu, il motore software di Dadameter è un interessante strumento che analizza continuamente l’enorme banca dati del linguaggio presente nella rete. Hai mai pensato di usarlo per altri scopi, politico/sociologici per esempio?

Christophe Bruno: Sì, e sono stato contattato da aziende che lavorano in questi campi. Ma lo scopo principale di Dadameter era satirico, quindi non so cosa potrebbe succedere in un tale contesto schizofrenico. 


www.iterature.com/dadameter/

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