Non è un caso che la prossima edizione del Social Networking World Forum che si terrà il 9-10 marzo all’Olympia Conference Centre di Londra  abbia come titolo un auspicio, quello di “dare una forma” ai tanto sfuggenti social network.

Il forum è in realtà composto da una doppia manifestazione perché si articola in due grandi eventi, il primo è quello propriamente dedicato ai social network, il secondo ai Mobile Socialnetwork. Durante la manifestazione verranno discusse le principali tematiche che coinvolgono i Social Network: la sfida dei nuovi network sociali alla comunicazione faccia a faccia, le possibilità di valorizzazione della propria professionalità all’interno di “comunità virtuali”, l’opportunità per le grandi, ma allo stesso modo per le piccole aziende di farsi conoscere attraverso un nuovo rapporto più diretto e personalizzato con i propri clienti.

La presenza dei marchi aziendali è senz’altro imponente: si parte ovviamente dal mondo del Web con i vari Myspace, Facebook, Yahoo, si passa dai produttori di contenuti come la Endemol o MTV per arrivare alle multinazionali della GM, CocaCola: un dispiegamento di relazioni pubbliche che mostra come le multinazionali credano – o forse vogliano mostrare di credere con una logica di occupazione degli spazi – nei Social Network. Per il World Forum sembra centrale il problema della valutazione in termini monetari dei Social Media, dilemma certo non inedito per i fenomeni partecipativi della rete (si veda questo onesto articolo di Mark Hopkins, Just What is Social Media, Exactly (http://mashable.com/2008/11/18/social-media-defined/).

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Da un punto di vista più culturale va rilevato invece come il concetto di Social Media, tema discusso da un paio d’anni fino alla noia, ha il merito di aver accresciuto ulteriormente la zona d’ambiguità del concetto di “media” e con questo aver rimarcato la necessità di continue riflessioni sulla società della comunicazione e sulla comunicazione della società. Se la natura dei “media” o almeno uno dei suoi caratteri peculiari è quello di essere comunicativo viene dunque da chiedersi spontaneamente come i media digitali siano riusciti finora a non essere anche “social”.

Ci viene in soccorso una delle tante buone definizioni sui Social Network, formulata da Monica Fabris che intende questi canali di comunicazione come “mezzi che si propongono di arricchire la comunicazione con nuove modalità di integrazione di account e multimedialità, la cui peculiarità, rispetto ad altri tipi di comunicazione, è quella di porre al centro le relazioni sociali tra gli individui” (http://x.jmailer.com/it/allegati/Abstract_Monica_Fabris_ITA.pdf).
Non è certamente la definizione più esaustiva sui Social Network e forse nemmeno la più soddisfacente, ma vale la pena prenderla in considerazione perché è paradigmatica di un certo modo attuale di intendere i nuovi strumenti di (ri)avvicinamento e di contatto delle persone che sfruttano pienamente le capacità di comunicazione distribuita, capillare e personalizzata di Internet.

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A mio avviso è indubbio che con i Social Network ci troviamo di fronte a un nuovo fenomeno di tecnocultura, passeggero, durevole o destinato al declino non importa, ciò che conta è rimarcare come piattaforme multimediali di interazione e di networking – che già preesistevano – abbiano avuto un’adesione rilevante da parte di una grande fetta della popolazione mondiale quando sono state declinate verso le relazioni sociali: recupero di amicizie, ricerca del simile, desiderio di mettere in gioco i propri gusti e interessi, ricerca di passatempo e in misura minore al lavoro.
Il fascino dei Social Media risiede nella possibilità di creare, attraverso sistemi di aggregazione automatica, canali di comunicazione pubblica in cui si mescola l’informalità alle proposte, idee e incontri tra persone con interessi o esperienze affini e che vivono magari in luoghi dislocati.

I Social Media dimostrano inoltre come la Rete delle Reti riservi continue sorprese quando si pensano strumenti che possano valorizzarne la socialità ovvero le possibilità di espressione personale e ovviamente di divertimento; va qui sottolineato come la componente ludica non sia mai da sminuire o sottovalutare: certamente alcune ricerche come quella di Nicholas A. Christakis e J.H. Fowler sul successo dei profili di persone felici in Facebook fanno sorridere, (http://www.edge.org/3rd_culture/christakis_fowler08/christakis_fowler08_index.html ) ma i non-sense, le banalità e le idiozie che si scoprono o si postano nei profili, fanno da volano alla sensazione di prossimità degli users.

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E’ difficoltoso approfondire in questo breve articolo i problemi legali di privacy legati ai Social Network, discussi meglio altrove, problemi ai quali va attribuito spesso, a mio avviso, un concorso di colpa degli users, i quali manifestano una buona dose di imprudenza nella pubblicazione online; forse perché essi vengono coinvolti in un inedito rapporto di confidenzialità con Internet, agiscono spesso in modo imprudente – o per catena relazionale – lo fanno per loro amici e conoscenti. In questo caso non ritengo del tutto disfunzionali gli articoli divulgativi che trattano i Social Network in tono apocalittico perché agiscono perlomeno da deterrente nei confronti di chi li utilizza, ma che non vuole interrogarsi troppo sulle minacce e i pericoli che possono celare.

Non mi sembra invece che venga rimarcato a sufficienza, il carattere biografico o mnemonico dei Social Network: così come per la forma diaristica dei blog, ma spesso con una intimità e spontaneità maggiore, la persona è spinta da una maggiore comodità degli strumenti, ad aggiornare il proprio profilo. Che tale profilo sia fedele agli umori o ai pensieri della persona o che ne esprima la banalità non è rilevante, l’utente contribuisce, spesso inconsapevolmente, alla costruzione di un archivio delle proprie relazioni sociali. I social media potrebbero per questo motivo essere definiti anche “personal memory” o “biographical media”, ma non difettano certo i nuovi concetti associati ai social network.
Un’ultima osservazione è riservata al politico della socialità in Rete. Così come ha sottolineato Carlo Gambescia in un recente post è l’ impostazione dei rapporti in Rete che lascia a  desiderare: è importante l’ideale della democrazia partecipativa, gli strumenti che facciano emergere il valore delle proprie conoscenze e le proprie capacità relazionali, ma “la benevolenza non basta, se è il nemico a considerarti tale. Il male, purtroppo, è una realtà sociale. Con la quale dobbiamo fare i conti”. http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2009/01/franco-carlini-e-leconomia-del-dono.html

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E’ purtroppo nella povertà di strumenti che offrono alla sana contrapposizione per gruppi culturali e politici che i social network esauriscono le proprie potenzialità e svelano dinamiche di relazione troppo meccaniche: come spesso è accaduto anche nella storia (ce lo ha insegnato Schmitt) è il nemico a rivelare la fallacia di amicizie strette troppo in fretta. 


www.socialnetworking-forum.com

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